Israele e Palestina, il costo politico di una guerra senza verità

Bandiere di Israele e Palestina tra fumo e tensione
Carmelo Palma
31/07/2025
Radici

Occorre prendere realisticamente atto che il conflitto israelo-palestinese replica e consolida nel dibattito pubblico italiano gli stessi schemi logici e morali che da parecchi decenni rendono la questione politica dell’ex Palestina mandataria non solo irrisolta, ma irrisolvibile.

La forza del fatto compiuto

Dico irrisolvibile, ovviamente, sul piano dei principi, perché le cose succedono e la storia procede anche quando a guidare i processi è la pura forza del fatto compiuto, come sembra appunto stia avvenendo e non da oggi in quel lembo insanguinato del Medioriente.

Il ricatto degli schieramenti

Nell’estrema polarizzazione dello scontro e – occorre dirlo – nell’estrema sproporzione delle forze mediatiche disponibili a tutto vantaggio della parte palestinese, è praticamente impossibile evitare di incorrere nell’equivoco o nel sospetto di una intollerabile ambiguità per chiunque provi a uscire dai binari degli schieramenti obbligati. Infatti, a provarci sono pochissimi sotto il costante ricatto dell’accusa di tradimento o di complicità col nemico.

Uscire dalla logica binaria

Si badi: uscire da questi binari non significa assumere una posizione mediana, cioè di riconoscere a tutti la stessa dose di ragioni e di torti, ma uscire da quella asfissiante logica dei contrari, per cui l’o di qua o di là è presupposto a ogni circostanza di fatto o valutazione di merito, che è al contrario condizionata dall’esigenza di difendere l’una o l’altra trincea.

La fallacia della logica dei contrari

Peraltro, come dovrebbe essere noto, la logica dei contrari è soggetta a un’inevitabile fallacia, giacché i contrari non possono essere entrambi veri (e giusti), ma possono essere entrambi falsi (e ingiusti) e in tal caso si attraggono e non si respingono.

La retorica vittimistica e recriminatoria

La forma più caratteristica del pervertimento logico-morale di ogni discorso su Israele e Palestina è quella di concludere che quanto succede in un campo sia la semplice conseguenza di quanto avviene nell’altro.

“Il 7 ottobre non viene dal nulla” è stata l’espressione più famosa ed infame di questo spirito, proprio perché a pronunciarla è stato il Segretario generale dell’Onu Guterres. Ma la retorica del conflitto è da entrambe le parti ricolma di declinazioni di questa formula vittimistica e recriminatoria, anche se per la sproporzione di forza mediatica, di cui si diceva prima, le più rumorose e frequenti riguardano sempre le scriminanti riconosciute al terrorismo palestinese.

Né equidistanza né equiparazione

Uscire dalla logica coatta di questo schema non significa affatto equiparare le violenze di parte araba e quelle, sempre più frequenti, di parte israeliana, né ragguagliare le responsabilità palestinesi a quelle dello stato ebraico in questi quasi ottant’anni di guerra permanente. Però significa anche ammettere che il debito di verità verso Israele – la cui stessa esistenza è stata considerata, fin dall’inizio, una pura manifestazione di imperialismo coloniale – non determina affatto un credito di violenza giustificata dall’impossibilità di un accordo pacifico e dal cumulo di lutti che, con il culmine del 7 ottobre, Israele ha dovuto dolorosamente patire per il solo fatto di esistere a dispetto di tutti.

Due popoli, due stati: formula o ostacolo?

Si può ritenere, come sarebbe onesto fare, che la logica dei “due popoli e due stati” sia stata sempre e indefettibilmente usata da parte araba non come un obiettivo politico da raggiungere, ma come un ostacolo da frapporre alla normalizzazione dei rapporti tra arabi e ebrei e che la creazione di uno stato palestinese sia stata rifiutata, nel 1948 come nel 2000, dagli arabi (non solo palestinesi) proprio perché avrebbe comportato il riconoscimento di Israele.

Il “dal fiume al mare” da entrambe le parti

“Due popoli, due stati” è stata una imputazione costante a Israele, non certo un vincolo o un limite per la dirigenza palestinese. Ma non si può concludere su questa base che al “dal fiume al mare” palestinese sia a questo punto legittimo contrapporre un “dal fiume al mare” ebraico e la costruzione della Grande Israele, che non campeggia solo nei deliri dei suprematisti ebraici, ma ormai anche negli atti ufficiali della Knesset come vero compimento dell’ideale sionista, fatto così coincidere con l’immagine diffamatoria costruita negli anni dalla propaganda anti-israeliana. Sionismo come razzismo. Sionismo come occupazione. Sionismo come deportazione.

Il passepartout morale dell’arbitrio

L’addebito all’altra parte delle responsabilità della propria è da sempre per palestinesi e filopalestinesi ed è purtroppo diventato ora anche per molti israeliani e filoisraeliani il passepartout morale di qualunque arbitrio e sopruso. E la cosa è esiziale proprio per lo stato ebraico, che è da sempre la vittima designata delle verità negate e strenuamente contese alla vulgata anti-imperialista.

L’antisemitismo come malattia autoimmune

Come l’antisemitismo rimane una malattia autoimmune della nostra civiltà e un tratto identitario della resistenza antisionista – cioè dell’odio contro quella nuova specie di “ebreo collettivo” che dal 1948 è lo stato di Israele – e si fa schermo della tragedia di Gaza, che però non ne rappresenta di certo l’origine, così le derive fasciste e suprematiste di parte della politica israeliana non sono un prodotto del 7 ottobre, ma il frutto di una radice sepolta nella storia democratica del sionismo e ora riemersa, in condizioni più favorevoli per il suo germoglio, nella temperie psicologica e politica determinata dal pogrom di Hamas.

Legittimazione pubblica del pregiudizio

Dunque “spiegare” l’antisemitismo in base a ciò che fanno gli ebrei e non a ciò che sono gli antisemiti è la prova provata della piena legittimazione pubblica del pregiudizio (quando non dell’odio) antiebraico. Ma anche spiegare il mostruoso “O noi, o loro” della propaganda governativa israeliana come un effetto collaterale della mostruosità di Hamas e un passo obbligato per la salvezza di Israele è una menzogna perfettamente simmetrica a quella antisemita e altrettanto distruttiva di qualunque prospettiva di pace per le quindici milioni di persone (metà ebrei e metà palestinesi) che vivono tra il Giordano e il Mediterraneo.