“La pace in Europa era in promozione, ora è a tariffa piena”: il 2026 secondo Delacroix, antipatico futurologo parigino

Piercamillo Falasca
01/01/2026
Orizzonti

Il primo gennaio 2026 Parigi ha un silenzio particolare: quello di una città che sa fare festa ma sa anche, il mattino dopo, tornare subito a guardarsi allo specchio. Il cielo è basso, compatto, di un grigio uniforme che non promette né sole né dramma; l’aria punge, pochi gradi sopra lo zero. Su Boulevard Saint-Germain le auto scorrono con una cautela quasi educata, come se anche loro avessero deciso di cominciare l’anno senza fretta. Dentro al Café de Flore, invece, l’anno comincia come cominciano sempre le cose serie: con un caffè caldo, un cappotto sulle spalle e un tono di voce che non cerca applausi.

Mi siedo vicino alla vetrata. Davanti ho un taccuino e una domanda semplice, che semplice non è. Lui arriva con qualche minuto di ritardo, senza farne un caso. Cappotto scuro, sciarpa stretta, lo sguardo di chi ha l’abitudine di soppesare le parole prima di lasciarle uscire. Si presenta con un mezzo sorriso: Étienne Delacroix, francese, analista geopolitico, futurologo, senior fellow del Delphi Institute, da decenni uno dei più arguti commentatori dello scacchiere strategico europeo. Ordiniamo due caffè. Un cameriere posa i bicchieri d’acqua con un gesto preciso; il cucchiaino tintinna contro la porcellana come un metronomo discreto.

«Cominciamo. In una frase, cos’è il 2026?»

Delacroix è il tipo di interlocutore che molti definirebbero antipatico: non perché alzi la voce, ma perché non addolcisce mai le conclusioni per renderle digeribili. Guarda un istante oltre il vetro, poi risponde secco e con tono sferzante: «È l’anno in cui l’Europa scopre che il servizio “pace” era in promozione a una tariffa agevolata, ma ora il periodo di prova è finito e dobbiamo decidere se pagare profumatamente il rinnovo del servizio o privarcene».

Il bar, per un secondo, sembra più quieto.

«Quindi il 2026 sarà peggiore del 2025?»

Fa un gesto minimo, quasi a scacciare una semplificazione. «Non necessariamente. Ma sarà meno indulgente. Il mondo non ti premia perché hai buone intenzioni, ti premia perché hai capacità: industriali, militari, tecnologiche. L’incertezza non è un incidente: è diventata una leva negoziale, soprattutto tra alleati. I mercati e gli elettori tollerano molte cose, tranne l’idea che tu non abbia un piano. In pratica: il 2026 è un test di serietà, non di retorica.»

Mi segno quella parola: serietà. Sa di contabilità e di deterrenza insieme.

«Quali sono i tre driver dominanti?»

«Geopolitica, produttività, energia—nell’ordine giusto. Geopolitica: la guerra non è “lontana”, è una variabile dei prezzi, delle catene logistiche e della politica interna. Produttività: senza crescita reale, ogni promessa diventa una disputa tra corporazioni. Energia: non solo costo, ma affidabilità; e l’affidabilità è una forma di sovranità. Immagina un’azienda che decide dove investire: non chiede discorsi, chiede continuità elettrica, regole stabili e tempi rapidi. Quindi: chi non controlla questi tre driver, subisce.»

«Tu parli di capacità. Ma il vero problema europeo è la volontà o la velocità?»

Delacroix sorride appena, come se la domanda fosse finalmente quella giusta. «Il vero rischio del 2026 è un’Europa ricca ma povera di tempo. La lentezza, oggi, è una ricetta per la povertà.» Si sporge leggermente in avanti. «Se non sai decidere in settimane ciò che altri decidono in giorni, non stai negoziando: stai subendo. E il 2026 è l’anno in cui la lentezza smette di essere un difetto e diventa una vulnerabilità.»

«Parliamo di guerre,» dico, «perché è la parola che tutti usano e pochi sanno definire. Cosa rischia davvero l’Europa?»

Delacroix non alza la voce, ma la frase arriva ugualmente come una lama: «Di vivere in un “quasi-conflitto” permanente senza attrezzarsi come se fosse permanente. La deterrenza non è un sentimento: è scorte, produzione, interoperabilità, comando, resilienza. Le minacce ibride—cyber, sabotaggi, disinformazione—sono un modo economico per imporre costi a democrazie lente. Il rischio maggiore non è l’apocalisse, è l’erosione: incidenti, escalation per errore, crisi ripetute che normalizzano l’eccezione.» Una sirena lontana taglia l’aria, più fuori che dentro, come un promemoria involontario. «Scena plausibile: un attacco informatico a infrastrutture energetiche o logistiche, poche ore di caos, e già il dibattito politico si spacca tra “reagiamo” e “non provochiamo”. Quindi: l’Europa deve smettere di confondere prudenza con immobilità.»

«Gli Stati Uniti?» chiedo. «Alleati o variabile impazzita?»

Un mezzo sorriso, quasi stanco. «Sempre alleati, ma non più “assicurazione totale”. Washington chiederà molto più burden-sharing, lo sta già chiedendo, pur con le modalità scomposte di Trump. La politica commerciale e tecnologica americana tenderà a proteggere l’industria domestica, anche a spese degli amici. Il messaggio implicito è: “scegliete cosa siete disposti a fare da soli”. Esempio: su difesa aerea, munizioni, droni, cyber—se l’Europa non investe e non produce, finisce a fare la lista della spesa quando gli scaffali sono vuoti. In pratica: l’alleanza regge, ma il conto è in euro.»

Lo incalzo.

«E se ti dicessi che l’Europa, in fondo, preferisce restare dipendente: perché così può sempre lamentarsi?»

Delacroix mi guarda con quella pazienza che si riserva agli alibi. «È un lusso che il 2026 rende più costoso. La dipendenza non è più solo una questione morale o ideologica: è una questione di pricing. E quando il rischio sale, qualcuno ti fa pagare la tua comodità.»

«Russia: nel 2026 si stabilizza, collassa o peggiora?»

«Peggiora, ma in modo ancora “gestibile” dal Cremlino, che è la forma più tossica. Un regime può essere inefficiente e pericoloso allo stesso tempo, soprattutto se ha imparato a vivere sotto sanzioni. Se la guerra non finisce, si istituzionalizza: economie, società e propaganda si adattano. L’Europa rischia la tentazione della stanchezza: non una resa, ma un lento abbassamento dell’ambizione.» Il cameriere passa; il cucchiaino batte di nuovo, quasi a scandire la parola “matematica” che arriverà più tardi. «Scena: ogni mese un episodio—droni, sabotaggi, ricatti energetici indiretti, campagne di disinformazione—e ogni mese un po’ più di assuefazione. Quindi: la vera minaccia è la normalizzazione della guerra come rumore di fondo.»

«Cina. Qual è la grande partita del 2026?»

Delacroix non esita: «La sovraccapacità industriale e la guerra dei prezzi—travestita da normalità. Se un sistema produce più di quanto consumi, esporta l’eccesso: e lo fa anche sotto costo pur di mantenere occupazione e controllo sociale. Questo mette sotto pressione l’industria europea, soprattutto nei settori “verdi” e tecnologici. Il rischio geopolitico resta: Taiwan non è una notizia, è un premio assicurativo che sale.»

«Ma la soluzione sono i dazi?» provo.

Lui scuote appena la testa. «I dazi sono il teatro. La trama è la sovraccapacità. Se non gestisci quell’ondata, finisci a scegliere tra transizione verde e tenuta sociale. E quella scelta—quando arriva—arriva di colpo, nel mezzo di una campagna elettorale. Il 2026 è esattamente quel tipo di anno: ti costringe a scegliere in pubblico ciò che avresti potuto preparare in privato.»

«Energia: non avevamo già superato l’emergenza?» chiedo, sapendo che è la domanda che l’Europa si ripete per consolarsi.

Qui il futurologo fa una piccola smorfia. «Sei uscito dall’emergenza, ma nel 2026 devi dotarti dell’infrastruttura strategica. La vulnerabilità non è solo il prezzo del gas: è la rete, lo stoccaggio, i colli di bottiglia, i tempi autorizzativi. La transizione richiede capacità di rete e gestione: senza, avrai energia “verde” teorica e blackout pratici. Materie prime critiche: la dipendenza si sposta, non scompare. Scena: un’ondata di freddo o caldo, domanda alta, rete sotto stress, prezzi che risalgono, e la politica che riscopre improvvisamente il realismo. Quindi: energia significa resilienza, non slogan.»

Sento che il discorso sta toccando i grandi temi, ma mi interessa il dettaglio che li governa. Quello che non finisce nei titoli, eppure decide i titoli.

«C’è qualcosa che nel 2026 può farci perdere senza farci accorgere di star perdendo?» chiedo. «Una cosa silenziosa.»

Non risponde subito. Guarda il bicchiere d’acqua, poi la strada, poi di nuovo me. «Sì. La guerra invisibile: cavi, porti, logistica, assicurazioni. Se vuoi capire il 2026 non guardare solo i carri armati: guarda le polizze. Quando il rischio diventa non assicurabile, l’economia si ferma prima ancora della politica.» La frase cade sul tavolo con una naturalezza spaventosa. «Un sabotaggio su un’infrastruttura critica, un attacco cyber che produce effetti fisici, un’interruzione su una rotta marittima: non serve un’occupazione per imporre costi. Basta rendere tutto più fragile e più caro. E quando diventa più caro, qualcuno decide che “non conviene più”. Quindi: nel 2026 la sicurezza è anche una scienza attuariale.»

È una linea che resta appesa nell’aria, tra i cappotti e il profumo di caffè. E mi ricorda una cosa: l’Europa ama discutere di principi, ma il mondo spesso discute di tariffe.

«Economia europea: qual è il punto cieco più pericoloso?»

«Che l’Europa si comporta come un mercato unico, ma governa come 27 mercati nazionali. Il capitale non circola abbastanza: mercati finanziari frammentati, regole diverse, scale-up che emigrano. Il mercato dei servizi è incompleto: è lì che si gioca la produttività, non solo nelle fabbriche. La regolazione spesso confonde tutela con immobilismo: e immobilismo vuol dire perdita di quota. Esempio: una startup che vuole crescere in cinque paesi e scopre cinque sistemi fiscali, cinque burocrazie, cinque interpretazioni. In pratica: l’Europa è grande sulla carta e piccola nell’esecuzione.»

«Se il 2026 fosse ricordato per una sola riforma europea, quale dovrebbe essere?» chiedo, senza dargli possibilità di allargare il campo.

Delacroix si concede un mezzo respiro. «Un mercato del capitale davvero unico. Perché tutto il resto dipende da quello: difesa industriale, transizione energetica, innovazione, start-up e scale-up. Senza capitale che si muove, l’Europa resta un’idea ben regolata e mal finanziata. E nel 2026, un’idea mal finanziata è un’idea sconfitta.»

«IA: opportunità o panico morale?» continuo, perché il 2026 sarà anche un anno di narrativa tecnologica, e la narrativa rischia sempre di mangiarsi la realtà.

Delacroix inclina la testa, come a ridimensionare entrambe le caricature. «Opportunità, ma solo se smettiamo di trattarla come un talismano. L’IA aumenta la produttività quando entra nei processi: uffici, sanità, logistica, manifattura, PA—non quando genera presentazioni migliori. Polarizza il lavoro: chi sa usarla accelera, chi non sa resta indietro. Crea un tema di sovranità: dati, cloud, chip, modelli, standard.»

«Questo lo dicono in molti,» lo interrompo. «Dimmi la cosa che nel 2026 sorprende davvero.»

E qui Delacroix si fa più tagliente, quasi divertito. «L’IA nel 2026 non sarà un tema tecnologico: sarà un tema di disuguaglianza politica. Chi si muove nel mondo “veloce” si aspetta risposte immediate. Chi resta nel mondo “lento” vede l’IA come un’ingiustizia, non come uno strumento. E quando una tecnologia viene percepita come ingiustizia, la politica la trasforma in rancore.»

Scena plausibile, penso: due persone nello stesso ufficio, una raddoppia la produttività, l’altra sente che il tempo le viene rubato. E il 2026 decide come quella differenza diventa voto.

«Debito e tassi: qual è il rischio “noioso” che può fare più danni?»

Delacroix quasi annuisce, come se finalmente si parlasse del vero tabù. «Il ritorno della matematica nelle discussioni politiche. Se la crescita è debole, il debito diventa una lotta per la credibilità. Se la credibilità vacilla, lo spread non è un complotto: è un prezzo. Le manovre “creative” funzionano finché qualcuno le compra; poi diventano un problema di fiducia, non di contabilità.» Il cucchiaino batte ancora una volta, e in quel tintinnio c’è quasi una morale. «Esempio: un governo promette tutto a tutti, i mercati chiedono un premio, e improvvisamente ogni scelta è “lacrime e sangue” che potevi evitare prima. In pratica: la disciplina non è austerità, è assicurazione.»

Mi concedo un’altra domanda secca. «Dimmi la verità: nel 2026, l’Europa deve tagliare welfare per fare difesa?»

«L’alternativa non è “welfare o difesa”. L’alternativa è “capacità o declino”. Se non produci sicurezza, alla fine paghi con welfare peggiore: perché paghi con crescita più bassa e con crisi più frequenti.» E’ una risposta tipica di Delacroix: antipatica, ma difficile da smentire. «La domanda vera è: sei disposto a spendere meno in rendite e più in capacità? E sei disposto a farlo prima dell’incidente? Perché dopo l’incidente lo farai lo stesso, ma in modo peggiore e più ingiusto.»

«Migrazioni: nel 2026 esplode ancora la crisi?»

«Non serve esplodere: basta restare alta e politicamente corrosiva. È un tema di governance e fiducia: confini, procedure, rimpatri, integrazione—tutto insieme. Senza capacità amministrativa, ogni picco diventa crisi e ogni crisi diventa narrativa. L’Europa cercherà accordi esterni: ma gli accordi sono fragili se non hai leva e coerenza interna. Scena: un nuovo fronte di instabilità nel vicinato meridionale, qualche decina di migliaia di arrivi in più, e la politica interna va in fibrillazione. Quindi: la vera posta è la tenuta delle istituzioni liberali sotto pressione.»

«Fin qui rischi. Ora dimmi opportunità: dove può girare il vento a favore dell’Europa?»

Delacroix appoggia la mano sul tavolo, come a mettere ordine. «In tre posti: difesa, energia, produttività. Difesa: non solo spesa, ma industria—munizioni, droni, sensoristica, cyber, spazio. È occupazione qualificata e autonomia. Energia: investire in reti, accumuli, efficienza, e tecnologie a basse emissioni con continuità—senza cambiare linea ogni semestre. Produttività: completare mercato unico dei servizi e del capitale, e modernizzare la PA con obiettivi misurabili. Esempio: un grande programma di procurement europeo che standardizza e scala tecnologie dual-use, riducendo dipendenze esterne. In pratica: l’Europa può trasformare la crisi in industria—se decide di farlo.»

Mi viene naturale portarlo su un terreno che spesso si riempie di retorica e si svuota di numeri.

«E il Mediterraneo? Nel 2026 conta davvero o è solo poesia?»

Scuote la testa. «Nel 2026 il Mediterraneo non è poesia. È un moltiplicatore, una piattaforma logistica o un collo di bottiglia: dipende da quanta infrastruttura costruisci e quanta burocrazia difendi.» Indica con il mento la strada, come se la rotta fosse lì davanti. «Cavi, porti, connessioni energetiche, rotte: sono la geopolitica che si può costruire. O lasciarla costruire ad altri. Quindi: chi controlla i colli di bottiglia, controlla i prezzi. E chi controlla i prezzi, governa.»

A questo punto la conversazione è pronta per il salto che rende un pezzo leggibile fino in fondo: la parte in cui le ipotesi diventano scenari.

«Dammi tre 2026 diversi.»

Delacroix sembra quasi aspettarselo. «Va bene: base, negativo, positivo.»

Parla dello scenario base con la sobrietà di chi non vende speranze. «“Tensione gestita”, probabilità alta. La guerra resta un rumore di fondo, senza soluzione definitiva ma con contenimento. L’economia europea cresce poco, ma evita la recessione profonda. Politiche industriali più assertive, ma frammentate. Gli indicatori precoci sono stabilità relativa dei prezzi energetici e continuità del sostegno occidentale alla sicurezza europea senza strappi improvvisi. Quindi: si sopravvive, ma non si accelera.»

Poi arriva lo scenario negativo, e anche il bar sembra stringersi di qualche grado. «“Crisi a catena”, probabilità media. Shock geopolitico o energetico che riaccende prezzi e incertezza. Stress finanziario su alcuni Paesi, polarizzazione politica interna. Risposte europee lente e litigiose, con ritorno del “ciascuno per sé”. Gli indicatori precoci sono aumento degli incidenti ibridi (cyber/sabotaggi) in Europa e segnali di rottura nella cooperazione su commercio/tecnologie tra alleati. Quindi: non crolla tutto, ma si perde un anno—e un anno oggi pesa come tre.»

Infine, lo scenario positivo, detto senza enfasi, quasi con pudore, come si parla di una possibilità che pretende disciplina. «“Europa adulta”, probabilità bassa. Accordo politico su difesa industriale comune e capacità critiche. Passi concreti su mercato dei capitali e servizi, riducendo la frammentazione. Adozione rapida dell’IA nella PA e nelle imprese, con formazione diffusa. Gli indicatori precoci sono programmi comuni di procurement e standardizzazione in difesa e misure che facilitano davvero investimenti cross-border e scale-up in UE. Quindi: l’Europa non “spera” di contare—si attrezza per contare.»

«Che cosa dovrebbe fare l’Europa, operativamente, già nei primi cento giorni del 2026?» chiedo, perché i cento giorni sono l’unico romanticismo che la politica dovrebbe concedersi.

Delacroix si anima, sempre senza teatralità. «Cinque cose che sembrano noiose e invece sono rivoluzionarie. Difesa: contratti pluriennali, produzione scalabile, standard comuni—e meno boutique nazionali. Energia: reti e autorizzazioni come emergenza permanente; capacità di accumulo e flessibilità come infrastrutture. Capitale: rendere semplice investire e crescere in UE—un mercato dei capitali davvero unico. Tecnologia: sovranità dove conta (dati, cloud, chip, cyber), partnership dove conviene. Stato: PA digitale con obiettivi e responsabilità—non “progetti”.» Si ferma un attimo, come per scegliere la frase che resta. «Esempio: se hai bisogno di tre anni per approvare una rete o un impianto, non stai governando: stai commentando. In pratica: velocità è potere.»

Qui lo interrompo di nuovo, perché il suo discorso sembra lineare e io voglio vedere se regge l’attrito.

«Non credi che la politica democratica sia strutturalmente incapace di fare queste scelte?»

«La politica democratica è incapace quando pensa di poter comprare tempo con le parole. Ma il 2026 non è l’anno in cui compri tempo: è l’anno in cui lo paghi.» Fa un gesto piccolo, come a chiudere un conto. «Se la democrazia non sa decidere, altri decidono per lei: mercati, alleati, avversari. E allora non è più politica: è amministrazione del declino

«Qual è l’errore più comune che vedi nei governi europei quando parlano di 2026?»

Si prende mezzo secondo. «Trattano il rischio come una parentesi, non come un sistema. Pianificano per il “ritorno alla normalità”, ma la normalità è cambiata. Confondono consenso con efficacia: cercano di non dispiacere a nessuno e finiscono per deludere tutti. Parlano di valori senza costruire strumenti: e i valori senza strumenti diventano una poesia letta a un carro armato. In pratica: servono scelte che costano, non frasi che piacciono.»

Siamo quasi alla fine. Il Café de Flore è più pieno adesso; la città ha ripreso a parlarsi addosso. Delacroix si rimette i guanti con un gesto lento, da uomo che ha già deciso che la chiusura deve essere breve.

«Ultima domanda,» dico. «Se dovessi dare un consiglio al lettore che non governa nulla ma vota, investe, lavora—che cosa diresti?»

Delacroix non cerca la frase bella, cerca quella utile. «Pretendi serietà misurabile. Chiedi tempi, priorità, numeri di capacità (anche solo ordini di grandezza), non “visioni”. Valuta chi sa dire “questo non possiamo permettercelo”. È una frase rara e preziosa. Ricorda che la sicurezza—energetica, economica, militare—non è gratis: è un abbonamento. Scena: nel 2026 molti scopriranno che l’ottimismo costa meno della preparazione. Quindi: vota per chi prepara, non per chi consola.»

Paghiamo. Fuori, Parigi resta sotto lo stesso cielo basso, e il freddo mette ordine nei pensieri meglio di qualsiasi editoriale. Delacroix si stringe nel cappotto e si allontana verso il boulevard, inghiottito da una città che sa essere elegante anche quando è in allerta.E la frase finale—quella da copertina—resta sospesa tra il grigio del mattino e il traffico che riprende, come una verità che non ha bisogno di essere urlata:
Nel 2026 l’Europa può scegliere: diventare adulta—oppure restare un commento a piè di pagina della storia. «La differenza tra adulti e bambini, nel 2026, è che gli adulti pagano l’assicurazione prima dell’incidente. I bambini reagiscono piangendo e chiamando i genitori». Certe interviste si possono raccogliere solo a Parigi.


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