La cura come rivoluzione politica. Intervista a Riccardo Sollini, autore di I Care

Antonio Bompani
26/04/2026
Miscellanea

Il nuovo saggio di Riccardo Sollini, Direttore Generale della Comunità di Capodarco dell’Umbria e responsabile delle politiche sociali della startup civica Base Italia, con una lunga esperienza in ruoli apicali di organizzazioni del Terzo Settore, è “I Care. Curare e prendersi cura. La cura come rivoluzione politica in un mondo di solitudine“, pubblicato da Morlacchi Editore.

Il volume, con prefazione di Marta Bonafoni, coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico, e postfazione di Mauro Magatti, sociologo alla Cattolica di Milano, discute con taglio critico e squisitamente politico la realtà del terzo settore, esplorando i cortocircuiti di welfare e lavoro di cura, sottolineandone crisi e difficoltà. La parte propositiva del libro disegna politiche pubbliche e riforme da percorrere al fine di rilanciare ruolo, compiti e responsabilità per un terzo settore da rinnovare, che sia insomma al passo con i tempi odierni, offrendo un ragionamento probabilmente applicabile non solamente al caso italiano.

“I Care. Curare e prendersi cura. La cura come rivoluzione politica in un mondo di solitudine“, di Riccardo Sollini, pubblicato da Morlacchi Editore.

Riccardo, perché assistiamo a questa “svalutazione” generalizzata, nell’opinione dei più, nei confronti del terzo settore? 

La svalutazione nasce da quello che definisco un “paradosso etico”: quanto più il lavoro di cura è essenziale alla vita e alla coesione sociale, tanto più esso diventa invisibile e socialmente svalutato. A livello europeo, abbiamo assistito a una mutazione antropologica: la cura è stata trasformata in un prodotto da acquistare, la fragilità in un mercato e la dignità in una griglia di requisiti burocratici.

Il Terzo Settore è stato progressivamente schiacciato da una logica che lo vorrebbe neutrale, amministrativo e silenzioso — un semplice “fornitore low-cost” di prestazioni standardizzate. Questa mercificazione ha svalutato il lavoro sociale, riducendo professionisti altamente specializzati — come educatori e infermieri — a meri esecutori di “minutaggi” imposti da una visione aziendalista che ignora la dimensione relazionale e trasformativa della cura. La svalutazione è figlia di una cultura che ha dimenticato che la cura è l’architettura civile che tiene insieme la democrazia.

La crisi del prendersi cura, del curare di cui rifletti nel libro, credi sia un concetto applicabile a tutto il Continente, cioè a quell’Unione storicamente patria e culla dell’impianto di welfare state? Le problematiche del terzo settore superano dunque i confini di casa nostra?

Sì, la crisi del welfare è una sfida esistenziale per l’intera Europa. Il welfare rappresenta la più grande conquista della modernità continentale, un’infrastruttura morale della convivenza nata per garantire protezione e dignità a ogni cittadino. Tuttavia, oggi questo modello è sotto una pressione insostenibile, stretto tra l’affermazione di un mercato senza controllo e politiche di austerità che hanno frammentato i diritti sociali e trasformato la salute in un bene di consumo.

A questo si aggiungono le spinte sovraniste che, alimentandosi del disagio delle fasce più deboli, narrano l’Unione non come uno spazio di protezione comune, ma come un apparato distante e oppressivo. In questo scenario, l’Europa deve scegliere se essere solo un mercato o riaffermarsi come una patria politica dei diritti e della solidarietà. Questo modello europeo è l’unica vera alternativa democratica a visioni globali che vorrebbero smantellare le garanzie sociali per favorire l’individualismo e il potere assoluto dei capitali. La crisi del Terzo Settore europeo è dunque la crisi di questo spazio di mediazione; resistere alla trasformazione in apparato aziendale è necessario per preservare l’anima stessa del continente.

Qual è la proposta politica alternativa che cerchi di tracciare in “I Care”, per rilanciare un più moderno modello di terzo settore? Come tornare quindi ad essere e fare da cerniera tra società civile e politica?

La proposta centrale è il passaggio verso un Welfare Generativo e di Comunità, che superi il vecchio schema assistenziale per diventare un motore di possibilità. Non si tratta di un ritorno nostalgico al passato, ma di immaginare un sistema dove lo Stato agisca come regista di un ecosistema di cura capace di attivare le risorse dei territori. Per tornare a fare da “cerniera”, il Terzo Settore deve anzitutto recuperare il ruolo di antenna, cioè agire come recettore dei nuovi bisogni, anticipando le risposte e immaginando nuove espressioni di servizio che non siano solo esecutive. Poi, promuovere la partecipazione, dunque ettere al centro non le impossibilità, ma le potenzialità di ciascuno, garantendo a ogni persona — indipendentemente dalle condizioni fisiche — il diritto di esprimersi e partecipare alla vita democratica. Infine, rifiutare la subalternità: smettere di lasciarsi “usare” come semplice fornitore di servizi per tornare a essere un interlocutore politico che partecipa alla co-programmazione delle politiche sociali. In sintesi, dobbiamo rimettere al centro il concetto di “I care” come promessa civile: la cura come base del futuro e fondamento di una società che non si definisce dai suoi confini, ma da come accompagna chi resta indietro.