Le matrioske del governo, ovvero come i decreti legge comprimono il Parlamento
Vi presentiamo “L’Italia dentro”, la rubrica settimanale de L’Europeista a cura di Matteo Grossi. Ogni sabato leggiamo l’Italia con occhi diversi: non come un Paese chiuso nei propri confini, ma come parte integrante di un progetto più grande. Politica, economia, società: l’Italia è spesso un laboratorio di tutto ciò che può andare benissimo, o malissimo, in Europa, in Occidente e nel mondo. La rubrica ha un tono volutamente provocatorio, perché scuotere convinzioni consolidate e smontare i luoghi comuni è l’unico modo per stimolare un dibattito serio. L’obiettivo non è compiacere, ma mettere in discussione, anche in modo scomodo, i nodi irrisolti della nostra democrazia.
Il decreto legge è uno strumento previsto dalla Costituzione. Funziona così: il governo lo adotta, ha effetto immediato, ma entro sessanta giorni deve essere convertito in legge dal Parlamento. Se non lo è, decade. Un meccanismo semplice, pensato per affrontare i casi di “necessità e urgenza”.
Peccato che, nella pratica, la semplicità sia diventata complicazione. Da tempo i governi, di qualunque colore, hanno preso gusto a giocare con i decreti come fossero matrioske russe. Il procedimento è questo: il governo vara un primo decreto, chiamiamolo A. Mentre il Parlamento lo sta convertendo, ne emana un secondo, chiamiamolo B. Invece di lasciare che B segua il suo iter, lo infila dentro A, così che la legge di conversione finale contenga entrambi. Risultato: un colpo solo, due decreti convertiti. Il secondo, formalmente, viene abrogato; ma i suoi effetti rimangono salvi.
Il trucco delle matrioske legislative
Il termine tecnico è “decreto matrioska”. Non una novità: nella scorsa legislatura i casi censiti furono ben 41. Nell’attuale, secondo l’opposizione, il governo Meloni avrebbe già usato questo metodo almeno dodici volte. Tra gli esempi recenti: il “Decreto sicurezza” e il “Decreto flussi”, al cui interno è stato assorbito il “Decreto Paesi sicuri”.
Ora, non si tratta di violare la Costituzione. È tutto formalmente legittimo. Ma non tutto ciò che è legittimo è anche trasparente. Lo ha detto chiaramente il Comitato per la legislazione della Camera, che ha definito il fenomeno in modo chirurgico: “Inserimento delle disposizioni di un decreto legge (ospitato) dentro un altro decreto legge (ospitante) in corso di conversione, emendando la legge per riprodurre la disciplina del primo e, contestualmente, abrogarlo, salvandone gli effetti”. Tradotto dal burocratese: un modo per ingarbugliare i lavori parlamentari, riducendo l’esame a una corsa contro il tempo e comprimendo il dibattito.

Si finisce così per aggirare la funzione di controllo delle Camere, che dovrebbero valutare con attenzione i singoli provvedimenti. Ma se i testi vengono impilati e mischiati, l’esame puntuale diventa impossibile. Il governo, dal canto suo, brandisce la bandiera della necessità e dell’urgenza come lasciapassare universale. Tutto è urgente, tutto è necessario, tutto è subito. Ma l’urgenza vera non si pianifica: si affronta. Qui, invece, si programma.
Il rischio è chiaro: un processo legislativo disordinato, opaco, che mette in secondo piano il Parlamento e concentra tutto nelle mani dell’esecutivo. Non una rivoluzione, sia chiaro: è pratica diffusa da anni, segno di una patologia cronica del sistema. Ma quando la patologia diventa regola, la trasparenza muore.
Quando la trasparenza muore
Nel frattempo, i cittadini e le imprese guardano altrove. Distratti dalle mille urgenze quotidiane, scoprono magari dopo mesi che in quelle matrioske legislative sono state infilate norme che li riguardano direttamente. Sempre per necessità e urgenza, s’intende. Così, mentre il Paese reale si distrae con ciò che appare urgente, qualcun altro stabilisce – con calma apparente – ciò che diventerà obbligatorio per tutti.








