L’allargamento dell’Unione: quali rischi per la governance europea?

Giacomo Antonio Lombardi
10/11/2025
Poteri

Il 4 novembre la Commissione europea ha presentato la 2025 Communication on EU Enlargement Policy onde fare il punto sui progressi dei Paesi candidati all’adesione all’UE. Fra Stati promossi e rimandati, emerge l’intento unionale di perseguire una politica di allargamento entro il 2030, senza derogare ai propri valori fondanti.

Ursula von der Leyen, nell’annunciare il Pacchetto, ha ribadito i vantaggi dell’adesione, definita «un’offerta unica. Una promessa di pace, prosperità e solidarietà». Anche l’Unione trarrebbe forza dall’ingresso di nuovi membri «perché un’UE più grande significa un’Europa più forte e più influente sulla scena mondiale».

La governance europea tra potenziali instabilità e problemi noti

L’adesione rimane, tuttavia, un processo «rigoroso e meritocratico», da conquistare col tempo e con le giuste riforme. Un allargamento inoculato potrebbe avere effetti controproducenti: ad una maggiore presenza sullo scacchiere geopolitico potrebbe corrispondere una profonda instabilità interna, derivante da meccanismi già obsoleti e potenzialmente insostenibili in un prossimo futuro.

Può l’UE, a Trattati vigenti, aumentare i propri membri senza rischiare il collasso? Quale la capacità di governarsi all’ulteriore accrescersi dei Paesi e delle complessità?

Il percorso della governance europea resta tortuoso: fronti come difesa comune, innovazione tecnologica o euro digitale richiedono soluzioni condivise. Pur sapendo cosa va fatto permangono dubbi sul come farlo, già faticandosi a trovare un metodo che tenga conto delle precipue esigenze di 27 Paesi diversi. Senza necessarie riforme, con un allargamento orientale tali difficoltà rischierebbero di moltiplicarsi.

Allargamenti graduali e futuri

Non sorprende, allora, che la Commissione proceda intanto alla stipulazione di forme di “integrazione graduale” in specifici settori. Si pensi all’estensione del Roam Like at Home a Moldova e Ucraina a partire dal 2026 o all’inclusione dei Paesi balcanici nella SEPA. Piccoli passi verso future aperture, subordinate al rispetto di precise condizioni.

Se infatti Albania e Montenegro avanzano nel loro percorso d’adesione, lo stesso non può dirsi di Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord e Serbia, dall’andamento ondivago a causa di tensioni interne o esterne. Positivi ma parziali i progressi di Moldova e Ucraina, i cui sforzi dovranno rimanere costanti nel tempo (soprattutto la lotta alla corruzione ucraina).

Non possono sottovalutarsi rischi come la tendenza all’autoritarismo o le influenze russe, che potrebbero minare equilibri precari. Il processo d’adesione della Turchia resta fermo al 2018, mentre i progressi della Georgia sono stati cancellati dall’odierno esecutivo. Senza un ritorno credibile alla rule of law, nessun futuro eurounitario è possibile.

Il Next Generation EU come emblema della nuova governance europea

Il problema in caso di sottovalutazione dei rischi sarebbe, ancora, a livello di governance. Certo, il quinquennio post-COVID-19 ha comportato repentini mutamenti di modus operandi pur a Trattati invariati. Le regole di funzionamento UE vengono ormai interpretate (o forzate) allo scopo di occuparsi anche di questioni estranee alle attribuzioni. L’esempio paradigmatico è il debito comune, prima inimmaginabile ma oggi chiave della ripresa post-pandemica e modello di cui gli autorevoli Rapporti Draghi Niinistö invocano la replicabilità.

Il Next Generation EU, difatti, non ha introdotto innovazioni solo in ambito economico, ma anche in ottica politico-costituzionale. Di fronte a comuni difficoltà, individualmente invalicabili, gli Stati hanno conosciuto una rafforzata integrazione e una maggiore centralizzazione dell’assetto decisionale. Il nuovo modello di governance offerto dal NGEU ha ridefinito il ruolo della Commissione, oggi autentico “organo governante” dell’Unione, non senza dubbi di legittimità e contestazioni da parte del Parlamento europeo.

Rischi e necessarie riflessioni

A tali criticità si sommano questioni di metodo decisionale, fra cui l’irrisolto nodo dell’unanimità: già ardua a 27 Paesi, potenzialmente impossibile da raggiungere a 28 o più. Un allargamento del Gruppo di Visegrád senza contromisure rischierebbe di paralizzare l’UE, esponendola ad interessi divergenti e influenze esterne.

È fondamentale scongiurare che tentativi di maggiore integrazione evolvano in una dis-integrazione. Nel Pacchetto, onde evitare retromarce nei diritti fondamentali dopo l’ingresso nell’UE, si prospettano «salvaguardie più forti» nei futuri trattati d’adesione.

È un passo significativo ma forse non sufficiente. Occorre prima una riflessione sulle riforme istituzionali indispensabili per rendere sostenibile un’UE a 28+ Paesi, indicando non solo le modifiche che dovrebbero apportare i candidati, bensì anche l’Unione stessa. Solo così sarà possibile affrontare le difficoltà dello status quo e gestire con realismo la futura dimensione politica europea.

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Di questi temi si tratterà in occasione del convegno opportunamente denominato La dimensione politica europea dopo il Next Generation EU, secondo workshop annuale della Cattedra Jean Monnet European Order After the Next Generation EU (NextGEUOrder), istituita presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.

L’evento, previsto per il 10-11 novembre presso il medesimo Ateneo, vedrà la partecipazione di insigni relatori provenienti dal mondo accademico, nonché di giovani studiosi vincitori di un’apposita call for papers. Per le informazioni di dettaglio si rimanda alla locandina pubblicata sul sito della JMC.