“La guerra non si fermerà finché Putin sarà al potere”. Intervista allo scrittore ucraino Andreij Kurkov

Marco Setaccioli
09/09/2025
Orizzonti

Andreij Kurkov è senza dubbio il più noto degli scrittori ucraini. Con al suo attivo almeno 19 romanzi, 9 libri per ragazzi e diverse sceneggiature, oltre a racconti e saggistica (tra cui Ukraine Diaries, Diary of an Invasion, Our Daily War), Kurkov è estremamente celebre anche all’estero, dove partecipa a fiere e festival letterari e rassegne di caratura internazionale, portando le sue opere, tradotte in 37 lingue e pubblicate in 65 Paesi.


Ho scelto di intervistarlo a Kyiv, non solo in quanto personalità di spicco del panorama culturale nazionale, ma anche per alcune caratteristiche che lo rendono uno degli osservatori più attendibili dell’attuale situazione, essendo un ucraino di origini russe che pubblica libri in lingua russa ed avendo seguito in prima persona anche le proteste della Rivoluzione della Dignità (a molti nota come Euromaidan), sin dagli inizi di dicembre 2013, diventata poi argomento di due suoi best seller.

Se dovesse descrivere il tipo di guerra che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina, quale parola userebbe?

Ricolonizzazione. La Russia sta cercando di riprendersi l’Ucraina e trasformarla in una colonia russa, una colonia imperiale o un territorio imperiale. Questo è l’obiettivo principale.

Molti vedono in questa guerra un desiderio da parte della Russia e di altre autocrazie di riscrivere le regole delle relazioni internazionali, o forse addirittura di abolirle. Cioè, di sostituire lo stato di diritto con il diritto di usare la forza.

Sono d’accordo e devo dire che Trump li sta aiutando, li sta aiutando davvero. Il fatto che l’America abbia deciso di non essere più un leader nel mondo democratico ha reso Russia, Corea del Nord, Cina e Iran molto più audaci e decisi nel loro desiderio di cambiare l’ordine mondiale.

Come vede la questione delle cessioni territoriali o, come dicono alcuni, dello scambio di territori?

Beh, direi che uno scambio può avvenire tra territorio russo e territorio ucraino. Voglio dire, non si può scambiare territorio ucraino con territorio ucraino. Quindi è un’assurdità. E la questione di eventuali concessioni… fare concessioni territoriali alla Russia, significa decretarne la vittoria e spingerla a chiedere di più.

L’altra questione è quella delle garanzie di sicurezza. Mosca sembra in realtà riluttante a fornirle. Quale potrebbe essere un possibile punto di mediazione?

Penso che la Russia non debba far parte di alcuna garanzia. Perché sono proprio loro che stanno infrangendo le regole, infrangendo le garanzie. La questione è semmai se l’Europa abbia intenzione di prendere l’Ucraina sotto la propria protezione e accettarla come membro dell’Unione Europea. Perché in caso contrario, l’Ucraina è destinata a rimanere di fatto una zona cuscinetto, cosa che probabilmente piace ad alcuni leader europei. Ma in quel caso non ci sarà alcuna protezione né per l’Ucraina, né tanto meno per l’Europa.



Lingua, religione e identità

Tra le richieste russe, mi ha particolarmente colpito la reintroduzione della lingua russa e della Chiesa ortodossa russa. Sono accettabili secondo lei? Le pongo questa domanda perché lei è uno scrittore ucraino, ma di origine russa. E scrive in russo. E anche in Italia, c’è spesso molta confusione tra russofoni e filorussi.

Prima della guerra il 40% degli ucraini parlava russo. Forse il 10% di loro era filo-russo. La maggior parte di queste persone ora sono morte o sono profughe, perché viveva nel Donbas e in Crimea. Quindi, in nessun modo, per gli ucraini, parlare russo significa essere filo-russi. Le due cose non coincidono. E in realtà, i russofoni non hanno mai avuto bisogno di alcun tipo di protezione dall’Ucraina. Anche prima della guerra io non ho mai avuto problemi a scrivere in russo. A causa di Putin, ora i miei libri, ad esempio, non vengono pubblicati in Russia. Quanto alla Chiesa Ortodossa russa, sorprenderà sapere che è ancora molto attiva. La settimana scorsa hanno organizzato un pellegrinaggio, un enorme pellegrinaggio in Bucovina. Dalla Bucovina a Pochaiv, credo nella regione di Khmel’nyc’kyj, o nella regione di Ternopil. Dato che ora sono il secondo monastero principale della Chiesa ortodossa russa. Nessuno li ha fermati. Parliamo di decine di migliaia di fedeli ortodossi russi che attraversavano a piedi l’Ucraina occidentale e meridionale. E presumo anche che fossero guidati da sacerdoti filo-russi. Perché senza la loro organizzazione non lo si sarebbe potuto fare. Il loro scopo era chiaramente quello di provocare la reazione del governo ucraino. Fermare questo pellegrinaggio, arrestare i sacerdoti. Non è successo nulla di tutto questo. Ecco perché non se ne parla sui media. Ma si possono trovare foto di queste enormi folle di fedeli ortodossi guidati da sacerdoti russi in Ucraina durante la guerra.

Questa guerra è giunta in un momento cruciale nel processo di nation building del vostro Paese. Putin ha recentemente dichiarato in Cina che c’è stato un colpo di stato a Maidan, sponsorizzato dall’Occidente. Lei ha scritto due libri sulla rivoluzione che gli ucraini chiamano “Rivoluzione della Dignità”. Lei c’era in quei mesi in piazza. Che tipo di rivoluzione è stata veramente?

Beh, prima di tutto, chi cerca di giudicare l’Ucraina solo in base a Maidan e a questi eventi non capisce la differenza di mentalità tra russi e ucraini. Gli ucraini sono sempre pronti a protestare. Perché gli ucraini sono individualisti. Sentono di avere libertà di decisione politica. Ecco perché non abbiamo mai avuto un presidente per 20 anni come in Russia. Ed è per questo che, in realtà, tutti in Ucraina sono stufi della corruzione, sia politica che economica. Quindi la seconda Maidan, quella del 2014, dopo la Rivoluzione Arancione del 2004, è stata di fatto provocata dal presidente filo-russo Yanukovich, che voleva imitare il comportamento di Putin e voleva controllare economicamente e politicamente tutta l’Ucraina, pensando di poter rimanere al potere come Putin per 10 anni, per 20 anni. Quindi, ricordo che quando sono arrivato per la prima volta a Maidan all’inizio delle proteste, era l’inizio di dicembre 2013, e parlavo con la gente, ho capito che quelle persone erano lì non solo perché Yanukovich aveva detto che non saremmo andati in Europa, ma perché erano stanchi della corruzione locale o dei politici locali. Sono venuti da tutta l’Ucraina per esprimere il loro dissenso. Erano insoddisfatti. Si è trattato di una enorme massa di persone, che solo in quel momento ha espresso la propria comune volontà, che era quella di entrare in Europa, perché combattere la corruzione significa proprio muoversi verso l’Europa, verso una società più civile. Questa è, e rimane in realtà la mia impressione, cioè che le persone che sono venute, avessero in alcuni casi chiare richieste politiche, in altre fossero solo insoddisfatte della situazione in cui si trovava l’Ucraina in quel momento. Insieme, in quel momento sono diventati politicamente più consapevoli, ma allo stesso tempo, non lo erano abbastanza da determinare la nascita di un partito politico, non hanno creato una nuova forma di potere, né hanno mandato una nuova forza politica in parlamento dopo Maidan. E questo ancora una volta perché gli ucraini sono individui, perché nessuno vuole unirsi.

Che tipo di Ucraina emergerà da questa guerra, secondo lei?

Difficile prevederlo, perché ora abbiamo diverse Ucraine. Abbiamo l’Ucraina dei rifugiati, quindi l’Ucraina all’estero. Sei milioni di persone, sette milioni di persone di cui solo forse il 10% sarà pronto a tornare. Quindi creeranno una nuova diaspora. In parte si assimileranno, in parte diventeranno gruppi di ucraini che vivono all’estero, come dopo il 1991, ecc. Abbiamo ucraini sfollati che hanno un carattere diverso, che sono molto amareggiati, che sono infelici, che hanno perso le loro case, che cercano di integrarsi nella vita di una regione diversa. E a volte non sono benvenuti, a volte sì. Abbiamo ucraini che vivono ancora a casa, come me, che si sentono più stabili, ma in una situazione ancora molto fragile, perché non so dove cadrà domani un missile o un drone. Ciò che può unire tutti questi ucraini è solo un enorme sforzo di ricostruzione, la ricostruzione dell’Ucraina, purché inizi subito dopo la fine della guerra. E se molti volontari stranieri, giovani volontari, venissero ad aiutare gli ucraini, questo darebbe motivazione anche agli ucraini che sono stanchi, che non sono molto ottimisti. In ogni caso posso dire cosa l’Ucraina non diventerà mai: uno stato autoritario, perché qui non funziona. La realtà è che la gente non sopporta i politici, li odia. Dico sempre che l’Ucraina è la patria dell’anarchia. Il più grande esercito di anarchici fu organizzato in Ucraina nel 1918 da Nestor Machno. Quindi…



Europa, democrazia e futuro

Come valuta l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dell’Ucraina? C’è qualcosa che ancora non hanno capito dell’Ucraina e di questa guerra?

Penso che i politici capiscano molto. E anche la gente comune ha imparato molto sull’Ucraina. Ma l’atteggiamento dell’Unione Europea direi che è ambiguo, perché l’Unione Europea senza gli Stati Uniti è diventata o almeno appare fragile. Alcuni politici, come Fico e Orban, fino a poco tempo fa dovevano decidere se essere più amici di Trump o di Putin. Hanno ovviamente scelto Putin, perché hanno visto che Trump è debole e a Trump non importa dell’Europa. E questo è un pessimo segno. Perché penso che ci saranno altri politici che cercheranno di seguire le orme di Fico e Orban. Non necessariamente la Polonia o la Repubblica Ceca dopo le prossime elezioni, ma magari l’Austria o forse l’Italia e la Grecia. Spero di no.

Abbiamo parlato prima della nuova Ucraina, ma la sensazione è che in questo mondo in cui persino gli Stati Uniti hanno iniziato a considerarsi una potenziale autocrazia, sia necessaria anche una nuova Europa. Come può l’Ucraina contribuire a costruire una nuova Europa?

L’Ucraina può contribuire intanto alla creazione di un nuovo esercito europeo, perché in realtà la NATO è compromessa e non c’è alcuna garanzia che venga applicato anche l’Articolo 5 se la Russia dovesse attaccare l’Estonia o la Lituania. Perché l’America ha la quota più ampia nella NATO e Trump può dire “aspettiamo due o tre settimane e poi decidiamo”. Quindi penso che l’Unione Europea dovrebbe pensare a un esercito europeo congiunto con un solo comando europeo. E se questo esercito fosse istituito sulla base della NATO o in parallelo, avrebbe bisogno dell’esperienza degli ufficiali ucraini, del comando ucraino. Tutti si sentirebbero molto più forti se l’Ucraina fosse coinvolta nella creazione dell’esercito europeo, militarmente e politicamente, forse non economicamente.

Lei ha scritto molto sul patriottismo. Non c’è dubbio che l’Ucraina abbia dimostrato patriottismo. È questo che manca invece all’Europa?

Eh, la parola patriottismo in realtà non è affatto popolare in Europa. È di moda semmai un astratto patriottismo europeo che termina con la frase “Sono europeo”. Non esiste un patriottismo francese o austriaco, perché i politici temono che patriottismo e nazionalismo diventino troppo interconnessi, se si promuove il patriottismo nel loro paese. E il risultato di questa situazione è molto chiaro, perché in alcuni paesi oltre il 60% delle persone intervistate per strada ha dichiarato di non essere pronto a combattere per il proprio paese. Essendo europei, magari immaginano di poter andare in un altro paese europeo che non sarà attaccato. Questo è un problema che deve essere affrontato non solo dai filosofi, ma anche dai politici. Molti europei pensano che non saranno mai attaccati, perché in qualche modo questi 70-80 anni di tranquillità in Europa hanno portato le persone a credere che la pace sia per sempre e che viviamo in una nuova civiltà senza guerre, senza pericoli. E questo slittamento politico dell’Europa credo abbia contribuito in modo determinante anche a determinare la situazione di pericolo che abbiamo ora. La Germania, ad esempio, è stata ben felice di commerciare con la Russia anche dopo l’annessione della Crimea.

Qualche settimana fa, l’approvazione della legge anticorruzione, poi ritirata, ha scatenato le proteste di massa in piazza. Come vede lo stato della democrazia in Ucraina?

Innanzitutto possiamo dire che la democrazia c’è già ed anzi mi viene quasi da pensare che in una “normale” situazione di guerra probabilmente il Paese dovrebbe avere “meno democrazia”, ma non voglio essere frainteso. La democrazia ucraina, come ho detto, si basa sull’anarchia, sul desiderio e sulla voce di ogni persona coinvolta. Non è organizzata politicamente. Il che rende il Paese più fragile in caso di pericolo. Instabile. E penso che il governo lo abbia capito quando sono scoppiate le proteste contro quella legge. Ma il fatto è che penso che le proteste siano avvenute perché la società prende ogni azione del governo in modo critico. Quindi non si fidano del governo, non si fidano della carica del presidente quando decide di fare qualcosa, di cambiare le regole del gioco. Ed è anche pericoloso perché sappiamo che Putin odia Zelensky. A Trump non piace Zelensky. Ma se gli ucraini iniziano davvero ad attaccare Zelensky, questa sarà la fine non di Zelensky, ma la fine dell’Ucraina. Quindi, in realtà, gli ucraini dovrebbero consolidare la loro posizione. Possono criticare, e c’è sempre un motivo per criticare Zelensky e il governo. Ma tutti dovrebbero comprendere le conseguenze di ogni loro azione.

L’Ucraina è ancora sotto la legge marziale. Quindi anche solo immaginare un’elezione sarebbe irrealistico. Ma se dovesse abbozzare un identikit di chi dovrebbe essere il prossimo presidente o immaginare come sarà la nuova classe politica, cosa direbbe?

Direi che è difficile capire l’equilibrio delle forze politiche quando la guerra sarà finita, perché non sappiamo quando finirà e perché durante la guerra non c’è attività politica nel Paese, se non quella istituzionale. Ma ovviamente gli ucraini vogliono sempre avere una scelta. E ora la maggioranza sostiene ancora Zelensky, ma può essere diverso quando la guerra sarà finita, quando si potrà fare una scelta, quando ci sarà un altro candidato. E dipenderà in realtà dalle promesse del nuovo candidato e dalla realtà a cui Zelensky è realmente legato. Lui è stato eletto con un programma preciso. Una delle sue promesse principali era di raggiungere un accordo con Putin il più rapidamente possibile. Quindi sarà giudicato in base alle promesse non mantenute come chiunque altro…

Quando e come pensa che finirà la guerra?

Credo che la cosa più logica da dire sia che la guerra finirà dopo la morte di Putin o la sua scomparsa o la sua rimozione, perché Putin non si arrenderà, Putin non fermerà la guerra. Non accetterà alcun tipo di accordo di pace. Ma la situazione economica in Russia è pessima e sta peggiorando. Ora non c’è benzina, non c’è libero accesso alle strade. E penso che questo sia uno dei motivi per cui l’Ucraina viene bombardata in modo sempre più aggressivo. È una vendetta per la situazione in Russia. Non c’è alcuna forza politica in Russia se non quella di Putin. Quindi non si può immaginare che qualcuno dica: “Lo rimuoviamo, facciamo l’accordo e fermiamo la guerra”. Quindi siamo realistici. La guerra e Putin sono la stessa cosa. Sono sinonimi.

E non teme che dopo Putin ci sarà un Putin 2.0?

No, non necessariamente, anche se mi rendo conto che è di moda dirlo. Ma in realtà i russi amano e hanno paura del loro zar Putin. Putin non ha preparato nessuno a sostituirlo con la stessa aura, con la stessa reputazione, qualcuno nei confronti del quale la Russia può avere lo stesso atteggiamento. Quindi, quando se ne sarà andato, il posto sarà vuoto. Chiunque arrivi, sarà giovane e “nuovo” e i russi quindi non avranno paura di lui. Questo è fondamentale. Oggi la società russa si basa sulla paura. La paura ha un volto, quello di Putin. Se non c’è più la paura, allora ci saranno rivolte, succederanno altre cose. Ma l’intera struttura basata sulla paura crollerà o si congelerà. E la gente aspetterà di vedere cosa succederà dopo. Ma non accetterà un nuovo leader con lo stesso tipo di amore, paura, adorazione e fiducia.