La leva volontaria come risposta alla crisi strutturale della difesa italiana?

Filippo Zangheratti
18/12/2025
Interessi

L’Italia si trova oggi davanti a un paradosso strategico. Le Forze Armate italiane soffrono una carenza di organico che non è episodica, ma strutturale: mancano marinai per garantire la turnazione sulle navi, tecnici per mantenere operativi droni e velivoli, giovani soldati per alimentare reparti di fanteria, artiglieria e genio.

È in questo contesto che torna d’attualità un dibattito che sembrava archiviato: la leva; o meglio, la sua versione più realistica e sostenibile per un Paese come l’Italia: una leva militare volontaria. Non si tratta di riportare indietro l’orologio, né di ricreare un modello novecentesco. Il punto non è obbligare tutti i giovani, ma offrire un percorso formativo e retribuito a chi vuole servire il Paese, mentre si colmano i vuoti drammatici del personale.

La leva volontaria risponde a tre esigenze simultanee:

  • ricostruire la massa critica di personale, senza la quale nessuna tecnologia può funzionare;
  • offrire opportunità professionali e tecniche ai giovani
  • creare una riserva mobilitabile, indispensabile in un’Europa più instabile .

La leva volontaria non è un ritorno al passato, ma un tentativo di fronteggiare un futuro in cui la sicurezza non è più garantita, e in cui il prezzo dell’inazione potrebbe essere molto più alto del costo di un anno di servizio.

Doverosa precisazione sulla leva in Italia: non abolita, ma sospesa

In Italia la leva non è mai stata abolita: è stata solo sospesa con la legge 226/2004, entrata a regime nel 2005. Questo significa che l’obbligo di servizio militare esiste ancora nell’ordinamento giuridico e potrebbe essere riattivato con un semplice decreto del Governo, senza bisogno di nuove leggi. È un dettaglio spesso ignorato nel dibattito pubblico, ma fondamentale: l’Italia non deve “reintrodurre” la leva, bensì decidere se riattivare un obbligo esistente o trasformarlo in una forma moderna e volontaria

Marina militare: 35.000 uomini necessari, 6.000–7.000 mancanti

La Marina Italiana è forse la Forza Armata più sotto pressione.
Con circa 50 navi principali (fra FREMM, PPA, sottomarini, pattugliatori, unità logistiche e anfibie), teoricamente l’Italia ha una delle flotte più moderne del Mediterraneo.

Il problema è che non riesce a metterle in mare tutte insieme.

Per garantire la rotazione minima un equipaggio a bordo e uno a terra in fase di addestramento e recupero servirebbero almeno 35.000 marinai.

Oggi ne abbiamo circa 29.000.

Mancano 6.000–7.000 uomini, e questo ha conseguenze sociali e operative gravissime:

  • turni massacranti;
  • vita personale e familiare quasi impossibile;
  • difficoltà a garantire i periodi minimi di riposo;
  • ritardi nella manutenzione;
  • impossibilità di mantenere il livello di presenza richiesto dalla Nato nel Mediterraneo allargato.

In sintesi: l’Italia ha navi modernissime, ma non ha abbastanza uomini per le turnazioni del personale.

Aeronautica Militare: cercasi specialisti

L’Aeronautica vive un problema simile, aggravato dal fatto che:

  • gli F-35 richiedono personale più qualificato e numeroso;
  • cresce l’impegno nello spazio aereo Nato;
  • servono tecnici di manutenzione, operatori radar, cyber e droni.

Le stime più realistiche parlano della necessità di almeno 3.000–5.000 nuove unità nei prossimi anni, soprattutto tecnici e specialisti.
Senza questi numeri, l’Aeronautica rischia di avere velivoli in hangar che non possono volare per carenza di personale, come già accaduto in passato.

L’aeronautica e la marina però soffrono meno il problema della mancanza di truppa essendo più congeniale avere nelle proprie fila un gran numero di sottoufficiali e ufficiali.

Esercito: mancano 15.000–20.000 giovani per raggiungere la forza operativa minima

L’Esercito è la Forza Armata più numerosa, ma anche quella che ha subito più riduzioni negli ultimi vent’anni.
Sulla carta conta circa 96.000 unità, ma:

Questo spiega perché la Difesa stia valutando:

L’Esercito, semplicemente, non ha abbastanza giovani.



Non esiste una difesa fatta solo di ingegneri

Negli ultimi anni si è diffusa una narrazione comoda, quasi consolatoria:
“le guerre del futuro le faranno i satelliti, i droni, gli ingegneri”.

È un’idea affascinante, pulita, tecnologica. E, purtroppo, profondamente falsa.

La storia passata e recentissima dimostra che tutte le guerre moderne, persino quelle più tecnologiche, si vincono o si perdono sul terreno.
Non nei centri di comando, non negli algoritmi, non nelle orbite dei satelliti.

Ucraina, Gaza, Iraq, Afghanistan, Nagorno-Karabakh, Siria: ovunque, il fattore decisivo è sempre lo stesso: la presenza fisica di unità di fanteria, artiglieria, genio, esplorazione, capacità che nessuna intelligenza artificiale può rimpiazzare.

Non è vero che “bastano 10 ingegneri e non servono 100 alpini”.

Questa frase molto diffusa nei talk show riflette una profonda incomprensione della guerra moderna.
I droni osservano, i satelliti individuano, gli algoritmi elaborano.
Ma chi occupa un ponte?
Chi difende un villaggio?
Chi pulisce una trincea?

Non gli ingegneri: gli alpini, i paracadutisti, i fucilieri, gli artiglieri, gli esploratori, gli operatori del genio.

Le tecnologie aumentano le capacità, ma non sostituiscono la massa critica umana necessaria per:

  • sostenere un fronte lungo centinaia di chilometri,
  • ruotare i reparti sotto stress,
  • occupare il terreno e mantenerlo,
  • muovere materiali e logistica,
  • operare in situazioni dove un errore umano costa la vita.

La tentazione di una “legione straniera italiana

Qui entra il tema più controverso, quello che in privato qualcuno evoca ma la politica teme:
perché non reclutare stranieri, come fa la Francia?

La risposta è semplice: in Italia non si può. È illegale.

La legge italiana prevede che per arruolarsi nelle Forze Armate si debba essere cittadini italiani.

Per creare una “Legione Straniera italiana” servirebbe:

  1. cambiare la legge, consentendo ai non cittadini di arruolarsi;
  2. definire status giuridico, percorsi di cittadinanza e regole d’ingaggio;
  3. superare enormi resistenze culturali e politiche.

La questione, dunque, non è solo militare ma identitaria.

Che cos’è la Riserva selezionata (RISEL)

Esiste in Italia già una cosiddetta riserva, la Riserva Selezionata è infatti un bacino di professionisti civili che possono essere richiamati temporaneamente nelle Forze Armate quando servono competenze tecniche o specialistiche non presenti stabilmente nei reparti.

È prevista dal Codice dell’Ordinamento Militare e conta alcune centinaia di persone quindi la potremmo vedere più come una riserva di cervelli che di baionette.

Il costo dell’inazione: perché la scelta sulla leva è una decisione strategica e va presa.

In questo quadro si inserisce la proposta avanzata dal ministro della Difesa Guido Crosetto di riaprire una riflessione seria su una forma di servizio militare, selettivo o volontario, capace di rafforzare le Forze Armate senza scivolare in nostalgie novecentesche.
Non è una provocazione ideologica, ma una risposta a un problema reale: uno strumento per colmare vuoti di personale che oggi minano la credibilità militare del Paese e la sua capacità di rispettare gli impegni assunti in ambito NATO e UE.

Il dibattito, tuttavia, viene spesso ridotto a una contrapposizione sterile tra “libertà individuale” e “militarizzazione della società”. È una semplificazione fuorviante.

La vera domanda è un’altra: quanto costa non fare nulla?
Il costo dell’inazione non è solo economico, ma strategico e politico: flotte che restano in porto, velivoli che non decollano, reparti che invecchiano, deterrenza che si assottiglia. In altre parole, sovranità che si erode.

Una leva volontaria moderna avrebbe certamente dei costi – addestramento, stipendi, infrastrutture – ma offrirebbe benefici difficilmente sostituibili: personale giovane, riserva mobilitabile, competenze tecniche diffuse, coesione nazionale, e una deterrenza maggiore per un possibile nemico. Eviterebbe inoltre soluzioni ben più controverse, come l’arruolamento di stranieri o l’esternalizzazione della sicurezza.

La decisione a cui il governo si trova davanti non riguarda il passato, ma il futuro dell’Italia come attore strategico.
Perché una difesa senza uomini non è una difesa tecnologica: è una difesa apparente.
E in un mondo che torna a parlare il linguaggio della forza, scegliere di non scegliere e restare nel limbo degli ultimi anni è già una scelta ed è la più rischiosa di tutte. Oggi non c’è più tempo.