Libia S.p.A.: come la Russia ha trasformato la guerra in infrastruttura
L’apparizione di droni cinesi Feilong-1 e turchi Bayraktar TB2 sulla pista della base aerea di Al Khadim, in Cirenaica – confermata da immagini satellitari aggiornate delle ultime settimane – non è l’ennesima crepa in un embargo ONU logoro dal 2011 bensì la prova che quell’embargo non vincola più le operazioni sul terreno e sopravvive solo come formula retorica nei rapporti del Panel of Experts delle Nazioni Unite e della moribonda missione ONU UNSMIL. Qui non siamo di fronte a traffici clandestini, come quelli dei Wing Loong II cinesi forniti dagli Emirati in passato e sequestrati nel porto di Gioia Tauro nel 2024, ormai i droni arrivano, si integrano e operano in modo visibile e persistente: stazioni di controllo a terra, hangar dedicati, personale tecnico straniero. Per sostenere una presenza del genere serve un ecosistema stabile, logistica continua, basi come Al Khadim rese operative da anni. Ed è esattamente ciò che la Libia di Haftar offre oggi, trasformando un divieto internazionale in un elemento decorativo di un’architettura molto più ampia.
Il fallimento delle Nazioni Unite in Libia non risiede nella cecità, ma in una paradossale ipermetropia: il Panel of Experts vede tutto, documenta ogni numero di serie e traccia ogni rotta, ma i suoi rapporti sono diventati la cronaca notarile di un’impotenza strutturale. L’embargo è oggi un costo di transazione che colpisce solo gli attori minori, mentre funge da paravento per le grandi potenze. La paralisi del Consiglio di Sicurezza ha trasformato l’UNSMIL in una missione puramente cerimoniale, capace di gestire la forma ma totalmente incapace di incidere sulla sostanza dei processi politici libici. In questo vuoto di autorità, la violazione della norma non è più un atto di sfida, ma un prerequisito operativo. La compresenza di tecnologie cinesi e turche sotto l’ombrello dell’LNA di Khalifa Haftar rivela un equilibrio ormai consolidato. Il monitoraggio ONU registra le violazioni, ma non le corregge.
La Libia incarna questo scarto tra forma e sostanza prima di ogni altro teatro. Le istituzioni formali persistono: governi paralleli a Tripoli e Bengasi, una Banca Centrale formalmente unita, la National Oil Corporation che continua a gestire i contratti petroliferi. Eppure il potere effettivo scorre altrove. Scorre nelle rendite energetiche con Haftar che controlla l’80 per cento dei campi petroliferi libici, nei flussi di armi, nella migrazione e nel contrabbando. Non è l’assenza di Stato, ma uno Stato svuotato: una mera interfaccia per legittimare i canali globali – i finanziamenti europei, il riconoscimento diplomatico, i contratti energetici – mentre le leve reali restano in mano alle milizie e all’LNA, libere da qualsiasi vincolo di accountability. L’embargo, in questo quadro, ne fa parte: viene invocato per ragioni di morale, ma eluso per necessità.
Il corridoio logistico: non una metafora, ma la spina dorsale
A cosa servono davvero quei droni? La risposta non va cercata in una logica di offesa militare classica, ma nella necessità di mettere in sicurezza un’infrastruttura estrattiva e logistica. Oggi la Libia è il segmento terminale di un corridoio transnazionale che salda il Sahel al Mediterraneo: una rete che coordina le rotte del Fezzan, i nodi strategici della Cirenaica e l’approdo marittimo di Tobruk. In questo contesto, i droni agiscono come un sistema di sorveglianza perimetrale per un immenso magazzino a cielo aperto. Monitorano deserti altrimenti impenetrabili, neutralizzano minacce asimmetriche prima che possano perturbare i traffici e, soprattutto, rendono prevedibile un territorio che la geografia vorrebbe caotico. È questa prevedibilità a garantire il valore della Libia S.p.A.: la certezza che il corridoio resti aperto e sicuro per chi possiede i codici d’accesso, con Mosca a fare da guardiano del cancello. Non siamo più di fronte a un territorio da governare, ma a un’autostrada da presidiare. In questo contesto, il legame con il Sudan non è un dettaglio aneddotico. La guerra civile sudanese produce risorse preziose – oro, carburante, combattenti – che hanno bisogno di un circuito logistico per trasformarsi in potere. Haftar ha schierato truppe al confine nel gennaio 2026, nella regione di Jebel Uweinat, insieme al leader delle RSF Hemeti, aprendo una via attraverso il Fezzan per far affluire armi pakistane. Così Al Khadim diventa un hub per l’Africa Corps russo, utile per le proiezioni nel Sahel, dove Mosca gestisce le rotazioni tra Burkina Faso, Niger e Mali. Non siamo più di fronte a un semplice riarmo locale: è un’infrastruttura transnazionale di arricchimento illegale e di instabilità sistemica.
È qui che il ruolo della Russia diventa centrale. L’Africa Corps, erede del gruppo Wagner, non si limita a fornire mercenari o a proteggere i terminali petroliferi. Agisce come il notaio armato del duopolio libico: certifica sul terreno gli accordi informali tra Tripoli e Bengasi, garantisce la continuità dei flussi, e rende credibile la spartizione delle rendite. Senza questa garanzia, la fragile coabitazione tra le élite armate collasserebbe.
In questo schema, gli attori esterni non competono più secondo le logiche della Guerra Fredda; collaborano come soci di una holding, distribuendosi le funzioni in base alle proprie specializzazioni. Gli Emirati Arabi Uniti agiscono come il polmone finanziario e il connettore delle reti diplomatiche e d’affari. La Turchia, pur mantenendo il suo presidio storico in Tripolitania, sta filtrando progressivamente verso est: i recenti contatti tra il capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalin e Saddam Haftar segnalano che il pragmatismo economico ha superato le barriere ideologiche. Non si cerca più la vittoria di una fazione, ma la stabilità del profitto e del transito.
L’ingresso del Pakistan nel teatro libico aggiunge un ulteriore livello di complessità tecnica. L’invio di sistemi d’arma avanzati, inclusi i caccia JF-17, non è un semplice export militare, ma l’estensione di un’influenza asiatica che usa Islamabad come testa di ponte. Dietro il Pakistan si muove, in modo indiretto ma costante, la Cina, che preferisce non sporcarsi le mani con la gestione diretta delle milizie, ma fornisce la tecnologia e le infrastrutture necessarie affinché la Libia S.p.A. possa operare su standard globali. È una catena di montaggio che trasforma la Cirenaica in una piattaforma tecnologica dove i droni e i jet non servono a fare la guerra, ma a garantire che nessuno interrompa la catena del valore dei soci.
Il Grande equivoco: l’Europa e la trappola del rubinetto
Mentre il complesso industriale-militare della Libia S.p.A. si consolida, l’Europa – con l’Italia in prima fila – continua a osservare il quadrante attraverso il buco della serratura dell’emergenza migratoria. Ridurre un hub logistico eurasiatico a un semplice rubinetto da aprire o chiudere a piacimento è un errore di categoria fatale. Bruxelles e Roma continuano a negoziare con attori come Dbeibah o la sedicente Guardia Costiera libica credendo di interloquire con autorità statali; ignorano che questi soggetti sono ormai dipendenti o soci di minoranza di un’architettura russa e mediorientale. La Libia non è un problema di polizia di frontiera: è il terminale di una proiezione di potenza che l’Occidente ha rinunciato a comprendere.
In questo sfacelo, La postura del governo Meloni segna il passaggio dalla strategia alla capitolazione transattiva. Sotto la superficie retorica del Piano Mattei, l’Italia ha rinunciato a esercitare un’influenza politica per limitarsi a finanziare la propria irrilevanza. Il caso del rilascio di Almasri – e il silenzio complice su figure come Bija – non è un incidente diplomatico, ma l’epifania di questo sfacelo. È la prova che il governo ha accettato di svendere la Corte Penale Internazionale e i principi del diritto internazionale per assecondare i desideri dei trafficanti. Rilasciare criminali di guerra ricercati non è realismo politico, è la certificazione che i guardiani dei cancelli hanno più potere dello Stato italiano. In questo ufficio acquisti allestito al Ministero dell’Interno, l’Italia non compra sicurezza; compra il permesso di continuare a illudersi, mentre la Libia S.p.A. ci espelle definitivamente dal quadrante strategico.
L’UE sostiene interlocutori che sono parte integrante dello status quo frammentato, mentre Haftar negozia l’unificazione nazionale da una posizione di forza, con il petrolio in pugno e il sostegno russo a garanzia. L’acquisizione dei droni, da questo punto di vista, non rappresenta un’escalation della guerra libica. È piuttosto la maturazione di una piattaforma che integra guerra, economia e logistica sotto il controllo di attori esterni, con la Russia come perno strategico. Trattare tutto questo come una semplice emergenza migratoria non è solo miope: è un modo per legittimare l’ordine che l’Europa dice di voler contrastare.
Per uscire da questa trappola, l’UE deve abbandonare la retorica e agire su tre fronti. Se non è disposta a colpire chi alimenta questo sistema – a partire dai finanziatori emiratini e dal dispositivo russo sul terreno – l’Unione Europea continuerà a finanziarlo indirettamente, mentre finge di contenerlo. In caso contrario, la Libia S.p.A. continuerà a ridefinire il nostro vicinato. L’embargo resterà un sigillo notarile su un sistema che non abbiamo mai davvero voluto vedere, mentre la Russia continuerà a scrivere le regole del gioco nel Mediterraneo centrale. E l’Europa si ritroverà a vivere dentro un ordine che non ha contribuito a costruire.









