L’Italia che cerca lavoratori mentre cerca un nemico

Eriseld Zeneli
06/08/2026
Interessi

Dalla criminalizzazione della solidarietà al progetto ‘Se scappi, ti assumo’: perché l’Italia ha bisogno di meno slogan e più politiche pubbliche.


L’Italia discute di come fermare i migranti mentre le imprese cercano lavoratori che non trovano.
È forse questa la fotografia più fedele del nostro tempo. Da una parte il dibattito politico continua a ruotare attorno ai confini, ai rimpatri e alla sicurezza; dall’altra un numero crescente di aziende denuncia la difficoltà di reperire personale e una società sempre più anziana fatica a sostenere il proprio sistema produttivo e previdenziale.
C’è qualcosa che non torna.


Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano sull’immigrazione ha assunto toni sempre più radicali. Accanto alla legittima discussione sulla gestione dei flussi migratori, si è diffusa una narrazione che identifica il migrante come problema, minaccia o peso economico. In questo clima trovano spazio slogan sulla “remigrazione”, campagne contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare e, più in generale, una crescente criminalizzazione della solidarietà.


C’è un paradosso che attraversa oggi la politica italiana. Da un lato si alimenta l’idea che il migrante sia il problema da combattere; dall’altro imprese, ospedali, cantieri e servizi alla persona cercano lavoratori che non riescono più a trovare. È più semplice trasformare l’immigrazione in un permanente terreno di scontro politico che affrontare le vere fragilità del Paese. Ma una classe dirigente si misura dalla capacità di risolvere i problemi, non di individuare ogni volta un nuovo capro espiatorio.
La politica ha tutto il diritto di discutere come governare i flussi migratori. Un conto, però, è governare un fenomeno; un altro è trasformarlo nel principale strumento di mobilitazione elettorale. Quando ogni problema — dalla sicurezza alla crisi economica — trova nel migrante il colpevole ideale, il dibattito pubblico smette di cercare soluzioni e inizia semplicemente a distribuire responsabilità.


La realtà, però, racconta una storia diversa


Secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2025 in Italia sono nati appena 355.000 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia. Nello stesso anno i decessi sono stati 652.000, con un saldo naturale negativo di quasi 296.000 persone. A evitare un nuovo calo della popolazione è stato soprattutto il saldo migratorio con l’estero, positivo per circa 296.000 unità. Al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione italiana.
Le conseguenze di questo inverno demografico sono già evidenti. Industria, edilizia, logistica, agricoltura, turismo, sanità e assistenza alla persona faticano sempre più a reperire personale. Secondo Confindustria Emilia, soltanto in Emilia-Romagna entro il 2028 serviranno oltre 300.000 nuovi lavoratori per sostenere la crescita del sistema produttivo.
A questo dato se ne aggiunge un altro, spesso ignorato nel dibattito pubblico. I lavoratori stranieri rappresentano una componente sempre più rilevante del mercato del lavoro italiano e i contributi previdenziali che versano costituiscono una parte fondamentale dell’equilibrio del sistema pensionistico nazionale, in un Paese che invecchia rapidamente e vede diminuire il numero dei contribuenti attivi. Ignorare questo dato significa ignorare una parte della sostenibilità futura del welfare italiano.


Un’alternativa alla politica della paura


È proprio in questo contesto che assume particolare rilievo un’esperienza nata in Emilia-Romagna.
Il progetto ‘Se scappi, ti assumo’, promosso da Confindustria Emilia Area Centro insieme alle organizzazioni sindacali e al terzo settore, rappresenta una risposta tanto semplice quanto innovativa: trasformare l’accoglienza in integrazione attraverso il lavoro.
L’obiettivo è favorire l’inserimento lavorativo di 250 migranti nell’arco di un anno, costruendo percorsi di formazione linguistica e professionale direttamente collegati ai fabbisogni delle imprese. Non assistenzialismo, dunque, ma incontro tra domanda e offerta di lavoro.


Le prime adesioni dimostrano che il modello può funzionare: aziende che trovano personale qualificato, persone che conquistano autonomia economica e comunità che rafforzano la propria coesione.
La presidente di Confindustria Emilia, Sonia Bonfiglioli, lo ha spiegato con chiarezza: il futuro del sistema produttivo italiano passa anche dalla capacità di valorizzare il contributo dei lavoratori stranieri.
Il progetto lancia anche un messaggio culturale importante: il lavoro non è soltanto reddito. È dignità, autonomia, responsabilità e appartenenza. È il principale strumento attraverso cui una persona entra realmente a far parte della comunità.


I confini invisibili


Quando si parla di migrazioni si pensa quasi sempre ai confini geografici: muri, reti, respingimenti, passaporti. Esistono però confini molto più difficili da vedere.
Sono quelli che separano chi può esercitare pienamente i propri diritti da chi vive in una condizione permanente di precarietà. Confini che attraversano il mercato del lavoro, l’accesso alla casa, ai servizi sanitari, all’istruzione e, in ultima analisi, alla cittadinanza.


Il sociologo Sandro Mezzadra li definisce ‘confini di classe’: dispositivi che non separano semplicemente territori, ma differenziano il valore sociale delle persone in base alla loro posizione economica e giuridica.
I discorsi d’odio non producono soltanto un deterioramento del linguaggio pubblico. Producono anche politiche meno efficaci. Quando una persona viene rappresentata esclusivamente come un problema, diventa più difficile immaginarla come lavoratore, contribuente, vicino di casa o futuro cittadino. La disumanizzazione precede quasi sempre l’esclusione.
Quando un migrante rimane escluso dal mercato del lavoro regolare, non perde soltanto lui. Perde l’intera società, che rinuncia a competenze, produttività, gettito fiscale e coesione sociale.


Guardare la realtà


Il progetto ‘Se scappi, ti assumo’ non risolverà da solo le contraddizioni della politica migratoria italiana. Ma dimostra che esiste un’alternativa alla logica del capro espiatorio: considerare l’immigrazione non come una questione identitaria da agitare nelle campagne elettorali, bensì come una politica pubblica da governare con responsabilità, pragmatismo e lungimiranza.
In un Paese che invecchia, perde popolazione e fatica a trovare lavoratori, forse la domanda più urgente non è come costruire muri più alti, ma come costruire una società capace di trasformare le differenze in una risorsa.
Perché il contrario della paura non è l’ingenuità. È il coraggio di guardare la realtà per quello che è.


Il Dott. Eriseld Zeneli è un funzionario europeo e autore di Controvento. Dall’Albania a Bruxelles: diario di un’Europa possibile. Si interessa e scrive di cittadinanza europea, diritti civili, mobilità e processi di integrazione dell’Unione europea. Le opinioni espresse sono personali e non riflettono il parere ufficiale delle istituzioni UE.