La meravigliosa lezione del Ministero degli Esteri ucraino al putiniano Salvini

Sofia Fornari
27/01/2026
Frontiere

Matteo Salvini, vicepremier italiano, ama i frame che fanno audience: l’uomo pragmatico che vede “come stanno davvero le cose”, il politico che dice quello che gli altri non hanno il coraggio di dire”.

Domenica 25 gennaio 2026, dal palco di una manifestazione della Lega a Rivisondoli, in Abruzzo, ha scelto la versione più comoda e più utile — non a Roma, ma a Mosca: se la guerra continua, è perché Kyiv non vuole la pace.

La frase è un concentrato di retorica collaudata, manuale del perfetto propagandista del Cremlino: Zelensky “si lamenta” dopo “tutti i soldi” ricevuti; l’Ucraina “sta perdendo”; dunque deve “firmare l’accordo di pace il prima possibile”, scegliendo “fra una sconfitta e una disfatta”. Parole pensate per inchiodare l’aggredito al banco degli imputati e spostare l’attenzione dall’aggressore.

La replica ucraina — firmata da Heorhii Tykhyi, portavoce del Ministero degli Esteri — è arrivata con un’arma fatta di stile e dignità: la memoria storica. Tykhyi ha ricordato (o forse, ha insegnato) a Salvini che “tra i 3 e i 5 mila ucraini” presero parte alla battaglia di Montecassino e “non scelsero tra la sconfitta e la disfatta”, pur quando “la vittoria sembrava molto lontana”; combatterono, dice, “perché era in gioco la libertà dell’Italia e dell’intera Europa”. E conclude con una stilettata diplomatica: se Salvini ha davvero a cuore la pace, si rivolga “non al Presidente dell’Ucraina… bensì a Putin, che ha scatenato questa guerra”.

Montecassino: la battaglia a cui Tykhyi fa riferimento

Montecassino fu uno dei cardini della campagna d’Italia nella Seconda guerra mondiale, una serie di scontri (gennaio–maggio 1944) lungo la Linea Gustav, costati decine di migliaia di vittime. La svolta arrivò nell’ultima fase, quando il II Corpo polacco del generale Władysław Anders attaccò le posizioni tedesche e il 18 maggio 1944 issò la bandiera polacca sulle rovine dell’abbazia, aprendo la strada verso Roma.

Dentro quel II Corpo polacco — formato in larga parte da uomini passati attraverso deportazioni, prigionia e esilio nell’Est europeo — c’erano anche migliaia di ucraini (per nascita o provenienza dalle regioni allora parte della Polonia prebellica). È a questo intreccio che Tykhyi si riferisce quando parla di Montecassino: un pezzo di storia europea in cui, letteralmente, la libertà dell’Italia fu difesa anche da soldati dell’Est, oggi liquidati dal“realista” Salvini come fastidiosi beneficiari di aiuti occidentali.

Il trucco retorico: trasformare l’Ucraina nel problema

La strategia comunicativa del segretario leghista — che somiglia più a un ordine di scuderia che a un’analisi — è consolidare una tesi precisa: sarebbe il governo ucraino a non volere la pace. È una narrazione utile perché ribalta il rapporto tra causa ed effetto: la guerra non è più il risultato dell’invasione russa, ma l’ostinazione di chi resiste; la pace non è più la conseguenza del ritiro dell’aggressore, ma la resa dell’aggredito.

È anche, non casualmente, una delle linee più ricorrenti dell’ecosistema putiniano in Europa: far passare l’idea che “la soluzione” esista già (concessioni territoriali e neutralizzazione di Kyiv) e che a impedirla sia la “testardaggine” ucraina. Propaganda con l’etichetta del buonsenso.

L’evidenza: è Mosca a sabotare il negoziato, mentre finge di negoziare

Il dettaglio che rovina lo spettacolo di Rivisondoli è che la realtà — quella dei negoziati, delle condizioni poste — racconta altro. I fatti indicano che la Russia continua a porre condizioni massimaliste e territoriali come precondizione, non come esito di un negoziato.

La linea russa è costante: ottimismo diplomatico di facciata, rigidità sostanziale sotto — con richieste che puntano non solo a pezzi di terra, ma a ridurre la sovranità ucraina a un concetto negoziabile.

Ecco il punto politico che Salvini evita volutamente: se la “pace” coincide con l’accettazione delle pretese dell’aggressore (territorio, status geopolitico, architettura di sicurezza), allora non è un accordo di pace; è un premio alla guerra d’invasione. È esattamente il tipo di precedente che rende l’Europa più pericolosa, non più sicura.

La lezione ucraina (e italiana): la pace non è il contrario della resistenza

Tykhyi, con Montecassino, sta ricordando un meraviglioso “fatto italiano”. Nel 1944 non si “scelse” tra due modalità di resa; si combatté perché l’alternativa era un ordine imposto con la forza. Oggi, con altri attori e altre mappe, la grammatica resta simile: se chi invade capisce che basta tenere duro, fingere tavoli e pretendere territori per ottenere ciò che vuole, allora la guerra diventa un investimento razionale, un pasto a buon mercato.