«Iran verso l’autodistruzione, il Golfo potrebbe non fermarsi». Conversazione con Mitchell Belfer, fondatore EGIC
Mentre gli Stati Uniti completano il secondo giorno consecutivo di raid sull’Iran e Teheran torna a colpire le monarchie del Golfo, il fondatore e presidente dello Euro-Gulf Information Centre, Mitchell Belfer, legge con noi de L’Europeista le ragioni di un’escalation che sembrava rientrata.
Le ultime ore hanno visto una rapida sequenza di colpi e contraccolpi. Come siamo arrivati di nuovo a questo punto?
“Le cose si muovono velocemente nel Golfo, ancora una volta. I Pasdaran hanno colpito navi saudite ed emiratine, spingendo gli Stati Uniti a colpire l’area di Bandar Abbas; l’Iran ha poi ulteriormente scalato attaccando Bahrain e Kuwait. Non è un incidente isolato: CENTCOM ha rivendicato circa novanta obiettivi militari mercoledì sera, dopo gli ottanta della notte precedente, e Trump ha dichiarato «finito» il cessate il fuoco dal vertice NATO di Ankara. Dietro il comportamento avventato di Teheran ci sono ragioni precise”.
La prima di queste?
“C’è una furia rinnovata ai vertici dei Pasdaran dopo la sepoltura molto emotiva dell’ex Ayatollah Khamenei. Figure religiose di primo piano stanno spingendo verso una radicalizzazione crescente all’interno dell’establishment di sicurezza. In Iran la fusione tra apparato religioso e apparato di sicurezza è sempre esistita, ma c’era la fiducia che i decisori militari non lasciassero le visioni religiose guidare le loro scelte. Questo sta cambiando rapidamente, e ne emerge un Iran più incosciente e autodistruttivo — purché l’autodistruzione incendi la regione e realizzi alcune delle sue profezie più pericolose”.
Lei parla di arroganza. Su cosa si fonda?
“I comandanti dei Pasdaran credono di aver sconfitto gli Stati Uniti nell’ultimo round di guerra. Il loro comportamento avventato riflette questa arroganza e la convinzione mal riposta che l’America sia stata umiliata. È una lettura che li porta a sfidare la sorte: quando il negoziatore capo iraniano dichiara che lo Stretto di Hormuz si aprirà solo con «accordi iraniani» e non con minacce americane, sta parlando quella stessa lingua. Ma tra retorica e rapporti di forza reali c’è un abisso”.
E il rapporto con i vicini arabi?
“Qui sta il terzo errore di calcolo. Teheran fraintende la decisione strategica dei Paesi del GCC di non intervenire direttamente, ma di lasciare che siano gli Stati Uniti a fare il lavoro pesante contro il regime. L’ostilità iraniana verso le monarchie affonda le radici nella storia, ma il fatto che oggi Teheran si permetta di intimidire i Paesi arabi è l’ennesima manifestazione di quell’arroganza. Colpire Bahrain e Kuwait ha già prodotto una condanna congiunta di Egitto, Qatar, Giordania e Kuwait, che parlano di «flagrante violazione della sovranità»”.
Con quali conseguenze possibili?
“Questa volta l’Iran potrebbe non riuscire a impedire ai Paesi del Golfo di unirsi a una coalizione capace di infliggere una sconfitta innegabile alla Repubblica Islamica. Finora le monarchie hanno scelto la prudenza, tenendo aperti i canali con Teheran anche a livello di sicurezza. Ma ogni sirena su Manama e su Kuwait City erode quella cautela. La scommessa iraniana — che il Golfo resti spettatore mentre lo si bombarda — è esattamente il tipo di errore che trasforma un avversario riluttante in un nemico determinato”.
Le parole di Belfer restituiscono l’immagine di una regione sospesa su un crinale sottile. Da un lato un Iran che, nella lettura dell’analista, confonde la propria sopravvivenza con la vittoria e trasforma il lutto per Khamenei in carburante per una radicalizzazione senza freni; dall’altro un Golfo che finora ha scelto il silenzio operoso della prudenza, ma che vede erodersi giorno dopo giorno le ragioni della propria cautela.
La posta in gioco non è solo lo Stretto di Hormuz o il prezzo del greggio: è la tenuta di un ordine regionale in cui le monarchie arabe hanno investito decenni di stabilità e diplomazia.









