La diga che smentisce tutti
C’è un Paese africano che ha appena inaugurato la più grande diga idroelettrica del continente.
Si chiama Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), ha una potenza installata di oltre 5 gigawatt e mgiliorerà la vita a decine di milioni di persone.
E no, non è nata da un “memorandum d’intesa”, non è figlia di un “piano Mattei” infiorettato di slide e conferenze stampa, non è il prodotto di un’ennesima cabina di regia euro-africana con buffet di finger food e dichiarazioni sulla “visione condivisa”.
È nata perché l’Etiopia l’ha voluta. Punto.
Fa quasi sorridere pensare a cosa ne direbbero i nostri politici. Quelli della destra sovranista, con il loro tono da missionari coloniali in gita, presenterebbero la diga come un atto di generosità italica, con la foto di qualche ministro in caschetto bianco a distribuire paternali pacche sulle spalle ai “fratelli africani”.
La sinistra, invece, scuoterebbe il capo: parlare di “mercato”, “sviluppo” e “grandi opere” è volgare, meglio raccontare di “aiuti umanitari”, di progetti inclusivi e comunitari che non spostano di un millimetro la vita reale delle persone ma salvano la coscienza progressista di chi li finanzia.
La realtà, intanto, è che l’Etiopia ha investito 5 miliardi di dollari in una diga che raddoppia la sua capacità elettrica e la rende un hub energetico anche per i paesi confinanti. Senza piani paternalisti, senza retorica coloniale.
Ha coinvolto i propri cittadini, inclusi quelli emigrati all’estero, raccogliendo fondi come fosse una startup.
Ha resistito alle pressioni di Egitto e Sudan, che si trovano più avanti lungo il Nilo e temono per la loro sovranità idrica, ha sfidato la diplomazia internazionale che voleva un progetto più “moderato”, e ha tirato dritto.
E noi italiani? C’eravamo, sì, ma nel modo migliore: con Webuild, che ha messo cemento, ingegneri e competenze, non slogan.
È questa la parte che conta. Non i proclami ministeriali, non i titoli altisonanti, non i summit col logo plastificato, ma la capacità concreta di costruire un’opera che produce ricchezza, sviluppo, energia.
Forse un giorno lo capiremo anche noi: il Green deal e le dighe si costruiscono con l’ingegneria, non con le conferenze stampa.








