L’Europa, l’Ucraina e la finta alternativa tra il disonore e la guerra
Dopo l’ultimatum di Trump a Zelensky, la reazione delle istituzioni Ue e dei principali stati europei, del Canada e del Giappone, riunitisi a margine del G20 a Johannesburg è stata in linea con quanto si poteva supporre e sperare.
Al di là del linguaggio diplomatico e dell’omaggio rituale all’impegno del Presidente degli Stati Uniti per un accordo di pace tra Russia e Ucraina, la dichiarazione congiunta dei leader europei e del G20 è stata chiarissima su almeno tre punti.
Il primo è che questo piano non potrà essere approvato così com’è e che “la bozza costituisce una base che richiederà ulteriore lavoro”.
Il secondo punto è l’individuazione esplicita degli aspetti più inaccettabili di questo piano: “I confini non devono essere modificati con la forza…; le limitazioni proposte alle forze armate ucraine renderebbero l’Ucraina vulnerabile a futuri attacchi”.
Il terzo punto è l’affermazione del diritto di ciascun Paese a decidere, e non solo ad accettare o rifiutare, gli impegni assegnatigli nel piano dagli Usa: “L’attuazione degli elementi relativi all’Unione Europea e alla NATO richiederebbe il consenso rispettivamente dei membri dell’UE e della NATO”.
Il fatto che questa dichiarazione abbia trovato il consenso unanime di tutti i paesi del G20 impegnati a sostegno dell’Ucraina è un fatto positivo, ma anche equivoco, perché alcuni dei firmatari – Spagna e Italia in particolare – hanno da tempo ribadito che la loro disponibilità politica, finanziaria e militare a sostegno della resistenza ucraina all’aggressione russa e a garanzia della sicurezza del Paese dopo un’eventuale accordo è molto limitata, per non dire poco più che simbolica.
D’altra parte, il fatto che Sanchez e Meloni, malgrado i filorussi interni alle rispettive maggioranze, non si siano sottratti alla firma dello statement comune può anche rappresentare la prova che oggi la determinazione di Regno Unito, Francia, Germania, Polonia e degli stati scandinavi e baltici non sarebbe stata incrinata dalla defezione dell’Italia e della Spagna e avrebbe al contrario portato all’isolamento e pericoloso avvicinamento di queste ultime agli stati europei ufficialmente filorussi.
La risposta europea al piano di Trump
La risposta indiretta di Trump alla posizione europea – “il mio piano non è definitivo” – fa pensare che il messaggio sia stato ricevuto e inteso, ma in ogni caso, visto il personaggio, non si può certo immaginare che questo lo porterà a collaborare con gli europei a una intesa pro Kyiv. Semplicemente, come è già avvenuto all’inizio del suo mandato, Trump ha dovuto prendere atto che i principali paesi europei non sono disponibili a subire passivamente i suoi accordi con Putin contro Zelensky.
Non è però detto che, di fronte alle ulteriori resistenze europee, Trump non decida di alzare ulteriormente il livello dello scontro e di minacciare non solo l’abbandono dell’Ucraina, ma anche del fronte europeo della Nato, cosa che rappresenta oggi il rischio strategicamente più temibile per tutti i Paesi europei. Un rischio che però riguarda anche la Casa Bianca, a cui la strategia del disordine globale non sembra affatto portare i consensi sperati e per cui un all in sul legame con Putin potrebbe avere conseguenze rovinose sulla credibilità interna e sulla tenuta della constituency repubblicana, attesa tra meno di un anno alle elezioni di midterm.
Ha ragione Calenda a sostenere che la cosiddetta “pace per l’Ucraina”, che Trump tenta di imporre, più che l’accordo di Monaco del 1938, con cui Francia e Germania lasciarono alla Germania i Sudeti e la Cecoslovacchia, ricorda il patto Molotov-Ribbentrop del 1939, con cui Hitler e Stalin si spartirono la Polonia.
Onore, disonore e sicurezza europea
Però l’alternativa che si trovano davanti i paesi europei è analoga a quella di cui Churchill rimproverò a Chamberlain e Daladier di non avere valutato le conseguenze. La scelta del disonore per evitare la guerra avrebbe come conseguenza una guerra ancora più prossima ai confini di quei Paesi che si illudono di evitarla consegnando l’Ucraina alle mire di Mosca e quindi spostando verso ovest il baricentro delle pretese del Cremlino.
Di fronte al tradimento dell’America, un rapido processo di riamo attraverso forme nuove di integrazione politica, militare e industriale e la difesa dell’Ucraina sono le due imprescindibili condizioni di libertà e sicurezza per tutti gli stati europei, nessuno escluso.
Ferma restando la posizione pro Ucraina degli stati europei, è evidente che la sfida che li attende è di una scala diversa all’impegno finora profuso, anche se ampiamente compatibile, almeno in linea teorica, con le loro possibilità.
Meno di una settimana fa, prima che uscissero le prime indiscrezioni del nuovo piano di Trump – nuovo nel senso di nuovamente collimante con le crescenti richieste del Cremlino – Ursula Von Der Leyen aveva lanciato l’allarme su un deficit ucraino da colmare con aiuti europei pari a circa 140 miliardi di euro per gli anni 2026 e 2027. Si tratta di una cifra impegnativa, ma corrispondente solo allo 0,4% del Pil dell’Ue (esclusi Regno Unito e Norvegia).
È chiaro che più si alzerà il livello dello scontro, maggiore dovrà essere l’impegno europeo, ma – contro quello che sostengono gli scherani di Mosca – non è un impegno per salvare l’Ucraina, bensì l’Europa. Il prezzo dell’onore non è solo molto più commendevole, ma anche molto più economico di quello del disonore.








