Kallas lancia la sfida: l’Europa vuole diventare un attore geopolitico?
“La terra sta tremando sotto i nostri piedi, con scosse sempre più forti”.
Il recente intervento dell’Alta Rappresentante dell’UE, Kaja Kallas, alla conferenza annuale dell’EUISS 2025 potrebbe rappresentare un punto di svolta nel dibattito sul ruolo dell’Unione nello scenario internazionale.
Per la Kallas, essere un attore geopolitico non significa soltanto avere “potenza militare e forza economica”, ma anche essere in grado di utilizzarle quando è necessario.
Se sull’Ucraina, ad esempio, “finora ci siamo sempre mossi insieme”, su Gaza “non abbiamo potuto usare il nostro potere geopolitico perché non siamo stati uniti”.
Infine, e qui è la vera novità, esercitare potere geopolitico significa assumersi il rischio di “ritirare un’offerta di cooperazione quando i nostri interessi non vengono rispettati”.
Il riferimento implicito era probabilmente a Netanyahu, visto che la ex premier estone stava parlando del conflitto di Gaza.
Ma subito dopo si è affrettata ad aggiungere: “In parole povere, se un paese valuta di sostenere una guerra in Europa, dobbiamo privarlo dei fondi”. Difficile, qui, non pensare a Orbán, a Fico, a Vučić e agli altri aspiranti autocrati di casa nostra che hanno evitato o frenato le sanzioni contro la Russia.
L’Unione, in sintesi, deve mostrarsi capace di usare “sia il bastone che la carota”: premiare i partner che condividono sforzi e obiettivi comuni, limitando invece i benefici verso chi incrina la stabilità europea.
Il nodo degli strumenti di politica estera
L’analisi di Kallas porta alla luce una questione spesso rimossa: l’Europa dispone di un’enorme forza economica, commerciale e diplomatica, ma fatica a tradurre questo potenziale in potere geopolitico effettivo.
La mancanza di strumenti vincolanti e l’obbligo di decisioni unanimi in politica estera rendono l’UE vulnerabile a veti e paralisi.
Da qui la richiesta dell’Alta Rappresentante di “cambiare le regole” per rendere possibile un processo decisionale più rapido e coerente. Un richiamo che non è nuovo, ma che oggi assume una rilevanza particolare in un contesto segnato da guerre, rivalità sistematiche e tentativi di riorganizzare l’ordine mondiale.
Carota e bastone: un equilibrio da definire
L’idea di bilanciare incentivi e sanzioni può sembrare logica, ma apre un interrogativo politico e strategico: quanto l’UE è pronta ad assumere un ruolo realmente assertivo?
Se da un lato la minaccia di privare i partner di finanziamenti può rafforzare la posizione europea, dall’altro l’uso di condizionalità troppo rigide rischia di alimentare fratture e spingere alcuni Paesi verso altre sfere d’influenza.
Abbiamo già citato Vučić, che minaccia sempre di svendere la Serbia agli interessi industriali e persino militari della Cina. Ma il suo è tutt’altro che un caso isolato.
Il messaggio di Kallas, dunque, non va letto come un invito allo scontro permanente, ma come un’esortazione a costruire un quadro di credibilità.
L’Unione Europea è già il primo partner commerciale di 72 paesi, ha accordi nel settore militare con l’intero arco delle democrazie liberali (comprese quelle ben armate dell’Estremo Oriente) e batte una moneta che il mondo considera un rifugio sicuro.
“Quando si rafforza, non è mai a spese di altri” ha notato con orgoglio la Kallas, sapendo forse che quest’anno 75 nazioni andranno in default sul debito contratto coi cinesi.
Ma in ciascuna relazione esterna occorre avere il coraggio di mostrare in modo chiaro sia i benefici di un’alleanza con l’UE sia i costi di una scelta contraria.








