Quando il lavoro scompare: la CGIL tra ideologia e irrilevanza
La CGIL nasce nel 1944 come sindacato della ricostruzione democratica. La scissione dei primi anni Cinquanta ne consolida un’identità politica stabile, legata alla tradizione comunista. Quel modello contribuisce a importanti conquiste sociali, dallo Statuto dei Lavoratori alla difesa dei diritti nel lavoro industriale. Tuttavia, si sviluppa in un’Italia fordista ormai superata. Oggi il mercato del lavoro è frammentato e precario. Partite IVA, co.co.co. e lavoro autonomo economicamente dipendente crescono senza adeguate tutele. La CGIL continua però a privilegiare il lavoro stabile, mostrando una difficoltà strutturale nel rappresentare il lavoro reale contemporaneo.
Quando la politica sostituisce il sindacato
A questa distanza si affianca una trasformazione più profonda. L’agenda politica ha progressivamente preso il posto di quella sindacale. La contrattazione perde centralità, mentre cresce l’attivismo ideologico. Le mobilitazioni servono sempre meno a migliorare le condizioni materiali dei lavoratori e sempre più a occupare lo spazio mediatico. Il sindacato assume così il ruolo di soggetto politico permanente, riducendo il peso del mandato conferito dagli iscritti.
Le cause internazionali come identità politica
Questa evoluzione emerge con chiarezza nelle prese di posizione su crisi internazionali. La CGIL ha cercato di intestarsi la mobilitazione su Gaza e ha assunto una linea di sostegno al governo venezuelano contro gli Stati Uniti. In queste scelte si delinea una postura coerente, fortemente critica verso l’Occidente e indulgente verso regimi autoritari. Il legame con la tutela del lavoro risulta assente, mentre la dimensione ideologica diventa centrale.
Venezuela: la legittimazione di Maduro
Nel caso venezuelano, la leadership della CGIL ha contribuito a legittimare un regime autoritario, definendo Nicolás Maduro “presidente eletto dal popolo”. Una definizione che ignora un sistema segnato da repressione politica, arresti arbitrari, sparizioni forzate e migliaia di morti documentati da organismi internazionali. Questa linea trova riscontro nelle piazze. Durante una manifestazione a Roma, alcuni partecipanti hanno aggredito verbalmente, e in parte fisicamente, due esuli venezuelani che tentavano un confronto pacifico. Insulti e intimidazioni hanno trasformato una manifestazione sindacale in uno spazio di sopraffazione del dissenso.
Ucraina: la pace senza distinzione
L’atteggiamento verso l’Ucraina evidenzia un ulteriore doppio standard. Di fronte a un’invasione armata, la CGIL si limita a promuovere generiche manifestazioni per la pace. Non emerge una netta distanza dall’aggressione né una chiara vicinanza al Paese aggredito. Il richiamo all’articolo 11 della Costituzione viene utilizzato per contestare l’invio di aiuti militari, isolando il ripudio della guerra dal suo contesto giuridico. Il diritto internazionale scompare dal discorso pubblico e la distinzione tra aggressore e aggredito tende a dissolversi.
Una crisi di mandato
La CGIL oggi manifesta sempre più spesso per cause politiche che esulano dal mandato conferitole dai tesserati. I lavoratori chiedono rappresentanza, contrattazione e tutela. Ricevono invece posizionamenti geopolitici e mobilitazioni simboliche. La storia del sindacato resta rilevante, ma non basta a giustificarne l’azione presente. Senza una trasformazione profonda, capace di riportare il lavoro al centro e di separare l’azione sindacale dall’attivismo ideologico, il rischio è una perdita irreversibile di credibilità. Con buona pace di una tradizione che aveva come fine la difesa del lavoro, non l’imposizione di una visione politica.








