L’Europa e la sfida della Difesa: intervista al Gen. Camporini

Ritratto di Vincenzo Camporini, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa italiana, in una composizione pop-art a quattro riquadri colorati.
Luca Cadonici
26/08/2025
Orizzonti

Il conflitto in Ucraina e il dibattito sull’autonomia strategica europea hanno riportato al centro della scena politica il tema della difesa comune. Su queste questioni interviene il Generale Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa e voce autorevole nel panorama della sicurezza internazionale. A raccogliere la sua analisi per L’Europeista è Luca Cadonici, Consulente Informatico Forense e docente di Cyber Security.

Un modello “Article-5-like” per Kyiv: realtà o illusione?

Luca Cadonici: Generale Camporini, ritiene realistico immaginare oggi per Kyiv un modello “Article-5-like”, nelle condizioni attuali e con questa amministrazione, oppure si tratta piuttosto di uno scenario ipotizzabile solo in un orizzonte temporale più lungo?
Gen. Camporini: Mi sembra un’ipotesi piuttosto fantasiosa. Una simile prospettiva presupporrebbe infatti la disponibilità non tanto della NATO nel suo complesso, quanto di alcuni Paesi specifici, a intervenire nell’eventualità che Mosca, dopo aver firmato un accordo, un armistizio o qualsiasi altra intesa, decidesse di riprendere le operazioni.

Perché un meccanismo di questo tipo sia efficace, occorrerebbe disporre di unità già presenti sul terreno: non si può immaginare di reagire inviandole successivamente dalle proprie basi, sarebbe una battaglia persa in partenza.

Dal punto di vista tecnico – lascio l’aspetto politico ad altri – un “Article-5-like” richiederebbe dunque la presenza di truppe occidentali sul territorio, ipotesi che Mosca ha respinto in modo assoluto. Mancano quindi i presupposti per un’applicazione concreta ed efficace di una simile garanzia. Lavrov su questo è stato chiarissimo: pensare a una protezione esterna senza truppe sul terreno, da un punto di vista tecnico, mi sembra abbastanza fantasioso.

Sostenere le capacità operative ucraine tra le richieste di Mosca

Luca Cadonici: Se l’invio di truppe sul terreno non è realistico, in che modo Europa e Stati Uniti potrebbero comunque fornire a Kyiv garanzie di sicurezza concrete ed efficaci?

Gen. Camporini: Direi che è fondamentale garantire un continuo sostegno alle capacità operative ucraine. Tuttavia, qui ci si scontra con una delle richieste centrali avanzate da Mosca, ribadita esplicitamente fin dall’inizio di questa cosiddetta “operazione speciale”: un’Ucraina disarmata, neutrale e priva di sostanziali capacità militari. Si è arrivati perfino a parlare di forze armate limitate a non più di 100.000 unità: in pratica, l’equivalente di una forza di polizia urbana, del tutto inadeguata a difendere il Paese da una nuova invasione.

Armi per 100 miliardi: piano sostenibile o illusione?

Luca Cadonici: Si è recentemente parlato della proposta di Kiev di acquistare armamenti statunitensi per un valore di circa 100 miliardi di dollari, finanziati dall’Unione Europea, in cambio di garanzie di sicurezza da parte di Washington. Una simile offerta è davvero sostenibile?
Gen. Camporini: Dal punto di vista finanziario non sono un esperto, ma da quanto leggo e mi riferiscono, l’operazione non sarebbe improponibile: mi affido quindi alle valutazioni degli economisti che hanno analizzato la questione. Sul piano produttivo, invece, è evidente che serve una disamina puntuale. Gli Stati Uniti hanno certamente la capacità di incrementare i livelli produttivi e soddisfare, in tempi relativamente brevi, una richiesta di queste dimensioni. Anche in Europa sono in corso iniziative industriali mirate, ma si tratta soprattutto di una questione di tempi: quanto velocemente questa capacità di supporto potrà essere messa a regime. Non è un processo istantaneo, richiede tempo, mentre la domanda resta continua.

In linea di principio, dunque, sì: si può fare. La condizione fondamentale è avere la volontà politica di portare avanti un impegno di questa portata e mantenere integra l’intera catena organizzativa, a partire da quella finanziaria. Le imprese operano infatti in un contesto di economia occidentale: un imprenditore investe per aumentare le proprie capacità produttive, ma lo fa solo con la ragionevole garanzia che quell’investimento genererà un ritorno economico. È un meccanismo che non ha nulla di discutibile dal punto di vista etico; ciò che conta, però, è che vi sia la certezza che i governi manterranno nel tempo questo sforzo.

Nel frattempo, la Russia continua a produrre armamenti, come leggiamo quotidianamente. I risultati, tuttavia, restano modesti: quando un esercito di oltre 600.000 uomini schierati si vanta di aver conquistato un villaggio nell’arco di una giornata, la sproporzione tra forze impiegate e risultati ottenuti è evidente.

Il tavolo dei negoziati mentre infuria il conflitto

Luca Cadonici: L’Europa chiede un cessate il fuoco prima di avviare i negoziati, mentre gli Stati Uniti sembrano spingere per trattare anche durante le ostilità. Quali rischi politici e strategici comporta sedersi al tavolo mentre il conflitto è ancora in corso?
Gen. Camporini: Comporta una totale mancanza di logica, che del resto è una delle caratteristiche di Trump. Sappiamo bene che all’inizio aveva insistito sulla necessità di un cessate il fuoco, sostenendo che se ciò non fosse avvenuto ci sarebbero state serie conseguenze. Poi, nell’arco di pochi minuti, ha cambiato idea: non so cosa possa avergli detto Putin per convincerlo, e non voglio fare illazioni sulle argomentazioni utilizzate, ma il fatto resta. È evidente che un negoziato si può avviare solo quando le carte sono ben ferme sul tavolo: se non ci sono condizioni chiare e definite, non è possibile negoziare seriamente.


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UE: non un esercito unico, ma strutture integrate

Luca Cadonici: La cosiddetta “coalition of the willing” può diventare il seme di un vero esercito europeo? E come si concilierebbe con le forze armate nazionali?
Gen. Camporini: Allora, lo dico per la decima volta: smettiamola di parlare di esercito europeo. È una prospettiva di lungo periodo, a cui forse arriveremo se ci saranno sviluppi in senso federale dell’Unione o comunque tra un certo numero di Paesi membri. Parliamo piuttosto di capacità militare collettiva dei Paesi europei.

Questa si può realizzare anche da subito, utilizzando lo stesso meccanismo impiegato dalla NATO. La NATO non ha un suo esercito, e questo dovrebbe aprire gli occhi a molti commentatori: essa utilizza semplicemente le forze messe a disposizione dai singoli Paesi, secondo una programmazione pianificata con grande accuratezza da quello che è l’elemento chiave dell’Alleanza, ossia la sua catena di comando e controllo, a partire dal quartier generale di Mons, il famoso SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), con sede in Belgio.

Lo SHAPE è il quartier generale del Comando Operativo Alleato (ACO – Allied Command Operations) e ha la responsabilità della pianificazione strategica, del comando e del controllo delle operazioni NATO. È lì che vengono coordinate ed impiegate, con efficienza ed efficacia, le forze messe a disposizione dai singoli Paesi membri. Questo centro di pianificazione, comando e controllo è quello che impegna concretamente le forze fornite dai Paesi e lo fa con grande efficienza ed efficacia.

Tutta la catena di comando della NATO parte da Mons ed è articolata in diversi comandi, sia di tipo geografico-regionale sia di tipo funzionale. In Italia, ad esempio, abbiamo il comando di Lago Patria, vicino Napoli. Esistono poi comandi funzionali: il comando aereo, il comando terrestre e quello navale, come il comando navale di Northwood, in Gran Bretagna.

Questa intera struttura impiega circa 18.000 unità: non parliamo quindi di qualche centinaio di uomini, ma di un complesso molto articolato che svolge funzioni fondamentali, a partire dalla raccolta di intelligence fino alla pianificazione di dettaglio, poi trasmessa ai singoli Paesi membri.

In pratica significa: Italia, mi serve la tua Brigata Sassari; Francia, mi servono i tuoi Mirage — faccio per dire. Su questa base si costruiscono le operazioni, attraverso un processo ormai collaudato da decenni e che funziona molto bene. È grazie a questo meccanismo che oggi possiamo garantire missioni di monitoraggio e deterrenza nei Paesi dell’Est: regolarmente inviamo i nostri velivoli da combattimento in Estonia e Lituania per partecipare alle rotazioni delle forze.

Quindi, tornando alla sua domanda, nel momento in cui gli europei definissero una catena di comando adeguata — che va costruita, perché non è qualcosa che si realizza dall’oggi al domani — il meccanismo di impiego delle forze nazionali permetterebbe di ottenere una capacità operativa non nell’arco di anni o mesi, ma nell’arco di una settimana. E questo garantirebbe quella autonomia strategica che da tempo inseguiamo, quasi fosse un’araba fenice.

Quello che stanno facendo i Paesi “volenterosi” — in particolare Francia, Germania, Gran Bretagna, con il contributo di alcune nazioni scandinave — va proprio in questa direzione: armonizzare le rispettive strutture per raggiungere questo obiettivo. In questo senso, la presenza della Finlandia al recente incontro di Washington è stata molto significativa. L’Italia ha deciso di starci a metà? È un problema italiano, purtroppo.

Autonomia strategica europea: potenzialità e limiti attuali

Luca Cadonici: L’Europa può davvero assumere una leadership autonoma nella difesa, affrancandosi almeno in parte dalla NATO e dall’ombrello statunitense?
Gen. Camporini: Con delle riserve, perché ci sono capacità che gli europei non hanno ancora sviluppato a sufficienza. Una di queste è la difesa antimissile: oggi le capacità europee sono ridotte al minimo, con poche batterie di Patriot americani e i sistemi italo-francesi SAMP/T, che però non garantiscono una copertura adeguata.

Un’altra criticità, forse ancora più seria, riguarda la raccolta dei dati di intelligence, la loro elaborazione e fusione per un impiego operativo. Servono satelliti di ricognizione — e ne abbiamo, ma in numero insufficiente — e servono velivoli da ricognizione elettronica — anche qui, qualcosa c’è, e in questo campo l’Italia è relativamente ben attrezzata, ma non basta. Fondamentale è poi la capacità di integrare tutte queste informazioni per fornirle in tempo reale all’operatore sul terreno, così da permettergli di pianificare in modo efficace e ridurre al minimo i rischi delle operazioni.

Questa è una capacità che va sviluppata e rafforzata, se vogliamo davvero arrivare a un’autonomia strategica europea. I presupposti ci sono, sappiamo cosa manca: si tratta di mettersi d’accordo e lavorare insieme in modo coordinato.

Non è però un obiettivo dietro l’angolo, soprattutto se in alcuni Paesi emergono atteggiamenti politici poco responsabili: penso, ad esempio, a figure come Salvini, che tende a comportarsi più come un ragazzino delle scuole medie che come un leader politico.

Cyber e intelligence: l’Europa tra resistenze e necessità di condivisione

Luca Cadonici: Sul fronte cibernetico, quale postura dovrebbe assumere l’Unione Europea, e in particolare l’Italia, per rafforzare la propria sicurezza e contribuire a un’eventuale difesa europea comune?
Gen. Camporini: La condivisione nell’area cyber, che rientra a pieno titolo nell’ambito informativo, è un settore in cui occorre compiere progressi significativi. Nel mondo dell’intelligence, e quindi anche nel nostro, esiste ovunque una forte sensibilità nazionale — non solo in Italia. Lo scambio di informazioni, esperienze e supporto si basa ancora su criteri prevalentemente “commerciali”: “Io ti do questo, che ha un certo valore, ma tu in cambio mi devi dare qualcos’altro.” Oppure: “Ti passo questa informazione, ma da questo momento hai un debito nei miei confronti.” È un approccio bilaterale, che purtroppo non si traduce in un vero centro collettivo in cui esperienze e dati vengano condivisi liberamente.

Bisogna riconoscere che esiste una forte resistenza nazionale su questi temi, ma è proprio qui che serve un deciso passo avanti. Invece, ho l’impressione che si stiano compiendo passi indietro, perdendo di vista la dimensione europea.

Lei conosce certamente il concetto dei Five Eyes: Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Questi Paesi anglosassoni hanno un accordo che prevede lo scambio integrale di informazioni: tutti conferiscono in un “contenitore comune” e ciascuno vi attinge liberamente ciò che gli serve. Eppure, secondo quanto riportato recentemente, Tulsi Gabbard ha deciso di limitare lo scambio delle informazioni americane con gli altri membri dei Five Eyes per motivi di sicurezza nazionale. Se gli Stati Uniti, sotto questa amministrazione, fanno un passo indietro nella condivisione dei dati, è evidente che non siamo sulla strada giusta.

In Europa i rapporti sono buoni, non c’è dubbio. Ma dovrebbero diventare più organici e meno occasionali. Questa è la mia impressione.