Le due imprese familiari italiane che non fanno arrugginire le armi di Putin
Trap Aggressor, il progetto investigativo del think tank ucraino StateWatch, ha portato alla luce un legame scomodo tra l’industria chimica italiana e il complesso militare russo.
In una recente inchiesta, la testata ha documentato come due aziende familiari del Nord Italia abbiano esportato in Russia, nel solo 2024, materie prime chimiche per almeno 30 milioni di dollari, contribuendo indirettamente alla produzione di droni, missili e carri armati.
Parliamo della Sir Industriale, con sede a Castelseprio, in provincia di Varese, e della Novaresine, attiva a Verona.
Le resine industriali e i loro utilizzi
Queste aziende, poco note al grande pubblico, sulla carta si dichiarano attente alla responsabilità sociale della loro produzione.
Ma attualmente i documenti doganali analizzati da Trap Aggressor raccontano un’altra storia: le loro resine finiscono nelle mani di società russe che riforniscono direttamente colossi del settore militare-industriale, tra cui Uralvagonzavod, storico produttore di carri armati come il T-34, il T-55 e il più moderno T-90.
La più esposta delle due è proprio Sir Industriale. Questa nel 2024 ha inviato in Russia prodotti per 16,6 milioni di dollari, tra cui 6 milioni in resine epossidiche, una sostanza cruciale per rivestimenti antiruggine e materiali compositi destinati all’aeronautica e alla missilistica.
Ma tra i suoi clienti principali figura anche il gruppo YarLI, produttore di vernici che collabora a sua volta con aziende russe già colpite dalle sanzioni, come la KamAZ, che produce autocarri anche per uso militare, il colosso siderurgico Severstal, la Tatneft, che è una delle maggiori compagnie petrolifere russe, il monopolista ferroviario RZD, lo sviluppatore di radar JSC Izumrud, il gruppo LKM, Uralprotect e OOO Prime Top.
Da Verona, invece, la Novaresine ha spedito in Russia resine poliestere e alchidiche per 14,1 milioni di dollari tra i cui acquirenti vediamo ancora una volta la YarLI, poi la società Vita Robus Coating e persino la filiale russa del colosso olandese AkzoNobel, sempre specializzata in vernici, che pur non ricevendo commesse statali resta largamente utilizzata come fornitrice da enti pubblici russi.
Gli affari sono affari
Ecco quindi che l’Italia si conferma, nell’anno 2024, il primo fornitore europeo di resine epossidiche alla Russia, con una quota pari al 21% del mercato.
Un primato che stride con l’immagine pubblica delle due aziende, entrambe dotate di codici etici e persino di comunicazione “green”, ma che mantengono un prudente silenzio sul loro legame con Mosca dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina del 2022.
La contraddizione è ancora più dolorosa nel momento in cui Sir Industriale, pur avendo registrato un fatturato di 131 milioni di euro nel 2023, ha ricevuto quasi 2 milioni in finanziamenti pubblici.
In un’intervista, l’amministratore delegato Marco Bencini aveva parlato di “crescita sui mercati esteri”, citando Stati Uniti e Medio Oriente. Nessuna menzione della Russia, dove però i suoi prodotti continuavano ad arrivare.
Interpellata in un secondo momento, l’azienda ha ammesso di avere rapporti di lunga data con YarLI, sostenendo che tutti i contratti risalissero a prima del 2022 e che le resine fossero destinate a usi civili, come coperture per tetti o rivestimenti per barattoli. Peccato che i dati raccolti da Trap Aggressor mostrino come negli ultimi anni oltre l’80% delle resine acquistate da YarLI e il 100% di quelle della società russa PrimeTop provengano proprio dall’Italia.
La Novaresine, dal canto suo, ha chiuso il 2023 con un fatturato di 81 milioni di euro e un utile netto di 5,7 milioni. Controllata dalla famiglia Bombana tramite la holding Tajan S.r.l., l’azienda è guidata da Alberto Bombana. La risposta ufficiale che ha dato alle domande di Oleksandr Tartachny è stata lapidaria: “Le nostre resine poliestere non sono soggette a divieti di esportazione”. Nessuna spiegazione sui rapporti con i clienti russi e nessuno scrupolo morale sugli utilizzi di queste resine.
Un polmone artificiale per il Cremlino
Il quadro che questa vicenda fa emergere è quello di una Russia che, nonostante le sanzioni, resta fortemente dipendente dall’import europeo per i rivestimenti anticorrosivi indispensabili al suo apparato militare.
L’industria chimica russa, collassata negli anni ’90, non è mai stata ricostruita e richiederebbe decenni per tornare ad una piena autonomia di produzione.
Anche sostituire i fornitori europei con quelli asiatici (soprattutto cinesi) richiede tempo.
Mosca, di per sé, sarebbe quindi vulnerabile: peccato che due imprese familiari italiane, e forse anche altre di cui ancora non sappiamo, continuano a garantirle componenti essenziali per mantenere in funzione i suoi armamenti.








