Libano ai libanesi? La sfida allo Stato dentro lo Stato: Hezbollah

Vilijar Ujkaj
12/03/2026
Frontiere

Disegnare il Levante: la perla fragile

I confini odierni del Libano furono tracciati durante la Prima guerra mondiale. Tra gli obiettivi del mandato francese vi fu anche quello di ritagliare un’entità in cui i cristiani, soprattutto maroniti, avessero un peso politico dominante, in un’area geografica dove l’Islam in tutte le sue correnti era la religione più che maggioritaria. Così fu: nel primo ed unico censimento della storia del Libano, nel 1932, i cristiani risultavano la maggioranza della popolazione (52%). L’intero paese era un crogiuolo di fedi anche molto diverse tra loro, e il sistema politico libanese, fondato sul Patto Nazionale del 1943, prevedeva — e prevede tuttora — che il presidente sia cristiano maronita, il primo ministro musulmano sunnita e lo speaker del parlamento musulmano sciita.

Il Libano divenne la perla del Medio Oriente, spesso soprannominato “Svizzera del Medio Oriente” e Beirut “Parigi del Medio Oriente”. Prosperità economica e relativa libertà e convivenza tra fedi diverse vennero prese come modello ed esempio.

Il problema bellico

Il Libano adottò una tattica che diede risultati sul breve periodo, ma in seguito mostrò tutti i suoi limiti. Per evitare il rischio di incorrere in un colpo di Stato militare, il Libano scelse di tenere un esercito relativamente debole: limitato nei numeri, poco armato. Col passare del tempo, però, emersero problemi: già nel 1958, il presidente Chamoun chiese l’intervento statunitense per risolvere una crisi interna.

Nel 1970, dopo che l’OLP fu espulsa violentemente dalla Giordania nel “Settembre nero”, i suoi guerriglieri si trasferirono in Libano. Un fattore destabilizzante sotto più punti di vista: i palestinesi erano in vasta maggioranza musulmani sunniti, alterando così il fragile equilibrio tra le confessioni religiose, ed erano ben armati e addestrati, in un paese con un esercito di ridotte dimensioni e poco armato. Il loro arrivo si innestò su un sistema già fragile e ne accelerò le contraddizioni. Era solo questione di tempo prima che le tensioni accumulate esplodessero, e infatti accadde. Nel 1975 scoppiò la guerra civile.

La guerra durò dal 1975 al 1990, fu estremamente dura e sanguinosa, e vide la partecipazione diretta di altri attori: la Siria già dal 1976, Israele dal 1982, l’ONU con dei contingenti di peacekeeping. La Siria mantenne una presenza di decine di migliaia di soldati nel paese per quasi trent’anni, esercitando un’influenza pervasiva sulla politica libanese. Il ritiro avvenne solo nel 2005, dopo l’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri e le massicce proteste popolari note come “Rivoluzione dei Cedri”. L’ONU, dal 1978, mantiene nel sud del Libano la missione UNIFIL — una delle più longeve e costose della sua storia, con oltre 10.000 caschi blu dispiegati. Il mandato limitato e l’incapacità di impedire il riarmo di Hezbollah ne hanno fatto oggetto di forti critiche. La situazione rimase estremamente fragile, e in larga misura lo è ancora oggi.



Il game changer: Hezbollah

Durante la guerra civile, emerse un attore che influenzò pesantemente la storia del Libano e di tutto il Medio Oriente. I musulmani sciiti sono diventati il gruppo religioso più numeroso tra i cittadini del paese, nelle stime più attendibili, e il gruppo di matrice sciita che emerse dalla guerra fu Hezbollah. Un gruppo che si guadagnò rispetto sul campo di battaglia mettendo in difficoltà l’IDF — che occupò il sud del Libano entro il fiume Litani fino al 2000 — e guadagnò così simpatie dal numeroso gruppo di persone ostili a Israele.

Hezbollah aveva dalla sua parte uno sponsor molto importante: l’Iran. Dopo il 1979, quando la rivoluzione islamica portò l’ayatollah Khomeini al potere, l’Iran — nonostante il gigantesco sforzo richiesto dalla guerra con l’Iraq — cominciò a cercare supporto esterno ed espandere la propria influenza. Hezbollah divenne il principale vettore dell’influenza iraniana in Libano e un braccio fondamentale della piovra degli ayatollah. Alla fine della guerra civile, gli accordi di pace, mediati dall’Arabia Saudita, imposero a tutti i gruppi armati di sciogliersi o comunque consegnare le armi.

Tutti, tranne Hezbollah, che doveva combattere contro l’occupazione israeliana nel sud del paese. Questo ha permesso all’organizzazione di diventare non solo un influente partito politico, ma il più potente gruppo armato del paese. L’esercito libanese è inferiore in tutti i parametri rilevanti: numero di effettivi, armamenti ed equipaggiamento, addestramento, supporto. Oltretutto, l’esercito è composto anche da sciiti, alcuni dei quali simpatizzano con Hezbollah. Nel paese regna la fragilità e l’instabilità: questo ha portato i leader politici libanesi ad accettare l’ingombrante presenza del gruppo sciita per evitare nuovi conflitti settari e una possibile nuova guerra civile.

Hezbollah si è reso protagonista di numerosi attacchi nel corso degli oltre 40 anni della sua esistenza: tra i più gravi, l’attentato suicida contro Marines americani e paracadutisti francesi a Beirut nel 1983, che uccise 241 militari statunitensi e 58 francesi. Il più sanguinoso attacco contro forze americane tra la guerra del Vietnam e l’11 settembre. Negli anni ‘90, Hezbollah è stato collegato agli attentati contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires (1992, 29 morti) e contro il centro della comunità ebraica AMIA (1994, 85 morti). Nel 2020, il Tribunale Speciale delle Nazioni Unite per il Libano ha condannato in contumacia Salim Ayyash, membro di Hezbollah, per l’organizzazione e l’esecuzione dell’attentato del 2005 in cui morirono il premier Rafiq Hariri e altre 21 persone, pur dichiarando che non erano emerse prove sufficienti per condannare la leadership del gruppo o il governo siriano. Ayyash non è mai stato arrestato.

Ad oggi, oltre 60 tra paesi e organizzazioni internazionali, inclusi USA, UE (che dal 2013 designa la sola ala militare), Regno Unito, Canada, la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e numerosi paesi latinoamericani hanno designato Hezbollah come organizzazione terroristica. Le Nazioni Unite non hanno incluso Hezbollah nella loro lista di organizzazioni terroristiche, ma hanno chiesto il disarmo della sua ala militare.

Ma Hezbollah non è solo un’organizzazione militare e terroristica. Nel corso dei decenni ha espanso le sue operazioni: è diventato uno “Stato dentro lo Stato” che presenta molte somiglianze con la criminalità organizzata che ben conosciamo in Italia. Somiglianze notevoli: controllo capillare del territorio, supplenza dello Stato attraverso servizi sociali (ospedali, scuole, microcredito), un sistema di giustizia informale parallelo a quello ufficiale e un’economia che mescola attività lecite e traffici illeciti — narcotraffico e riciclaggio internazionale che hanno movimentato centinaia di milioni di dollari. Come le mafie italiane, Hezbollah prospera dove lo Stato è assente: più il vuoto istituzionale è profondo, più il radicamento è forte. Importante però sottolineare il contesto: Hezbollah gode di una legittimità ideologica e confessionale — radicata nella resistenza all’occupazione israeliana — che le organizzazioni mafiose italiane non hanno mai posseduto. Il consenso mafioso è pragmatico; quello di Hezbollah, per una parte significativa della comunità sciita, è anche identitario. Quando i conflitti con Israele (2006, 2023) hanno impegnato le prime pagine dei media, infatti, c’erano dei grandi assenti: l’esercito libanese e il governo libanese. Sia le operazioni militari che le trattative hanno coinvolto quasi esclusivamente Israele ed Hezbollah.

I recenti sviluppi: Libano ai libanesi?

Dal 2019, il paese ha vissuto un collasso economico gravissimo: la lira libanese ha perso oltre il 90% del suo valore, il sistema bancario è imploso e i risparmi di milioni di cittadini sono stati di fatto confiscati. Nell’agosto 2020, l’esplosione al porto di Beirut — una delle più potenti deflagrazioni non nucleari mai registrate — ha devastato la capitale, ucciso oltre 200 persone, e messo a nudo l’incapacità e la corruzione delle istituzioni. Per oltre due anni, dal 2022 al gennaio 2025, il paese è rimasto senza presidente. Questo sfaldamento istituzionale ha eroso la fiducia dei libanesi non solo nel proprio Stato, ma anche in Hezbollah, percepito da una parte crescente della popolazione — inclusa una minoranza della stessa comunità sciita — come corresponsabile del disastro.

Le operazioni militari seguite all’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas hanno trascinato Hezbollah — e con esso il Libano — in una nuova spirale di conflitto. In questo contesto già fragile, la guerra post-7 ottobre ha inflitto a Hezbollah danni senza precedenti. L’uccisione del leader storico Hassan Nasrallah nel settembre 2024, la spettacolare operazione di sabotaggio dei cercapersone, la perdita di numerosi comandanti e combattenti hanno ridotto drasticamente la capacità operativa del gruppo. L’indebolimento di Hezbollah è stato uno dei fattori che ha contribuito alla caduta di Assad in Siria, un altro braccio della piovra iraniana: il gruppo era troppo stremato per sostenere il suo alleato.

Il 9 gennaio 2025, il parlamento libanese ha eletto Joseph Aoun presidente della repubblica, ponendo fine a due anni di vuoto istituzionale. Sotto la sua presidenza ha cominciato a farsi strada un’idea che prima degli avvenimenti bellici del 2023 era impensabile: disarmare Hezbollah. Già nel luglio 2025, Aoun ha dichiarato la sua intenzione di voler disarmare il gruppo sciita. Con lo scoppio della guerra israelo-americana contro l’Iran — e la conseguente decisione di Hezbollah di lanciare razzi e droni contro Israele — il governo libanese ha compiuto un passo senza precedenti: il 2 marzo 2026, il primo ministro Nawaf Salam ha dichiarato illegali tutte le attività militari e di sicurezza di Hezbollah, limitando il suo ruolo alla sola sfera politica e ordinando all’esercito di impedire qualsiasi attacco dal territorio libanese. Aoun ha definito la decisione “sovrana, definitiva e irreversibile.”

Un passaggio storico, ma sarà sufficiente? Le incognite restano enormi

Hezbollah ha ignorato il divieto e ha continuato a lanciare attacchi contro Israele anche dopo la decisione del governo. L’esercito libanese, che non è mai stato in grado di confrontarsi con il gruppo sul piano militare, non è riuscito a fermare i lanci. Israele ha risposto con massicci bombardamenti su Beirut sud e il sud del Libano provocando morti e lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone — un costo umanitario enorme per i libanesi. Dal canto suo, l’Iran è sotto una pressione militare senza precedenti dopo l’uccisione dell’ayatollah Khamenei e i continui attacchi israelo-americani, ma il regime non è ancora caduto.

Se il regime iraniano dovesse effettivamente crollare, Hezbollah perderebbe la sua principale fonte di finanziamento e sostegno strategico — un colpo potenzialmente fatale per un’organizzazione che dipende dall’Iran per centinaia di milioni di dollari del proprio budget. Anche per questo motivo, durante la rivolta contro il regime cominciata a dicembre 2025, si sono sentiti spesso cori che intonavano “né per Gaza né per il Libano”: il popolo iraniano sa che molto denaro viene inviato ad Hamas e Hezbollah, mentre le condizioni di vita nel paese continuano a farsi più pesanti.

Ma anche in quello scenario, il cammino verso un “Libano ai libanesi” sarebbe tutt’altro che semplice. Il paese resta profondamente diviso su linee confessionali, e una parte della comunità sciita continua a vedere in Hezbollah un rappresentante legittimo, non un’entità da smantellare. Disarmare un’organizzazione così radicata senza innescare un nuovo conflitto settario richiederebbe un esercito che oggi non ha i mezzi per farlo, un consenso politico interno che non esiste ancora, e un sostegno internazionale massiccio e prolungato.

Quello che è certo è che il Libano si trova davanti a una situazione senza precedenti. Il monopolio di Hezbollah sulla forza e sulla politica estera libanese è stato messo in discussione apertamente per la prima volta — non da potenze esterne, ma dal governo libanese stesso. Resta da vedere se questa sfida avrà la forza, le risorse e la durata necessarie per tradursi in un cambiamento reale.