Italia e Regno Unito: la convergenza inattesa del PIL frutto di frenate e rimbalzi, non accelerazioni

Sofia Fornari
18/08/2025
Interessi

Negli anni Ottanta il dibattito politico e giornalistico italiano si infiammò intorno al cosiddetto “sorpasso”: l’idea che l’Italia, sull’onda lunga del miracolo economico e sotto la guida di governi come quello di Bettino Craxi, stesse raggiungendo e superando il Regno Unito in termini di ricchezza prodotta. Era un’altra epoca, con un contesto globale molto diverso, un’Europa ancora in costruzione e un’Italia che si affacciava fiduciosa sul futuro. Oggi, a distanza di quarant’anni, si parla di una nuova convergenza economica tra Roma e Londra, ma con radici e significati ben diversi: non più la forza travolgente di un Paese in crescita, bensì l’intreccio tra la resilienza italiana e il rallentamento strutturale britannico.

Negli ultimi decenni, l’Italia è stata descritta come il malato d’Europa: crescita bassa, produttività stagnante, debito pubblico elevato. Il Regno Unito, al contrario, veniva visto come un’economia dinamica, capace di attrarre investimenti e talenti globali. Eppure, secondo gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale riportati da Bloomberg, il quadro si è radicalmente trasformato: il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (PPP) dell’Italia ha quasi raggiunto quello britannico.

Nel 2016, alla vigilia della Brexit, la distanza era di circa 4.000 dollari per abitante. Oggi, con un reddito stimato di 54.556 dollari, Londra ha solo 500 dollari di vantaggio su Roma e si colloca dietro la Francia di quasi 1.700 dollari. Una convergenza economica che racconta due storie parallele: il rallentamento strutturale del Regno Unito e l’inaspettata resilienza italiana.

Il freno britannico

La scelta della Brexit ha inciso profondamente sulla traiettoria del Regno Unito. La svalutazione della sterlina ha reso più costose le importazioni e ridotto il potere d’acquisto reale, mentre i nuovi ostacoli commerciali hanno frenato gli scambi con l’Europa. Londra ha perso attrattività per investitori e lavoratori qualificati, mentre il suo storico “productivity puzzle” – la difficoltà a far crescere la produttività del lavoro – si è accentuato.

Negli ultimi anni, inoltre, il Regno Unito ha sofferto un’inflazione più alta della media europea, alimentata dal costo dell’energia e da squilibri nel mercato del lavoro. Risultato: la crescita reale del reddito per abitante è rimasta quasi ferma, in netta discontinuità rispetto alle aspettative di dieci anni fa.

Il rimbalzo italiano

L’Italia, al contrario, ha stupito per capacità di recupero. Dopo il crollo del 2020, la ripresa è stata più vigorosa delle previsioni, sostenuta da due fattori: l’industria manifatturiera competitiva – dalla meccanica alla farmaceutica, dal design all’agroalimentare – e il turismo, tornato rapidamente ai livelli pre-pandemici.

Il ruolo del Next Generation EU è stato determinante. L’Italia è il principale beneficiario dei fondi europei e, pur con difficoltà attuative, il PNRR ha dato un impulso a investimenti pubblici e privati. Anche il mercato del lavoro ha mostrato segnali positivi, con un tasso di occupazione in crescita che ha contribuito ad aumentare il reddito disponibile.



Demografia e debito pubblico: fragilità diverse

C’è però un fattore che spiega parte della convergenza e che non va sottovalutato: la demografia. L’Italia perde abitanti – da 59 milioni nel 2015 a poco meno di 58 milioni oggi, con una traiettoria discendente destinata a scendere sotto i 54 milioni a metà secolo. Il calo della popolazione, sul breve periodo, “gonfia” il PIL pro capite, perché lo stesso reddito viene diviso per un numero più basso di cittadini. Ma sul lungo periodo è una zavorra: meno forza lavoro, meno consumi, più squilibri previdenziali.

Il Regno Unito vive la dinamica opposta. La popolazione cresce stabilmente – quasi 69 milioni di residenti oggi, proiettati oltre 72 milioni nel 2050. Questo alimenta il PIL complessivo, ma può pesare sul PIL pro capite se la produttività non aumenta. È ciò che sta accadendo: Londra ha più dinamica demografica, ma resta intrappolata in una stagnazione della produttività.

Anche i conti pubblici raccontano una convergenza paradossale. L’Italia resta campione europeo del debito, con un rapporto debito/PIL al 137% nel 2024 e previsioni che lo mantengono sopra il 130% per tutto il decennio. Il Regno Unito, invece, partiva da una posizione molto più favorevole, ma ha visto il proprio debito salire rapidamente dopo Brexit e Covid: oggi è al 103% del PIL e secondo il FMI si stabilizzerà poco sopra il 105% entro il 2030.

In sostanza: Roma paga lo storico fardello di un debito enorme ma relativamente stabile; Londra paga l’accelerazione recente di una traiettoria che la avvicina alle fragilità mediterranee.

La prospettiva al 2030 e la lezione europea

Le proiezioni del FMI indicano che entro il 2030 Francia, Regno Unito e Italia si muoveranno in un corridoio simile, con valori di PIL pro capite PPP tra 55 e 60 mila dollari. La Francia dovrebbe mantenere un vantaggio, ma la vera novità è che l’Italia non sarà più distanziata dal Regno Unito.

Questo sorpasso mancato di un soffio non va però letto come la fine dei problemi italiani. L’Italia resta un Paese con crescita potenziale debole, alto debito e forte invecchiamento demografico. Ma la parabola britannica mostra che nessuna economia è al riparo da scelte politiche sbagliate o da crisi di produttività.

La convergenza tra Roma e Londra non racconta dunque di un’Italia miracolata, ma di un’Europa che si trasforma e ridefinisce i suoi equilibri. Se l’Italia saprà consolidare le riforme legate al PNRR e puntare su produttività e capitale umano, la chiusura del divario con il Regno Unito potrebbe diventare un punto di svolta.

E, soprattutto, un monito: nel mondo post-Brexit e post-pandemia, la competizione economica si gioca sempre meno su stereotipi e sempre più sulla capacità di adattarsi.