Kazakistan negli Accordi di Abramo: la diplomazia USA sfonda in Asia centrale
L’annuncio dell’imminente ingresso del Kazakistan negli Accordi di Abramo rappresenta una delle mosse di politica internazionale più significative degli ultimi anni.
Apparentemente è solo una mossa di diplomazia economica, legata alla firma di un memorandum tra Astana e Washington sui minerali critici. Ma in realtà questo passo nasconde una strategia di ben più ampio respiro: ridisegnare gli equilibri nel cuore dell’Asia centrale, proiettando l’influenza americana oltre il Medio Oriente.
Un asse che si estende fino al confine iraniano
La scelta di includere il Kazakistan – grande paese al 69% musulmano ma laico nelle sue istituzioni, e primo esportatore mondiale di uranio – nel quadro degli Accordi di Abramo non risponde a una logica di “normalizzazione” diplomatica con Israele, come accadde per Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Si tratta piuttosto di un’operazione strategica.
Washington mira a consolidare un asse anti-Iran che si estende dal Golfo Persico fino al confine settentrionale iraniano, coinvolgendo Israele, paesi arabi moderati e ora anche un partner dell’Asia centrale. Il memorandum sui minerali critici – che comprende rame, litio e terre rare – rafforza questa rete economico-tecnologica, garantendo agli Stati Uniti approvvigionamenti sicuri e riducendo la dipendenza da Russia e Cina.
Per Israele, l’ingresso del Kazakistan offre un vantaggio politico e simbolico: un nuovo interlocutore musulmano pragmatico, con cui condividere cooperazione tecnologica e sicurezza energetica, in un contesto regionale sempre più polarizzato.
Un colpo a Mosca nel cuore dell’Eurasia
Se il messaggio a Teheran è chiaro, quello a Mosca lo è ancora di più. Il Kazakistan confina con la Russia e ha storicamente orbitato nella sua sfera d’influenza, come membro del CSTO, l’alleanza militare guidata dal Cremlino. Ma da quando è iniziata la guerra in Ucraina, i rapporti tra Astana e Mosca si sono progressivamente raffreddati.
Sostenere apertamente gli Stati Uniti e Israele permette oggi al Kazakistan di riaffermare la propria indipendenza strategica, attrarre investimenti occidentali e allontanarsi dalle ombre del vicino russo. Per Washington, è un successo simbolico e tattico: piazzare un alleato tra Russia, Cina e Iran significa consolidare una presenza americana in un’area dove, fino a pochi anni fa, l’Occidente era quasi del tutto assente.
Un allineamento strategico più che un accordo di pace
L’adesione del Kazakistan non va letta come un gesto di pace, bensì come una dichiarazione di allineamento geopolitico. Astana intrattiene da tempo relazioni ufficiali con Israele; ciò che cambia è la dimensione politica della scelta.
Gli Accordi di Abramo, nati nel 2020 come strumento di riconciliazione regionale, diventano oggi una piattaforma di cooperazione intercontinentale: da trattato di pace mediorientale si trasformano in un meccanismo globale di contenimento dell’Iran e, indirettamente, della Russia. È un’evoluzione che ne amplia la portata, ma che al tempo stesso rischia di indebolirne la vocazione diplomatica originaria.
Una nuova architettura regionale
Per il Kazakistan, entrare negli Accordi di Abramo significa entrare a far parte di un sistema di alleanze fondato non più su ideologie, ma su interessi comuni di sicurezza, energia e tecnologia. È una scelta che rafforza la sua posizione come potenza regionale e conferma la volontà di Astana di ritagliarsi un ruolo autonomo nel mosaico eurasiatico.
Per gli Stati Uniti e Israele, è un passo coerente con la strategia avviata dall’amministrazione Trump e oggi mantenuta, seppur con toni diversi, anche da Washington: costruire un network di paesi “pragmatici”, capaci di bilanciare l’espansione russa e cinese.
Una sfida per l’Europa
L’Europa osserva da vicino questo spostamento degli equilibri. Il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici, il peso della cooperazione energetica e la crescente influenza americana in Asia centrale avranno effetti diretti anche per Bruxelles.
Il Kazakistan potrebbe diventare un ponte strategico tra Occidente e Asia, ma anche un nuovo campo di competizione geopolitica. Per questo l’Unione Europea, se non vuole restare spettatrice, dovrà definire una propria strategia nella regione: non solo per proteggere i propri interessi economici, ma per contribuire attivamente a un equilibrio di potere stabile e sostenibile.
In definitiva, l’ingresso del Kazakistan negli Accordi di Abramo è molto più che un gesto simbolico. È la conferma che il Medio Oriente allargato sta cambiando forma, che Israele è ormai parte integrante di una rete di cooperazioni che arriva fino al cuore dell’Eurasia, e che gli Stati Uniti continuano a ridefinire le proprie priorità geopolitiche in chiave multipolare.
Un segnale a Teheran e Mosca, ma anche un invito per l’Europa a non restare indietro.









