La proposta Delrio contro l’antisemitismo e la continuazione del 7 ottobre con altri mezzi
La proposta di legge per il contrasto dell’antisemitismo presentata da Graziano Delrio e da altri senatori del PD e immediatamente sconfessata dai vertici del Nazareno si può discutere e criticare in modo serio, esaminando la portata dell’intervento normativo, che è, a dire il vero, decisamente contenuto negli aspetti repressivi, e le conseguenze che potrebbero derivarne, a partire dai temibili effetti inintenzionali, cui è sempre esposta qualunque iniziativa politica “a fin di bene”.
In alternativa, si può discuterla e bollarla d’infamia nel modo pochissimo serio e per niente onesto, che hanno subito scelto, dentro e fuori dal PD, i maggiorenti del Campo Largo, preoccupati che quest’iniziativa, come quelle di Sinistra per Israele, compromettano il riverginamento antisionista dell’intero schieramento, con rispetto parlando, progressista e lo allontanino dalla strada tracciata dalla compagna Francesca Albanese, la quale, come è noto, non accusa Israele di colonialismo o di genocidio per quello che fa – per le politiche in Cisgiordania o per la guerra di Gaza – ma per quello che è, cioè per fatto di esistere.
La tesi di Albanese è infatti che Israele è in sé un progetto di pulizia etnica della Palestina e di sterminio della popolazione araba, oltre a rappresentare – come si diceva nel PCI degli anni ’50 – la “testa di ponte” di un imperialismo solo formalmente post-coloniale.
Il disegno di legge di Delrio e dei suoi (pochi) colleghi e l’attività di Sinistra per Israele meriterebbero un sincero apprezzamento, anche se alla fine servissero solo a segnare un punto di una differenza rispetto all’unanime assoggettamento della sinistra a un canone politico e storiografico – il sionismo come razzismo – che l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) qualifica come esplicitamente antisemita.
Sempre a proposito della definizione dell’antisemitismo, che il disegno di legge di Delrio adotta, e che rimanda anch’essa alla dichiarazione solenne dell’IHRA – un’organizzazione non governativa tra Stati, cui anche l’Italia partecipa, non una ONG – è interessante notare come, proprio dopo il 7 ottobre 2023, questa definizione diventi sospetta e problematica malgrado prima apparisse pacifica, al punto che a recepirla fu nel gennaio 2020 il Governo Conte II (M5S, PD, LEU, IV), a seguito di una mozione approvata all’unanimità alla Camera nel 2018.
Il che conferma che il 7 ottobre non ha risvegliato il senso dell’orrore della Shoah, ma ha slatentizzato l’odio che ha portato alla Shoah. La successiva guerra di Gaza, che era un obiettivo del 7 ottobre, non solo la sua prevedibile conseguenza, lo ha ulteriormente legittimato – esattamente come voleva Yahya Sinwar – come una doverosa reazione morale al genocidio, come una necessità politica imposta dalla sensibilità umanitaria.
Quindi dire che Israele è, in sé, uno stato razzista dopo il 7 ottobre è diventato più semplice, non più difficile e più accettabile, non più scandaloso. E la sinistra italiana si è accomodata dentro il framework logico-politico del peccato originale del sionismo israeliano, che rende oggi impossibile ammettere, come diceva Giorgio Napolitano, che l’antisionismo è solo un antisemitismo travestito.
Un primo bilancio sulla proposta Delrio
Tutto ciò detto, la proposta di legge sarebbe utile, inutile o addirittura controproducente dal punto di vista pratico, se mai venisse approvata?
Il suo punto di partenza è difficilmente contestabile. L’aumento delle violenze antisemite in Italia e in tutto il mondo, dopo il 7 ottobre, è strettamente correlato alla straordinaria diffusione dei principali motivi dell’odio antisemita nell’ecosistema politico-mediatico: cosa che ha rappresentato, come dicevamo, la continuazione del 7 ottobre con altri mezzi.
Anche l’enfasi che la proposta di legge pone sul contrasto dell’antisemitismo in ambito educativo – scuola e università – sia dal lato degli studenti sia da quello della classe docente appare ben difficilmente contestabile, essendo oggi l’Italia (e non solo l’Italia) un Paese in cui la presenza nelle aule di personalità o organizzazioni ebraiche comporta, come minimo, lo schieramento di interi reparti della polizia in tenuta anti-sommossa. Cosa che quindi implica, come è avvenuto pressoché ovunque, che siano vivamente sconsigliate, quando non direttamente impedite dalle stesse autorità accademiche, queste spericolate provocazioni sioniste.
Quindi un’attenzione e una sorveglianza più specifica all’antisemitismo di massa, senza nuovi reati, senza maggiori pene, senza particolari apparati repressivi, difficilmente si può ritenere superflua ed oziosa. Certo, tutte le forme di odio dovrebbero essere ugualmente represse sulla base di una norma generale. Ma non è così indebito ritenere che dovendo le norme repressive (non necessariamente penali) rispecchiare la teorica offensività delle condotte, ma innanzitutto prevenire e sanzionare la loro pratica diffusione e il loro effetto materiale (sulla vita, sulla libertà, sulla dignità e sulla incolumità delle persone), che ci sia una norma specifica sull’antisemitismo è tutt’altro che assurdo, visto che è davvero difficile ragguagliare il fenomeno dell’odio per gli ebrei a qualunque altro fenomeno di odio sociale.
I rischi per la libertà di opinione
E i rischi per la libera opinione? E se anche la lotta all’antisemitismo diventasse un paradossale dispositivo persecutorio?
Penso di capire alcune delle preoccupazioni che vengono espresse anche da persone lontanissime dall’Albanese-pensiero. Nella destra Maga l’antisemitismo è divenuto il pretesto per operazioni liberticide e ricattatorie contro istituzioni culturali, media e privati cittadini, che si vedono appiccicare il bollino “antisemita” su ordine diretto della Casa Bianca per essere più agevolmente discriminati, repressi, espulsi, deportati ecc. ecc.
D’altra parte non è che nel mondo Maga manchino antisemiti matricolati, tipo Carlson, ma in questo la retorica trumpiana come quella putiniana usa indifferentemente motivi antiebraici e antislamici, a volte combinati e a volte disgiunti, in una strategia del caos elettoralmente fungibile e modulare – a ognuno il suo odio, c’è posto per tutti – purché funzionale a creare emergenze a cascata e a giustificare risposte dispotiche.
È evidente che in Italia c’è a destra chi vuole ripercorrere le orme dell’America Maga e fare della lotta all’antisemitismo il passepartout dell’eccezione su misura, pur continuando a fomentare altre forme di odio ideologico-religioso e razziale e a riconoscere per esse l’immunità del free speech. È pieno di anti-antisemiti che ciurlano nel manico. L’anti-antisemitismo è diventato (anche) la patente antirazzista dei razzisti, esattamente come, a parte rovesciate, l’anti-razzismo antisionista è diventato la giustificazione dell’odio anti-ebraico.
Dunque, approvato il ddl Delrio, ci sarebbe il pericolo di passare ufficialmente per antisemiti se qualche bot scegliesse di “puntare” chi si arrischia sui social a definire Smotrich “fascista” o Netanyahu “delinquente”? Sinceramente, non molti di più di quelli che si corrono oggi. Diciamo che i rischi, anche giudiziari, per forme molto più schiette e orgogliose di antisemitismo continuano a essere assai remoti, malgrado la legge Mancino, per la stessa ragione per cui insultare, diffamare, molestare, aggredire gli ebrei sono tornate ad essere condotte accettabili, quando non commendevoli.









