La tentazione islamista della nuova sinistra: se il progressismo odia la libertà

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Vincenzo D'Arienzo
11/03/2026
Orizzonti

Negli ultimi anni una parte della sinistra giovanile europea ha intrapreso un percorso ideologico che merita una riflessione critica più seria di quanto spesso accada nel dibattito pubblico.

Non si tratta semplicemente di radicalismo generazionale (un fenomeno ricorrente nella storia politica occidentale) ma di qualcosa di più complesso: una convergenza culturale tra anticapitalismo radicale, revisionismo sul comunismo e una sorprendente indulgenza verso l’islam politico.

Questo intreccio ideologico, ancora minoritario ma sempre più visibile, solleva interrogativi profondi sul futuro della democrazia liberale in Europa e sulla direzione che una parte della nuova generazione progressista sembra voler intraprendere.

Il paradosso è evidente: mentre si proclama la difesa dei diritti e dell’uguaglianza, settori sempre più ampi della nuova sinistra finiscono per normalizzare o per giustificare ideologie che storicamente hanno rappresentato una minaccia proprio per quei valori.

Vecchie ideologie sotto nuove etichette

Per comprendere questa trasformazione occorre partire da un dato storico. Dopo i massacri in Ungheria del 1956, gran parte della sinistra europea aveva gradualmente accettato il quadro della democrazia liberale, sviluppando una tradizione socialdemocratica riformatrice compatibile con l’economia di mercato e con lo stato di diritto.

Quel compromesso politico aveva consentito alla sinistra di governare in molti paesi dell’Europa occidentale e settentrionale, contribuendo alla costruzione del modello sociale europeo.
Negli anni ’70 la stessa evoluzione aveva toccato la sinistra spagnola e portoghese, dopo la caduta delle rispettive dittature.

Infine, dopo la caduta del Muro di Berlino persino il Partito Comunista italiano accantonò (pur tra mille dubbi, scissioni e ripensamenti) il suo sogno di opposizione intransigente all’ordine liberaldemocratico: le sue metamorfosi successive, fino al PD, si assestarono su una linea molto più simile con quella che era stata del PSI, del PsdI o dei democristiani morotei.

Oggi, tuttavia, una parte della sinistra radicale giovanile sembra voler archiviare quella stagione.

In numerosi ambienti universitari e militanti si diffonde una crescente rivalutazione del comunismo, spesso presentato non come un’esperienza storica avvenuta nel concreto ma come un ideale astratto di giustizia sociale.

Il problema non è la critica al capitalismo – che resta legittima e, anzi, necessaria in qualsiasi sistema democratico – ma la rimozione quasi totale del peso storico dei regimi comunisti del Novecento.
In molti contesti militanti, il comunismo viene reinterpretato come un semplice progetto di emancipazione sociale, mentre le sue derive autoritarie vengono minimizzate o considerate irrilevanti.

Questo revisionismo ideologico rappresenta uno dei primi segnali di una trasformazione culturale che in realtà, purtroppo, è più ampia.

L’alleanza paradossale tra radicalismo di sinistra e islamismo politico

Ancora più sorprendente è il connubio che alcuni ambienti della sinistra radicale sembrano aver sviluppato con l’islamismo politico.

Negli ultimi anni si è diffusa, soprattutto nei circuiti accademici e attivisti influenzati dalle sedicenti teorie post-coloniali, una narrativa secondo cui l’Occidente liberaldemocratico sarebbe la principale fonte di oppressione globale.
In questa visione, ogni movimento che si oppone all’ordine occidentale viene automaticamente interpretato come una forza di resistenza.

È in questo contesto che alcune correnti della sinistra occidentale hanno iniziato a mostrare una sorprendente tolleranza verso movimenti o simboli associati all’islam politico.

Il dibattito sul velo islamico è uno degli esempi più evidenti di questa contraddizione. In numerosi contesti militanti europei il diritto al velo viene difeso come simbolo di autodeterminazione femminile e libertà religiosa.

Eppure la realtà internazionale racconta una storia molto diversa. In paesi come l’Iran, le proteste delle donne contro l’obbligo del velo rappresentano una delle più coraggiose battaglie contemporanee per i diritti civili. Migliaia di donne rischiano arresti, violenze e persino la vita per liberarsi da un simbolo imposto da regimi teocratici.

Di fronte a questa realtà, la celebrazione del velo come simbolo di emancipazione in alcune piazze occidentali appare quanto meno contraddittoria.

“Non sono antisemita, ma”

Il nodo più delicato riguarda però la crescente radicalizzazione del linguaggio politico attorno alla questione mediorientale.

Le mobilitazioni pro-Palestina rappresentano un fenomeno diffuso e, in molti casi, una legittima espressione di solidarietà verso una popolazione coinvolta in un conflitto complesso e doloroso.
Tuttavia, in diversi contesti europei queste manifestazioni sono state accompagnate da slogan e retoriche che hanno superato il confine tra critica politica e delegittimazione dello Stato di Israele.

Quando il linguaggio politico si trasforma in una demonizzazione indiscriminata del sionismo, o quando emergono slogan apertamente offensivi verso gli ebrei, il rischio è quello di riaprire una ferita storica che l’Europa dovrebbe conoscere meglio di chiunque altro: quella dell’antisemitismo.

Per una cultura politica che si definisce antirazzista, tollerare o minimizzare questi episodi è una contraddizione profonda.

Progressismo senza libertà?

La questione centrale non riguarda tanto singole polemiche o slogan provocatori. Il problema più ampio è la crescente diffidenza che alcuni ambienti della sinistra giovanile radicale mostrano verso i principi fondamentali della democrazia liberale.

In molti contesti militanti si diffonde una narrativa secondo cui concetti come liberalismo, pluralismo, stato di diritto e laicità sarebbero semplicemente strumenti di dominio dell’Occidente.

Il paradosso è evidente. I diritti civili che oggi vengono rivendicati – dalla libertà di espressione alla parità di genere – sono stati conquistati proprio all’interno delle società liberali. Mettere in discussione quelle stesse istituzioni rischia di indebolire il terreno su cui tali diritti sono stati costruiti.

In altre parole, nel tentativo di combattere il sistema occidentale, alcuni movimenti finiscono per attaccare proprio le fondamenta della libertà che rivendicano – e di cui spesso già godono.

Un problema che riguarda il futuro dell’Europa

Le trasformazioni ideologiche che attraversano la sinistra giovanile non sono un fenomeno marginale. Le università, i movimenti studenteschi e le organizzazioni giovanili rappresentano da sempre uno dei principali incubatori delle future classi dirigenti politiche e culturali.

Se in questi ambienti si diffonde una visione profondamente critica – o addirittura ostile – verso il liberalismo democratico, le conseguenze potrebbero emergere nel lungo periodo.

La storia europea insegna quanto sia fragile l’equilibrio tra libertà e radicalismo ideologico. Le democrazie liberali non sono sistemi perfetti, ma restano il contesto politico che ha garantito il più alto livello di libertà, diritti civili e pluralismo nella storia umana.

Conclusione

La crescente convergenza tra anticapitalismo radicale, nostalgia simbolica del comunismo e indulgente tolleranza verso l’islam politico rappresenta una delle contraddizioni più inquietanti della nuova sinistra occidentale.

Non si tratta di demonizzare un’intera generazione di attivisti né di negare la legittimità delle loro critiche alle ingiustizie (vere o presunte) del sistema globale.
Tuttavia, ignorare le derive ideologiche che emergono in alcuni settori della sinistra radicale significherebbe rinunciare a un confronto necessario.

Se il progressismo europeo vuole rimanere fedele alla propria storia, dovrà probabilmente recuperare un principio fondamentale: la difesa senza ambiguità della democrazia liberale, della laicità e dei diritti universali.

Senza questi pilastri, qualsiasi progetto politico che si definisca progressista fa presto a trasformarsi nel suo opposto.