Il libro di Nathan Greppi che ricostruisce anni di odio anti-ebraico
Con il suo ultimo libro “La cultura dell’odio” ( casa editrice: Lindau, 2025) , Nathan Greppi firma un’inchiesta culturale a cui va riconosciuto, senza iperboli, alto valore civile.
Un prezioso inventario giunto al pubblico nel momento propizio: a due anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, quando l’Europa ha visto risvegliarsi — senza più veli e freni — un antisemitismo che molti fingevano di non vedere. In un dibattito mainstream “intasato” dalla propaganda identitaria, va riconosciuto all’autore un duplice merito: documentare con pazienza e rigore i suoi meccanismi e denunciare con altrettanta lucidità le responsabilità di media, università, settori artistici e centri di produzione culturale.
Greppi non si accontenta delle impressioni: spalanca archivi, recupera documenti, scandaglia posizioni, strutture associative, finanziamenti, percorsi di influenza. È un lavoro che ricostruisce uno schema chiaro: l’antisemitismo contemporaneo, mascherato da antisionismo “politicamente accettabile”, ha trovato nuovi vettori e nuovi legittimatori. Ed è un antisemitismo che oggi colpisce prima di tutto gli ebrei europei, sempre più isolati, più esposti e spesso lasciati soli da un’opinione pubblica disorientata se non connivente, come sottolineato da Ugo Volli nella prefazione.
Dopo il 7 ottobre: la frattura che l’Europa non ha voluto vedere
Il libro restituisce la portata del trauma: «È stato un trauma culturale e sociale, ma anche politico», ricorda Greppi in una delle frasi più rappresentative del volume. È una constatazione che pesa. Perché quel trauma non è rimasto circoscritto alla comunità ebraica: ha mostrato le crepe del sistema informativo occidentale, la fragilità del dibattito pubblico e la rapidità con cui l’odio può “bucare lo schermo” e farsi mainstream.
Da allora l’occidente ha visto moltiplicarsi episodi, minacce, boicottaggi, aggressioni e slogan di piazza che non hanno più nemmeno l’alibi della metafora. Sono fatti che il libro registra con metodo: rapporti, statistiche, casi universitari, campagne digitali. Una mole di dati che smentisce la narrazione che vorrebbe l’antisemitismo come fenomeno marginale o folkloristico. È un quadro inquietante, difficile da accettare per chi si rifugia dietro alle mistificazioni, ma tristemente assai veritiero.
Media sotto accusa: il caso BBC e la crisi dei mass media
Una parte centrale dell’opera riguarda il ruolo dell’informazione. Greppi mostra come troppe testate, soprattutto nel mondo anglosassone, abbiano contribuito ad alimentare una rappresentazione distorta. La crisi esplosa alla BBC, culminata nelle recenti dimissioni del direttore generale e nelle accuse di aver tradito il proprio mandato di imparzialità, è il sintomo più evidente di un sistema che sta da tempo perdendo l’equilibrio.
La sfida, oggi, è difendere la credibilità del giornalismo in un’epoca in cui i social media amplificano miti di accusa, bufale e narrazioni tossiche. «Il social web è diventato centrale per la diffusione di miti di accusa e discorsi d’odio», ricorda Greppi: un dato che chiunque operi nell’informazione non può permettersi di ignorare. Il libro, fin dal titolo, denuncia infatti l’esistenza di un ecosistema strutturato e interconnesso che produce e moltiplica odio e discredito sociale. Vittime predilette: gli ebrei -israeliani e non- bersaglio di un movimento le cui radici affondano ben prima del 7 ottobre 2023, la cui matrice ideologica in questi anni non ha fatto che radicalizzarsi e consolidarsi.
Accademici e artisti: quando la cultura si fa ideologia
Significativi sono i capitoli dedicati all’università e al mondo artistico. Greppi ricostruisce il modo in cui certe correnti ideologiche, spesso importate dagli Stati Uniti, abbiano trasformato i campus europei in luoghi in cui la demonizzazione di Israele è divenuta un automatismo. Lo stesso vale per alcune nicchie dell’arte contemporanea, dove l’impegno politico sembra talvolta essersi tradotto in slogan più che in riflessione.
Ancora una volta, il pregio del libro sta nel metodo: nomi, date, documenti, non insinuazioni. È un approccio che permette al lettore di orientarsi e riconoscere i modelli ricorrenti. E di distinguere la mera propaganda dalla fattualità degli eventi.
Difendere gli ebrei significa difendere la democrazia
Uno dei messaggi più forti del testo è che proteggere gli ebrei europei — oggi più vulnerabili che mai — non è un atto di carità, ma una difesa della democrazia stessa. Le società democratiche si misurano sulla capacità di tutelare le proprie minoranze, soprattutto quando diventano bersaglio di pulsioni collettive.
Greppi mostra che l’antisemitismo non è solo un problema della comunità ebraica: è un sensore, un allarme precoce sullo stato di salute del discorso pubblico. Se l’Europa non riuscirà a spegnere quest’ondata, fallirà nel compito più profondo che la storia le ha assegnato.
Perché leggere questo libro, oggi?
La cultura dell’odio è un testo necessario perché restituisce lucidità in un dibattito ottenebrato dalla propaganda. È un libro prezioso per tre motivi semplici:
Perché offre dati, non slogan. Un repertorio di casi, rapporti, evidenze che permette di capire il fenomeno senza sensazionalismi.
Perché smonta la retorica dell’antisionismo “innocuo”. Mostra come la manipolazione retorico-narrativa fatta di sistematiche sostituzioni terminologiche abbia contribuito a normalizzare l’odio antiebraico.
Perché chiama alla responsabilità. Giornalisti, docenti, artisti, intellettuali: nessuno può dirsi estraneo. In un’epoca di opinioni urlate, il libro propone una cosa rarissima: un criterio. E chiede con forza un sistema mediatico più sano, più consapevole, più plurale.

Greppi firma un testo che non vuole accontentare, ma chiarire. Attraversa la faglia creatasi nel dibattito pubblico mettendo sapientemente in fila documenti e accadimenti ignorati dal giornalismo mainstream. Ne risulta un testo che non inquadra solo le sorti di una minoranza, ma la fotografia del “mondo Occidentale” odierno, stretto tra tensioni identitarie e narrazioni aggressive che vedono nel ritrovato antisemitismo solamente l’ultima frontiera di un galoppante dileggio anti-democratico.
In tempi così fragili, “La cultura dell’odio” è un invito alla vigilanza critica, alla responsabilità civile e alla difesa della verità fattuale. Un libro che, semplicemente, non possiamo più permetterci di ignorare. Almeno noi.









