La guerra ibrida si nutre dell’ambiguità della politica italiana: l’europeismo è l’antidoto

Piercamillo Falasca
18/11/2025
Poteri

Al Quirinale, lunedì, l’Italia sembra un Paese molto serio.
Sergio Mattarella convoca il Consiglio Supremo di Difesa, Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Antonio Tajani arrivano con una linea chiara, l’Europa e la Nato sono il perimetro naturale, la Russia è indicata come fonte di “minaccia ibrida” e la difesa dello spazio cognitivo – cioè delle nostre teste, non solo dei nostri confini – diventa priorità nazionale. Nel comunicato finale la minaccia proveniente da Mosca e da “altri attori ostili” è definita “sfida complessa per la sicurezza dell’Europa e dell’Italia nonché per l’integrità dei processi democratici”. Sulla carta, una fotografia rassicurante.

Dentro il Consiglio: la versione adulta dell’Italia

Prendendo sul serio il testo del Quirinale, è difficile non apprezzare la scelta di Mattarella. Il Capo dello Stato usa l’organo più alto di coordinamento strategico per dire che il problema numero uno non è solo quanti carri armati ha Putin, ma quanto successo ottiene nel deformare le opinioni pubbliche occidentali. Il Consiglio parla di campagne di disinformazione, interferenze nei processi democratici, narrazioni polarizzanti, sfruttamento sistematico delle piattaforme digitali per minare fiducia nelle istituzioni e coesione sociale.

Il quadro è, senza troppi giri di parole, esistenziale: se cade la fiducia nelle istituzioni, non serve neppure bombardare infrastrutture fisiche, perché la crisi arriva dall’interno. Non a caso Crosetto è arrivato al Colle con un dossier sulle minacce ibride e un piano per rafforzare la capacità cyber italiana, che include l’idea di un comando dedicato con oltre un migliaio di specialisti, in coordinamento con Nato e Unione europea.

Sul fronte più tradizionale, il Consiglio ribadisce il “pieno sostegno” all’Ucraina, anche tramite un nuovo pacchetto di aiuti militari. È la continuità con la linea atlantica del Quirinale: niente ambiguità sull’aggressore, niente indulgenza verso la narrativa russa. Guardata da questo angolo, la postura congiunta di Mattarella, Meloni, Crosetto e Tajani è quella di un Paese adulto, che ha capito di essere già dentro una guerra ibrida e non solo spettatore.

Fuori dal palazzo: Salvini, Vannacci e i fantasmi di Mosca (a destra e a sinistra)

Il problema è che l’Italia che esce dalla Sala degli Arazzi di Lille non è esattamente la stessa Italia che ci vive dentro. Ad ascoltare solo Mattarella, Meloni e Crosetto, un cittadino medio potrebbe sentirsi rassicurato: il governo appare responsabile, allineato con gli alleati, consapevole che il fronte vero passa anche per TikTok, Facebook, canali Telegram filorussi e IA generativa.

Poi si riaccende la tv, o si apre X, e riappaiono Matteo Salvini e Roberto Vannacci. Il leader leghista, vicepremier, moltiplica i dubbi sugli aiuti a Kiev, cavalcando scandali e stanchezza dell’opinione pubblica verso la guerra, e lascia intendere di voler marcare una distanza crescente quando, a fine anno, scadrà l’attuale decreto sulle forniture militari. Nel frattempo il generale diventato eurodeputato ha costruito intorno a sé una rete di ambienti esplicitamente filorussi – “fuori dalla Nato, apriamo a Putin” è uno degli slogan emersi in quel mondo – e offre da mesi letture indulgenti delle ragioni del Cremlino, denunciando le “provocazioni” dell’Alleanza atlantica e la responsabilità dell’Occidente nel conflitto.

Il tutto dentro o ai margini dell’area politica che sostiene il governo. È qui che la narrazione si complica: la stessa coalizione che al Quirinale firma un documento durissimo contro la guerra ibrida russa ospita in casa propria i canali più efficaci per amplificarne la propaganda.

Se si allarga lo sguardo alle opposizioni, la fotografia non è però più confortante. Il Partito democratico fatica a produrre una narrativa coerente sulla guerra e sulla sicurezza europea, oscillando fra riflessi pacifisti interni e un sostegno formale alla linea atlantica; il Movimento 5 Stelle ha costruito buona parte della propria identità recente sull’ambiguità verso Nato e forniture militari a Kyiv.
Invece di riempire di contenuti seri, dati alla mano, lo spazio pubblico che la propaganda russa inquina, gran parte dell’opposizione si limita a inseguire le proprie tare ideologiche anti-occidentali.

È dunque difficile vedere, oggi, un fronte politico capace di tradurre il linguaggio duro ma lucido del Consiglio Supremo di Difesa in una proposta di Paese.

La retorica anti-Bruxelles come vulnerabilità strategica

A questa schizofrenia geopolitica si aggiunge la retorica quotidiana contro Bruxelles. L’Unione europea, che nel comunicato del Consiglio viene indicata come spazio da difendere – anche sul piano delle infrastrutture critiche e della sicurezza cyber – è spesso descritta, negli stessi ambienti di centrodestra, come un impiccio da alcuni e come un nemico da battere da altri, non come una prospettiva da rafforzare.

Per Mosca (e per altri attori ostili, come ricorda lo stesso documento del Quirinale) è una situazione ideale. La guerra ibrida si nutre di incoerenze: più un Paese manda messaggi contraddittori, più facile è inserirsi nelle sue fratture, amplificare gli sfoghi sociali, spingere un pezzo dell’elettorato contro l’altro. È difficile difendere lo “spazio cognitivo” se una parte del governo alimenta sistematicamente l’idea che l’Unione, principale bersaglio politico della Russia, sia il vero problema.

Le due cose – la sobria consapevolezza esibita al Consiglio Supremo di Difesa e la quotidiana propaganda sovranista – insieme non si tengono.

Una minaccia esistenziale, non una parentesi comunicativa

Il punto politico di fondo è che la minaccia descritta dal Consiglio non è una parentesi comunicativa, ma una trasformazione strutturale del modo in cui si fa guerra. Attacchi ai sistemi sanitari, ai network logistici, alle banche; campagne mirate per spostare voti a ridosso delle elezioni; narrazioni polarizzanti che rendono impossibile discutere di qualsiasi tema senza scivolare nel complotto: tutto questo, dice il documento, è già qui.

Per l’Italia, paese con istituzioni fragili e un ecosistema informativo purtroppo impoverito, l’impatto potenziale è esistenziale: anche solo un grande blackout, un attacco ai sistemi di pagamento, o un’ondata coordinata di disinformazione in piena campagna elettorale potrebbero non solo creare disagi, ma minare la legittimità stessa delle decisioni pubbliche. Se la fiducia si rompe, difendere i confini fisici serve a poco.

È qui che la scelta di Mattarella di mettere la guerra ibrida al centro dell’agenda, e la postura responsabile mostrata da Meloni e Crosetto, meritano un giudizio positivo. Ma è anche il punto in cui questa stessa maggioranza dovrebbe guardarsi allo specchio: un Paese che prende sul serio la guerra ibrida non può permettersi di usare Bruxelles come punching ball permanente né di coccolare, per convenienza elettorale, i propri filorussi di casa.

Se davvero la minaccia è “complessa” e “in continuo incremento”, come recita il comunicato del Consiglio, la prima linea di difesa non è un nuovo comando cyber, per quanto necessario. È la coerenza politica.