La mossa russa, il piano Trump e la partita Gaza: equilibri sempre più fragili all’ONU

Vincenzo D'Arienzo
15/11/2025
Poteri

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è tornato ad essere l’arena principale della crisi di Gaza. Lunedì i Quindici sono chiamati a votare su una risoluzione che dovrebbe “mettere il timbro Onu” sul piano in 20 punti del presidente Trump per il cessate il fuoco e il “giorno dopo” nella Striscia. Sul tavolo, però, non c’è solo il testo americano: la Russia ha presentato un contro-draft che non si limita a emendare, ma propone un’impostazione politica diversa. Sullo sfondo, un cessate il fuoco fragile, una ricostruzione da decine di miliardi di dollari e una competizione tra potenze che va ben oltre i confini di Gaza.

La proposta russa: una neutralità solo apparente

La bozza presentata da Mosca viene confezionata come testo “più equilibrato” rispetto a quello statunitense. In realtà è un contro-testo politico a tutti gli effetti, che cambia il modo in cui viene immaginata la governance della Striscia.

Tre elementi spiccano più degli altri. Innanzitutto, il progetto russo non menziona il “Board of Peace”, l’organo di transizione guidato da Trump che è invece al centro della bozza USA. In secondo luogo, il testo chiede al Segretario generale di formulare opzioni per una forza di stabilizzazione internazionale, ma senza dettagli su mandato e catena di comando e senza riprendere alla lettera il linguaggio americano sulla demilitarizzazione e sul disarmo delle milizie. Infine, Mosca riafferma la soluzione a due Stati e l’unità amministrativa tra Gaza e Cisgiordania sotto l’Autorità Palestinese, in un modo che tende a escludere schemi di governance alternativi – come un protettorato “Board of Peace”–centrico – e a rafforzare la narrativa russa di sostegno alla causa palestinese.

Non è un dettaglio tecnico: togliere il Board of Peace significa contestare alla radice l’idea che una struttura ad hoc guidata dal presidente americano possa gestire transizione, ricostruzione e sicurezza nella Striscia. È un modo per dire che la “Gaza del dopo” non può essere amministrata né da Israele né da un organismo percepito come proiettato da Washington, ma deve tornare nel perimetro ONU/Autorità Palestinese.

Il piano USA: Board of Peace e forza internazionale

Per capire la portata della divergenza, va ricordato cosa prevede la bozza statunitense. Secondo i testi circolati al Consiglio, la risoluzione USA endorsa il piano in 20 punti di Trump, già in parte attuato con il cessate il fuoco e gli scambi di prigionieri, e istituisce un “Board of Peace”: un organismo di governance transitoria per Gaza, presieduto da Trump, con mandato biennale fino alla fine del 2027, incaricato di coordinare ricostruzione, riforme dell’Autorità Palestinese e dialogo politico.

La bozza autorizza inoltre una International Stabilization Force (ISF), fino a 20.000 militari, con il compito di proteggere i civili, garantire i corridoi umanitari, cooperare con Israele, Egitto e nuova polizia palestinese sui confini e lavorare al disarmo “permanente” dei gruppi armati non statali. Il testo collega infine questo impianto a una possibile traiettoria verso l’autodeterminazione e uno Stato palestinese, subordinata a riforme dell’Autorità Palestinese e al procedere della ricostruzione.

La visione americana è quindi fortemente strutturata: un organo di transizione politicamente guidato, una forza militare multinazionale con mandato robusto, un ruolo centrale per le grandi istituzioni finanziarie internazionali, a partire dalla Banca Mondiale, che in una lettera alla missione USA ha espresso disponibilità a sostenere il quadro delineato.



Perché Mosca è tornata al centro del gioco diplomatico

Per la Russia, proporre un contro-testo non è un esercizio di stile. È un modo per rientrare nel grande gioco medio-orientale dopo anni in cui l’attenzione internazionale su Mosca è stata monopolizzata dall’Ucraina.

L’obiettivo è triplice. Da un lato c’è la volontà di impedire che Washington scriva da sola la sceneggiatura della “Gaza del dopo”, riducendo il margine di manovra di un piano percepito come troppo sbilanciato a favore di Israele. Al tempo stesso, il Cremlino cerca di proporsi come partner “meno allineato” agli interessi israeliani rispetto agli Stati Uniti, accreditandosi nel mondo arabo e nel cosiddetto Sud globale come voce alternativa e più sensibile alla questione palestinese. Infine, Mosca punta a riaffermare il proprio status di potenza di veto inevitabile: qualunque soluzione passi dal Consiglio, sembra suggerire, dovrà fare i conti con il placet russo.

La scelta di richiamare con enfasi la soluzione a due Stati e di ridimensionare l’architettura di governance pensata dagli USA non è quindi solo una critica di merito. È una mossa di posizionamento: la Russia si presenta come garante di un equilibrio “più multilaterale”, in contrapposizione a un processo percepito come troppo “trumpiano” e troppo poco ONU-centrico.

La risposta americana: irritazione oltre la forma

La reazione degli Stati Uniti è stata insolitamente dura nei toni. La missione americana ha parlato di tentativi di “seminare discordia” e ha avvertito che rallentare o affossare la risoluzione USA potrebbe avere “conseguenze gravi, tangibili e del tutto evitabili” per i palestinesi in caso di rottura del cessate il fuoco.

Dietro la formula diplomatica c’è una preoccupazione concreta: ogni giorno di rinvio rende più vulnerabile una tregua già perforata da violazioni e raid; senza un mandato Onu per Board of Peace e ISF, gli Stati Uniti temono che si apra un vuoto di governance nella Striscia; e quel vuoto, per l’amministrazione Trump, rischia di essere rapidamente occupato dai soli attori che hanno uomini armati sul terreno, cioè fazioni palestinesi, milizie locali ed eventualmente altri gruppi regionali.

In controluce, c’è anche un messaggio politico: se il Consiglio si impantana, Washington potrebbe cercare una “coalizione dei volenterosi” per una forza di stabilizzazione priva di ombrello Onu, con tutte le implicazioni di legittimità e di sostenibilità che questo comporterebbe.

Il fronte arabo e la bozza USA: un sostegno politicamente pesante

Sul lato opposto, la bozza americana non è isolata. Stati Uniti, Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan, Giordania e Turchia hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui chiedono un’adozione “rapida” della risoluzione a sostegno del piano Trump per Gaza.

È un fronte eterogeneo, ma politicamente significativo: riunisce tre Paesi chiave della mediazione sul cessate il fuoco (Qatar, Egitto, Stati Uniti), coinvolge le principali monarchie del Golfo impegnate a calibrare il rapporto con Israele e con l’opinione pubblica araba, e conferisce alla bozza USA una legittimazione regionale che Mosca non può ignorare, pur cercando di attrarre a sé parte del malcontento verso la prospettiva di una Gaza divisa tra “green zone” da ricostruire sotto controllo internazionale e aree periferiche lasciate a lungo in condizioni di rovina.

Il sostegno politico, però, non si traduce automaticamente in impegno militare. Emirati e altri partner hanno già segnalato forti cautele sulla partecipazione all’ISF in assenza di un quadro chiaro, a conferma che la partita sulla forza di stabilizzazione è tutt’altro che chiusa.

Il nodo politico del “giorno dopo”

Le differenze tra i due testi non sono solo di drafting. Dietro le formulazioni si intravedono due visioni opposte del “giorno dopo” a Gaza.

Per gli Stati Uniti, la governance del dopo-guerra dovrebbe poggiare su tre pilastri: un organo transitorio fortemente politico (Board of Peace) con un leader riconoscibile e capacità di coordinare soldi, progetti e riforme; una forza militare internazionale dotata di mandato operativo chiaro, che accompagni la progressiva demilitarizzazione della Striscia e la ricostruzione; una traiettoria condizionata verso uno Stato palestinese, agganciata a riforme interne dell’Autorità Palestinese e a una serie di “benchmark” di sicurezza.

Per la Russia, discutere ora di demilitarizzazione dettagliata e di un Board of Peace guidato da Trump equivarrebbe a blindare un equilibrio percepito come troppo sbilanciato. Da qui la scelta di spostare il baricentro sul Segretario generale ONU, incaricato di esplorare opzioni per una forza di stabilizzazione senza predefinirne la composizione, di insistere sull’unità territoriale e amministrativa di Gaza e Cisgiordania sotto l’Autorità Palestinese evitando di cristallizzare schematiche zone di sicurezza controllate dall’esterno, e di mantenere un linguaggio più generico sulla smilitarizzazione, rinviando ad altri strumenti la definizione del rapporto tra disarmo, ricostruzione e legittimità della futura leadership palestinese.

Sono due modelli diversi anche nella gestione del rischio: uno più interventista, che punta a ridurre l’incertezza congelandola dentro un’architettura di potere molto delineata; l’altro più fluido, che apparentemente lascia più spazio alla politica locale e alla mediazione ONU, ma espone di più al rischio di vuoti e ambiguità.

L’angolo europeo: tra timore del protettorato e paura del vuoto

E l’Europa? Finora è rimasta sullo sfondo del confronto tra Washington e Mosca, ma il futuro di Gaza tocca direttamente interessi e sensibilità europee: dal rischio di escalation regionale alle dinamiche migratorie, fino al peso finanziario della ricostruzione.

Nel Consiglio di Sicurezza siedono oggi, oltre ai cinque permanenti, anche Danimarca, Grecia e Slovenia come membri europei non permanenti, accanto alla Francia come membro permanente e al Regno Unito fuori dall’UE ma attore chiave sul dossier medio-orientale.

Le capitali europee sono strette in una doppia tensione. Da un lato vi è la consapevolezza che un protettorato di fatto su Gaza, con una green zone ricostruita sotto controllo militare internazionale, rischia di alimentare una percezione di occupazione prolungata, con costi politici enormi nel mondo arabo e nelle opinioni pubbliche europee. Dall’altro lato c’è la paura che un vuoto di mandato ONU lasci campo libero a milizie, traffici e interferenze regionali, con effetti diretti sulla sicurezza del Mediterraneo e sui flussi verso l’Europa.

Per l’Italia – che non è in Consiglio ma che rimane protagonista nelle discussioni su Mediterraneo, migrazioni e sicurezza energetica – la posta in gioco è duplice: evitare che il futuro di Gaza venga deciso solo nello scambio tra Washington e Mosca, e al tempo stesso lavorare perché l’eventuale ISF e il Board of Peace (o qualunque organismo equivalente) non si traducano in un’occupazione di lungo periodo priva di chiari obiettivi politici e temporali.

In questa chiave, il dibattito europeo non dovrebbe limitarsi alla domanda “che cosa pensiamo del piano Trump?”, ma affrontare un tema più scomodo: quale ruolo vuole giocare l’Europa nella ricostruzione politica e materiale della Striscia, oltre il solo assegno per la cooperazione e gli aiuti umanitari.



Uno scenario ancora in movimento

Al momento, né la bozza USA né il testo russo possono contare su una maggioranza sicura, né tantomeno sull’assenza di veti. Ma il fatto stesso che il Consiglio arrivi al voto con due testi rivali dice molto sulla fragilità dell’equilibrio.

Il dossier Gaza non è più – se mai lo è stato – una semplice questione di cessate il fuoco, ricostruzione e corridoi umanitari. È diventato il luogo in cui si sovrappongono la competizione tra Stati Uniti e Russia per l’egemonia narrativa e procedurale sul conflitto, le strategie delle potenze regionali divise tra sostegno al piano americano, diffidenza verso il Board of Peace e timore di farsi trascinare in una missione ad alto rischio, e le incertezze europee su come conciliare principî dichiarati (due Stati, diritto internazionale, ruolo centrale dell’ONU) e gestione concreta di sicurezza, migrazioni e aiuti.

La sfida, per la diplomazia, dovrebbe essere quella di ridurre l’incertezza, non di moltiplicarla. Un Consiglio di Sicurezza attraversato da veti incrociati e contro-risoluzioni rischia invece di spostare il baricentro dalla pace dei civili alla coreografia delle potenze.

Ed è questo il punto che dovrebbe interrogare la comunità internazionale – Europa compresa: la pace a Gaza non può essere trattata come variabile della competizione globale. Ogni stallo diplomatico non si misura in paragrafi di bozza cancellati o riscritti, ma in vite sospese sotto le tende, in ospedali senza corrente, in una generazione che cresce dentro un conflitto senza orizzonte.


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