La sfida europea sulla Groenlandia si gioca in America, senza sparare colpi

Carmelo Palma
20/01/2026
Poteri

La “conquista” della Groenlandia è la campagna di guerra più problematica per Trump: impopolare per l’americano medio, indigesta per l’elettorato Gop non fanatizzato, problematica ed eversiva dal punto di vista costituzionale e invisa e impraticabile per i vertici delle forze armate statunitensi.

Ciò significa che per l’Europa contrattaccare e non ripiegare sulla Groenlandia è la scelta più prudente e razionale. Non c’è da fare nessuna guerra in mezzo ai ghiacci; c’è da sfidare Trump rispetto a un passo che potrebbe essere falso, sia se lo facesse, e fosse costretto a renderne conto a un Paese scettico e costretto a raccogliere i cocci della Nato e di quasi un secolo di alleanze euro-atlantiche, sia se non lo facesse e dovesse rimangiarsi promesse e pretese e incassare una sconfitta.
La conquista della Groenlandia è anche l’obiettivo più irrazionale e conferente solo alla megalomania e al disturbatissimo “psichismo” del Presidente, e dunque è anche quello più utile a innescare un cortocircuito tra la Casa Bianca e l’America nel suo complesso e a palesare l’insostenibilità di un comandante in capo che, come si è lasciata sfuggire Susie Wiles, “agisce come un alcolista”, “con l’idea che non c’è nulla che non possa fare. Nulla, zero, niente”.

La reazione italiana tra attendismo e illusioni sovraniste

Come era prevedibile, le reazioni del Governo italiano alle minacce di Trump – dell’invasione della Groenlandia e di nuove sanzioni tariffarie – sono all’insegna del più tradizionale “troncare e sopire” e sembrano più finalizzate a impedire la risposta europea che a neutralizzare l’intimidazione americana.

Sia chiaro: nella maggioranza c’è chi tifa per Trump e pensa davvero che se riuscirà a sfasciare l’Ue, la Nato e l’ordine politico occidentale, l’Italia potrà finalmente prosperare come protégé della Casa Bianca e periferia prediletta di un impero personale destinato a riscrivere la geografia e la storia delle nazioni e a riservare all’Italia il rango che spetta a un vassallo di antico lignaggio.

D’altra parte, i nemici di Trump – a partire dall’Ue, dalle sue regole, dal suo mercato comune, dal suo rule of law… – sono quelli che la destra italiana al completo da almeno vent’anni (Governo Berlusconi IV) descrive come nemici della sovranità italiana. Poiché i combattenti e reduci della disfatta contro “l’Europa dei burocrati e delle banche” sono così stupidi da pensare che, tra nazionalisti, il nemico del mio nemico sia il mio amico e non il nemico di chiunque tranne che di sé stesso, non c’è da stupirsi che ora si illudano che sfasciare l’Ue significhi aprire magnifiche sorti e progressive per l’Italia.
Accanto ai “Forza Trump e Forza Putin” dentro l’esecutivo e la maggioranza c’è però anche chi l’esperienza e la responsabilità di Governo ha ridotto a più miti consigli e ora guarda al nichilismo planetario del capomandamento americano con terrore e tremore, ma evidentemente non riesce a immaginare uno scenario diverso da quello del precario accomodamento delle cose e di un “dialogo” che consenta un calendario di concessioni meno brutale ed efferato.

Groenlandia, il punto debole della strategia di Trump

È lo stesso schema usato con Putin: non armiamo l’Ucraina abbastanza perché possa davvero difendersi, per evitare l’escalation della guerra, con il risultato di avere incentivato l’escalation russa, favorita proprio dalle dimidiate difese ucraine.

Meloni, Tajani, Crosetto e i “responsabili” della destra non hanno sufficiente senso della realtà e del tragico per ammettere che tra l’Ue e l’America Maga ne rimarrà politicamente viva una sola e che il campo in cui si gioca questa battaglia per la vita o per la morte è proprio l’America e dunque oggi l’obiettivo non può essere di ridurre i danni per l’economia europea della pirateria di Trump, ma quello di rendere quella pirateria insostenibile e comunque minoritaria dentro gli Stati Uniti d’America.
L’attacco alla Groenlandia è la minaccia più grave e finale all’esistenza stessa dell’Ue e della Nato, ma è anche il punto più debole della sua strategia, proprio perché è la più egomaniaca, eversiva e gratuita delle sue ossessioni e infatti si salda a quella, altrettanto assurda, per il mancato Nobel.
L’impegno europeo deve servire a portare alle elezioni di midterm Trump davanti a un’America sempre più divisa e preoccupata e sempre meno disponibile a pensare che in fondo sia molto meglio di come appare.

La sopravvivenza dell’Ue dipende assai più da quanto la constituency elettorale repubblicana perderà pezzi per i deliri dell’imperatore, che da quanti decimali di crescita potrà perdere l’economia europea da una guerra tariffaria, che evidentemente non serve a guadagnare qualche vantaggio nel commercio internazionale, ma a suggellare una strategia di guerra totale all’Occidente.
Bisogna rispondere colpo su colpo – con misure anti-coercitive, con azioni sul debito Usa, con una regolamentazione non corriva dei giganti digitali – sapendo che lo sbarco dei Maga in Groenlandia e il disordine incontrollato che ne conseguirebbe è la cosa che più di tutte potrebbe dare un colpo pesante alla presidenza di Trump.