Gli Accordi di Abramo saranno la pace di Vestfalia del Medio Oriente?

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Enrico Molinaro
21/11/2025
Orizzonti

Cosa si nasconde dietro le trattative in corso tra USA ed Arabia Saudita per la pace e la stabilità in Medio Oriente?

Alla luce del viaggio del Principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman, cosa si nasconde dietro le trattative in corso tra USA ed Arabia Saudita per la pace e la stabilità in Medio Oriente?

La rinnovata prospettiva della Soluzione a Due Stati per il conflitto israelo-palestinese inclusa nel Piano di pace del Presidente USA Donald Trump in corso di attuazione corrisponde al modello di identità collettivavestfaliano“, uno dei due sistemi ideali per definire i confini delle comunità umane che secondo alcuni si alternano ciclicamente da almeno 1500 anni (il nome deriva dalla pace di Vestfalia del 1648, che superò lo scontro cattolici-protestanti in favore delle esigenze nazionali dei regni europei).

L’attuale ciclo storico “vestfaliano”, imperniato sull’idea di Stato frontaliero inclusivo ed egualitario rispetto agli altri Stati nella comunità internazionale orizzontale (Civitates superiorem non recognoscentes), continua a prevalere dagli anni 2014/2015.

Al contrario, il modello di identità collettiva “glocalista“, secondo cui la comunità ideale è intra- o trans- nazionale senza confini territoriali statali definiti – come quelli imperiali del Presidente Trump, estendibili a Canada e Groenlandia (o magari al Golfo del Messico, ribattezzato Golfo d’America) – ha avuto il suo apice più recente con gli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA, che resero popolari termini come “Scontro di civiltà”, “Conflitto tra Islam e Occidente”, e “Terrorismo fondamentalista globale”, fondati sull’ipotesi di comunità in conflitto che hanno confini ideali interni od esterni alle frontiere statali, senza mai coincidere perfettamente con essi.

L’esempio più evidente di tale contrapposizione dicotomica meta-identitaria è proprio l’opposta interpretazione dei cosiddetti ormai celebri Accordi di Abramo proposti dal “glocalista” già allora Presidente Trump, stipulati da una parte dal “glocalista” Primo Ministro israeliano Benjamin (Bibi) Netanyahu, e dall’altra da alcuni paesi arabi a maggioranza islamica.

Nella loro formulazione originaria questa serie di intese arabo-israeliane avevano una matrice spiccatamente “glocalista“, incoraggiando “gli sforzi per promuovere il dialogo interreligioso e interculturale per far progredire una cultura di pace tra le tre religioni abramitiche e tutta l’umanità”, rimuovendo completamente qualsiasi riferimento allo Stato palestinese.

Al contrario, l’allora Presidente USA “vestfaliano” Joe Biden, in occasione della sua visita nel luglio 2022 in Israele, Cisgiordania, ed Arabia Saudita, menzionò il suo continuo sostegno alla Soluzione dei Due Stati, che rimaneva, a suo avviso, “il modo migliore per garantire in futuro una misura uguale di libertà, prosperità e democrazia per israeliani e palestinesi”.

È quindi evidente l’equivoco frequente sui suddetti Accordi: si confonde la versione originaria “glocalista“, escogitata per impedire e bypassare l’eventualità di uno Stato palestinese, con quella attuale, in cui al contrario la creazione di tale Stato è la condicio sine qua non che il citato Mohammed Bin Salman (forse in sintonia con i BRICS “vestfaliani“) ha imposto, prima di qualsiasi ipotesi di allargamento, all’auto-candidato al Premio Nobel Trump.
Obbediente, a sua volta il Presidente USA ha costretto il “glocalista” Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a riportare in cima all’agenda diplomatica l’incubo che ha tormentato tutta la sua vita politica!

Questa riapertura di credito verso la creazione di uno Stato palestinese vendica finalmente la memoria di Yitzhak Rabin, il Primo Ministro israeliano “vestfaliano” che un assassino “glocalista” uccise per punirlo del suo slogan “Noi qua, loro là” (in ebraico: Anahnu kan, hem sham), cioè del suo intento “vestfaliano” di separare fisicamente israeliani e palestinesi con una frontiera territoriale tra i due rispettivi Stati.

La liberazione di Barghouti è cruciale per la costituzione di uno Stato palestinese

In questa prospettiva “vestfaliana” Hamas aveva posto in cima alla lista di 250 prigionieri da rilasciare fornita ad Israele la liberazione del “vestfaliano” Marwan Barghouti.
Proprio questa però è diventata la nuova Linea Rossa degli oppositori israeliani dell’accordo – in particolare i Ministri “glocalisti” della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e delle Finanze Bezalel Smotrich , mascherando con presunti motivi di sicurezza quella che è una questione squisitamente politica: la matematica certezza che sarebbe eletto come primo leader del costituendo Stato palestinese!

Questa strategia “glocalista” boicotta qualsiasi cambiamento nella leadership, nonostante le richieste americane all’Autorità Palestinese di intraprendere riforme, l’uccisione dei leader di Hamas, ed il consenso internazionale sul fatto che non possano più svolgere un ruolo attivo nel dopoguerra a Gaza.

La liberazione di Barghouti è cruciale per la costituzione di uno Stato palestinese “vestfaliano“, che, secondo alcune ipotesi, era l’obbiettivo originario dell’operazione Diluvio Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, pianificata circa cinque anni prima per rapire il numero più alto possibile di israeliani (militari e civili) da scambiare con Barghouti.

La nuova leadership “vestfaliana” di Hamas, vincitrice nella guerra civile a Gaza contro la vecchia guardia “glocalista” antisemita – quella che aveva ricevuto il sostegno del “glocalista” Netanyahu, come sta emergendo dell’inchiesta sullo scandalo Qatargate – lo aveva frequentato per anni nelle carceri israeliane. Il 18 ottobre 2011 il rapimento di un solo ostaggio, il soldato Gilad Shalit, non fu sufficiente per liberare Barghouti perché Netanyahu preferì scambiare altri 1027 prigionieri di Hamas, tra cui lo stesso celebre leader Yahya Sinwar, stratega del 7 ottobre.

Ove “il Nelson Mandela palestinese” venisse rilasciato, sarebbe immediatamente presentato come il volto del nascente Stato, ergendosi ad eroe facendo il segno della “V” con le dita come principale rivale di Netanyahu sulla scena mondiale.

Senza Barghouti la sola idea di uno Stato palestinese è semplicemente insulsa e grottesca, soprattutto tenendo presenti le decine di migliaia di vittime di entrambe le parti morte invano, riportando così gli orologi indietro al 6 ottobre 2023, come se nulla fosse accaduto.

Barghouti, che ha già trascorso 23 anni dietro le sbarre a causa delle accuse di aver ispirato gli attacchi durante l’Intifada palestinese che hanno ucciso cinque israeliani, è una celebrità internazionale, mentre il presidente palestinese “glocalista” Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – l’erede grigio e impopolare del “vestfaliano” Yasser Arafat – manca di carisma e sostegno popolare. L’attuale ondata di riconoscimenti dello “Stato di Palestina”, apparentemente l’apice dei suoi successi diplomatici, lo ha colto impreparato e irrilevante.

Netanyahu: dal disprezzo per l’iniziativa franco-saudita al tacito assenso

La risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvata il 17 novembre scorso, che esprime sostegno al Piano Trump per Gaza e all’istituzione di un “Consiglio per la Pace” per governare la Striscia, autorizzando l’istituzione di una Forza Internazionale di Stabilizzazione subordinata al Consiglio di Sicurezza stesso, segna due punti di non ritorno.
In primo luogo, Israele non potrà tornare a combattere a Gaza senza danneggiare gravemente i suoi rapporti con l’amministrazione Trump, l’unico sostegno internazionale rimasto al governo Netanyahu.
In secondo luogo, il mondo non intende rinunciare al conflitto israelo-palestinese e lasciarlo semplicemente “fare il suo corso”. Dall’adozione del piano di spartizione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 29 novembre 1947, non si era mai assistito a un coinvolgimento internazionale così intenso nelle questioni israelo-palestinesi.

Diversi rappresentanti israeliani responsabili degli affari esteri e della sicurezza hanno espresso indifferenza o addirittura ignoranza, disprezzando l’iniziativa franco-saudita per mesi quando interrogati al riguardo, e non hanno colto il significativo cambiamento di atteggiamento saudita nei confronti di uno Stato palestinese durante la guerra a Gaza.

Alla vigilia dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, e persino durante il suo primo anno, i sauditi erano disposti ad accontentarsi di ben poco riguardo alla Soluzione dei Due Stati, col tempo la loro posizione si è irrigidita, ed il Governo israeliano non se n’è accorto.

Netanyahu continua a sorvolare con aria di sfida sulla questione dello Stato palestinese, menzionata sia nel piano Trump che nella citata risoluzione ONU.  Netanyahu è noto per essere un maestro del temporeggiare, ma sembra che questa volta, sotto una pressione internazionale senza precedenti, farà fatica a conciliare il “sì” assoluto a Trump con il “no” assoluto a uno Stato palestinese che sta trasmettendo ai membri del suo governo ed al confuso pubblico israeliano.