“Israele deve scegliere: essere ebraico, democratico o controllare tutta la terra”
Nei giorni della definitiva offensiva di terra a Gaza City, Israele si trova di fronte al bivio che Ehud Barak indicò anni fa: “restare ebraico, democratico o controllare tutta la terra”. Non può avere tutto insieme.
Quando Benjamin Netanyahu scrive su X che “non ci sarà mai uno Stato palestinese”, oltre ad esprimere una posizione irrazionalmente ideologica, traccia una rotta potenzialmente mortale in primis per gli interessi di Israele, e in secundis per il diritto internazionale.
Questa affermazione non intende mettere in discussione le comprensibili paure dello Stato ebraico dopo decenni di guerre, di accordi mancati e di sangue versato. Intende riconoscere la vitale necessità del ritorno della politica come continuazione della guerra con altri mezzi, e non più il contrario.
Lo stesso generale von Clausewitz, storico sostenitore della risoluzione armata dei conflitti, ai giorni nostri riconoscerebbe che il rifiuto categorico da parte del governo israeliano a qualsiasi soluzione politica del nodo palestinese equivale all’innesco di una bomba ad orologeria destinata prima o poi ad esplodere proprio nel cuore di Tel Aviv.
Il peso della demografia e della democrazia
Come sottolineato già da Daniela Santus su Il Foglio, è la demografia a parlare chiaro. From the river to the sea vivono oggi circa 15 milioni di persone: 7 milioni ebree, 2,5 milioni arabo-israeliane e circa 5 milioni palestinesi. Qualsiasi ipotesi di controllo permanente dell’intera regione deve dunque fare i conti con questa realtà demografica. Da qui il paradosso: in caso di annessione permanente, il potenziale riconoscimento dei diritti politici ai palestinesi comporterebbe uno scenario a maggioranza elettorale non più ebraica, bensì araba. Con conseguenti buone possibilità di rovesciamento della forma di stato democratica. Allo stesso tempo, il mancato riconoscimento dei diritti politici a milioni di persone configurerebbe definitivamente Israele come stato canaglia e formalmente anti-democratico.
A questi ragionamenti va aggiunta la realtà, che vede milioni di arabi privi di diritti politici vivere a Gaza e in Cisgiordania, fomentati dal ricatto terroristico di Hamas e dalle privazioni del conflitto. Questi territori e i loro abitanti non possono di certo essere cancellati dalla carta geografica, menchemeno limitati da confini imposti artificialmente da muri e checkpoint. Pertanto, le tre variabili citate da Barak risultano logicamente incompatibili. Israele non può mantenere il controllo militare e amministrativo perpetuo dell’ intera Terra Santa senza snaturare la propria identità costituzionale di Stato ebraico e democratico. Da qui la necessità di una via politica.
Gaza come banco di prova fallito
Il fallimento plastico della strategia fondata esclusivamente sulla forza è la tragedia in corso a Gaza.
L’operazione israeliana, tra bombardamenti e incursioni di terra, ha provocato migliaia di vittime civili e una crisi umanitaria di dimensioni spropositate. A questo prezzo altissimo, però, non è corrisposta né una maggiore sicurezza né un rinnovato senso di fiducia nel Paese.
Sul piano militare Hamas è stato duramente colpito, ma non eliminato; sul piano politico, invece, ne è (assurdamente) uscito rafforzato. Oggi, anche a causa dei fallimenti strategici israeliani, viene percepito e, in parte, legittimato dall’opinione pubblica internazionale come forza di resistenza all’oppressione. Una conferma, per dirla con Norberto Bobbio, che “mezzi cattivi possono corrompere fini buoni”.

Il sogno spartano di Bibi e l’indignazione della società civile
Mentre l’isolamento internazionale di Israele cresce a dismisura, a tal punto che sempre il PM Netanyahu si è detto pronto a sposare la via autarchica “come in una super-Sparta”, qualcosa nel paese si muove.
Il monito più pesante arriva dall’Israel Business Forum, che riunisce le principali compagnie private del Paese e che a lungo ha sostenuto le politiche economiche del premier. “Non siamo Sparta. Le politiche di Netanyahu rischiano di condurci in un nadir diplomatico ed economico senza precedenti. Il governo fermi la guerra sanguinosa con il rilascio di tutti gli ostaggi e convochi le elezioni generali il prima possibile”
E’ di alto valore simbolico la forte presa di posizione dell’ Hostages and Missing Families Forum. L’organizzazione, che da 714 giorni si batte quotidianamente per il rilascio incondizionato dei civili rapiti il 7 ottobre, obiettivo semanticamente condiviso con Netanyahu, denuncia in un comunicato il PM accusandolo di “tradimento deliberato per considerazioni politiche”. Secondo l’associazione, la vita degli ostaggi superstiti e detenuti a Gaza City sotto assedio “è attualmente appesa a un filo”.
Quell’ ”incrollabile sostegno” trumpiano che può ritorcersi contro la Stella di David
Dunque elenchiamo: elites economiche, alti ranghi di IDF e Mossad, i due terzi dell’opinione pubblica (fonte NYT), l’Unione Europea e-dopo i bombardamenti di Doha- anche gli strategici partner “abramici” del Golfo. Tutti solertemente uniti contro le azioni del governo di Tel Aviv. A questo punto, cosa spinge il primo ministro ad andare avanti spavaldo verso una strada apparentemente suicida?
La risposta ha un nome e un cognome: Donald Trump. Netanyahu si aggrappa al sostegno del governo del tycoon, ribadito nuovamente dal Segretario di Stato Rubio in visita ufficiale a Gerusalemme, alla vigilia dell’operazione “Gideon Chariots II”. Forte come “le pietre del Muro Occidentale”, il favore dell’Amministrazione Trump e degli USA, da cui Israele è diventato militarmente ed economicamente quasi dipendente, è l’unico appiglio rimasto al primo ministro israeliano nella sua strategia di sopravvivenza politica innanzitutto personale.
La titanica fiducia di Netanyahu in Trump non ha però basi incrollabili. D’altronde, con l’appoggio incondizionato ad Israele, gli USA stanno minando l’equilibrio mediorientale raggiunto dopo gli Accordi di Abramo del 2020. A tal proposito la domanda sorge spontanea: fino a che punto gli Stati Uniti sono disposti a mettere a repentaglio storici e fruttuosi rapporti strategici con gli alleati del Golfo in nome della causa israeliana?
La corda, secondo Politico, non potrà essere tirata a lungo. E, sempre secondo Politico, la posizione di Trump incarna l’unica leva potenzialmente capace di far desistere Netanyahu. Magari già durante l’incontro tra i due leader programmato a Washington il 29 settembre.
Spiragli di Pace: il ruolo della Lega Araba
Nonostante l’appoggio retorico e politico alle decisioni di Tel Aviv, alla Casa Bianca sono ben consapevoli dell’incompatibilità delle tre variabili citate da Barak. Pertanto, le discussioni sul “day after” a Gaza sono incentrate su un accordo con tutti gli attori regionali relativo all’organo che sostituirà Hamas al governo dei territori, che non può essere Israele. Protagonisti di questi sviluppi sono la Lega Araba– che dopo la storica risoluzione di New York del 30 luglio scorso si è accreditata come piattaforma diplomatica preferenziale- e il team di lavoro guidato dall’ex Primo ministro britannico Tony Blair.
Abbandonando definitivamente Hamas i paesi arabi, un tempo etichettati come “conniventi al terrorismo islamico”, hanno aperto una fase nuova negli sviluppi mediorientali. Con la capitale del Qatar Doha epicentro della rinnovata attività negoziale. Scossa recentemente dagli attacchi dell’aviazione IDF del 9 settembre contro la delegazione di Hamas nella città. L’offensiva non solo ha rappresentato un fallimento strategico per Israele con la mancata eliminazione dei vertici di Hamas, ma ha scatenato un corto circuito istituzionale con il governo di Al Thani e con gli altri partner della penisola. Per ricomporre la spaccatura, si è reso necessario l’intervento stemperante del Segretario di Stato USA Rubio a garanzia del ruolo di mediatore unico della monarchia del Golfo. Anche alla luce di questi fatti, l’equilibrio rimane precario, e il margine di tolleranza USA nei confronti di Netanyahu ristretto.
Il piano Blair
In mezzo a queste mille difficoltà, come rivelato ieri dal Times of Israel, vanno avanti gli sforzi del Tony Blair Institute for Global Change (TBI) per elaborare un piano di pace condiviso. La bozza della risoluzione, già avallata da Trump, prevede l’istituzione dell‘Autorità internazionale di transizione di Gaza (GITA). Nei piani di Blair GITA dovrà avere un consiglio composto da sette a dieci membri, inclusivi di “almeno un rappresentante palestinese qualificato (in accordo con il leader dell’ANP Ramallah, incontrato da Blair a luglio)”, un alto funzionario delle Nazioni Unite, importanti personalità internazionali con esperienza dirigenziale o finanziaria e una “forte rappresentanza di membri musulmani”.

Il bivio storico che attende Israele
Il coinvolgimento di tutti i partner regionali e il riconoscimento di un’autorità statale palestinese depurata da Hamas sono pertanto gli architravi globalmente condivisi (e condivisibili) per mettere fine alle violenze post-7 ottobre. Se è vero che gli ultimi risvolti politici non sembrano concilianti, Israele si trova davanti a una scelta che non può essere rinviata.
Con o senza Netanyahu, deve abdicare alla pretesa suprematista del controllo totale di Gaza e Cisgiordania, mettendo in soffitta le ottuse pulsioni radicali e messianiche e riabbracciando i valori di libero mercato e cooperazione internazionale. Se Israele vuole restare il faro democratico del Medio Oriente e la casa del popolo ebraico, deve ascoltare l’avvertimento di Barak e tornare al realismo politico. La pace di vicinato con i palestinesi è l’unica via praticabile: difficile, rischiosa, ma inevitabile. Oggi Israele deve decidere se restare prigioniero della paura o, citando Yitzhak Rabin, “assumersi grossi rischi in nome della pace”. O le armi o il dialogo, la strada è sottile.









