Le disperate richieste di Putin su lingua e chiesa russa: battaglie che la Russia ha già perso

Redazione
17/08/2025
Radici

Quando Vladimir Putin ha presentato a Donald Trump le condizioni per una pace in Ucraina, non si è limitato a chiedere la cessione del Donbas. Due clausole hanno rivelato la vera ossessione del Cremlino: il riconoscimento della lingua russa come ufficiale in Ucraina e la garanzia di protezione per la Chiesa Ortodossa Russa. Due richieste che non parlano di geopolitica, ma di identità, cultura e religione: i veri campi di battaglia che Mosca non riesce più a controllare. È la stessa nostalgia che riemerge nei simboli: dalle parate militari che rievocano la grande guerra patriottica ai monumenti a Stalin inaugurati a Mosca, fino al gesto altamente simbolico del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che ad Anchorage si è presentato con una felpa con la scritta CCCP, quasi a voler evocare un passato che non esiste più.

La frattura dentro l’Ortodossia

Già nel 2019 il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli aveva concesso il tomos di autocefalia alla Chiesa Ortodossa di Ucraina, sancendo di fatto la separazione da Mosca. Fu una scissione teologica e politica insieme: Kyiv reclamava l’indipendenza spirituale come parte della propria emancipazione nazionale.

Dal punto di vista canonico, questa scelta ha avuto conseguenze enormi. Significa che la Chiesa Ortodossa di Ucraina non è più “sotto la giurisdizione” del Patriarcato di Mosca, ma è pienamente indipendente nel governare sé stessa: eleggere i propri vescovi, organizzare la vita ecclesiale e custodire la propria tradizione liturgica. Al tempo stesso, l’atto di autocefalia riafferma il ruolo del Patriarca ecumenico di Costantinopoli come primus inter pares nel mondo ortodosso, cioè come autorità riconosciuta a livello universale per dirimere questioni di unità e legittimità canonica. In termini semplici, la Chiesa ucraina ha tolto a Mosca il potere di definirne l’identità e lo ha restituito a Costantinopoli, il centro originario dell’Ortodossia.

L’invasione del 2022 ha reso questa faglia definitiva. Nel 2024, una legge ha dato al governo il potere di vietare le organizzazioni religiose legate alla Chiesa Ortodossa Russa, mentre luoghi simbolici come la Lavra delle Grotte di Kyiv sono passati sotto il controllo della Chiesa Ortodossa di Ucraina. Putin continua a chiedere “garanzie” per la sua Chiesa, ma la realtà è che l’Ucraina si è già riallineata altrove.

La lingua che cambia con la guerra

Anche la battaglia linguistica racconta un processo irreversibile. La legge del 2019 aveva già sancito l’ucraino come unica lingua di Stato, ma fu la guerra a renderlo un segno identitario. Secondo i dati del Kyiv International Institute of Sociology (KIIS) e di rilevazioni riportate da The Insider nel 2025, il 63% degli ucraini parla ucraino a casa, il 13% russo e il 19% entrambe le lingue in modo uguale. Si tratta di un aumento significativo rispetto anche al solo 2020, quando l’ucraino era usato in famiglia solo dal 52% e il russo dal 25%.

A questa trasformazione interna si aggiungono altri elementi significativi. Sul piano digitale, ricerche accademiche mostrano che l’uso del russo sui social stava già diminuendo prima del 2022, ma con l’invasione è crollato rapidamente: Twitter, Facebook, Instagram e TikTok sono diventati laboratori di “ucrainizzazione” della comunicazione.

Il mutamento è netto anche sul piano politico e sociale: nel dicembre 2022, l’80% degli ucraini dichiarava che l’ucraino dovesse essere prevalente “in tutti gli ambiti pubblici”, mentre solo il 15% sosteneva l’idea di un paese bilingue — una drastica riduzione rispetto al 33% di cinque anni prima. L’idea di un’Ucraina ufficialmente bilingue si è quasi dissolta.

Va segnalato, tuttavia, che permangono differenze territoriali e anagrafiche: nelle regioni orientali e meridionali e tra le generazioni più anziane l’uso del russo è ancora più frequente, mentre tra i giovani e nell’ovest del Paese prevale nettamente l’ucraino.

Infine, il sistema educativo è diventato uno strumento decisivo per consolidare il processo. Nel 2023 il 98,4% delle scuole secondarie insegnava esclusivamente in ucraino e il 99,1% degli studenti riceveva istruzione in questa lingua. La lingua russa, ormai marginale, veniva studiata come materia da appena 768 studenti, contro i 454.800 del 2021: un crollo che fotografa l’accelerazione del cambiamento.

Pretendere oggi un ritorno al bilinguismo ufficiale non è realpolitik, ma nostalgia imperiale. La lingua, come la fede, segna la distanza ormai incolmabile tra Kyiv e Mosca.

Le crepe oltre l’Ucraina

Lontano dal fronte, la sfera culturale e religiosa russa si sgretola altrove. La Lettonia ha rotto i legami con Mosca, dichiarando la propria Chiesa ortodossa indipendente. In Lituania cresce la pressione per lo stesso passo, mentre in Moldova decine di parrocchie hanno già scelto di unirsi alla Metropolia di Bessarabia, legata a Bucarest. È un movimento che si allarga silenziosamente e che ricorda come, nei secoli, la forza dell’Impero russo non fosse solo militare, ma fatta di riti, alfabeti e simboli. Persino in Asia centrale il passaggio all’alfabeto latino in Kazakhstan ha un chiaro significato politico: prendere le distanze dalla matrice russa.



Il tradimento dell’Armenia

Il Caucaso è forse l’esempio più drammatico di questa perdita di fiducia. Nel 2023, durante l’offensiva azera che ha svuotato il Nagorno-Karabakh, le truppe russe non mossero un dito. A Yerevan si parlò apertamente di tradimento: il protettore storico aveva lasciato l’Armenia alla mercé di Baku. Nel 2025, il governo armeno ha persino firmato un’intesa di pace sotto ombrello occidentale, con la mediazione degli Stati Uniti. Per Mosca, che si era sempre presentata come garante del Caucaso, è stato un colpo durissimo.

Il contagio possibile

La guerra in Ucraina non ha solo ridisegnato confini, ma ha accelerato fratture identitarie. Ogni richiesta di Putin su lingua e Chiesa è la prova che il Cremlino lo sa: il suo impero si sgretola nelle anime prima che nelle mappe. Se l’Ucraina non tornerà indietro, il rischio è che altri popoli — dalle Chiese baltiche alle comunità moldave, fino all’Armenia e oltre — decidano di seguire la stessa strada. È un processo che la violenza del 2022 ha reso irreversibile.

Trump potrà anche ospitare Putin e immaginare una “grande trattativa”, ma la verità è che quelle condizioni sono già fuori tempo massimo. Nessun decreto potrà riportare gli ucraini a pregare con Mosca o a scrivere in russo. La guerra ha fatto esplodere fratture che erano silenti, e ora si allargano come cerchi concentrici.