Rivolta in Iran: tra libertà negate, silenzi ideologici e l’ipocrisia di una certa sinistra
In Iran qualcosa si muove.
Sotto la superficie repressiva del regime degli ayatollah, tornano a emergere con forza moti di ribellione popolare che non sono più episodi isolati, ma segnali persistenti di una frattura profonda tra società e potere.
Donne, giovani, studenti, lavoratori: una parte crescente del popolo iraniano contesta apertamente un sistema politico-teocratico che da oltre quarant’anni soffoca libertà personali, diritti civili e aspirazioni individuali.
Eppure, questa lotta — che dovrebbe parlare direttamente al cuore di chi si dice “progressista” — non riesce a scaldare gli animi di una certa sinistra radicale occidentale, la stessa che negli ultimi mesi si è stracciata le vesti per la causa palestinese con manifestazioni, slogan e mobilitazioni continue.
Il paradosso è evidente. In Iran si combatte contro un regime che impone il velo, reprime l’omosessualità, censura la cultura, controlla i corpi e le coscienze.
Si lotta per una libertà dei costumi che non è “occidentalizzazione” forzata, ma memoria storica: l’Iran, prima della rivoluzione khomeinista del 1979, era un Paese mediorientale sì, ma laico, aperto, attraversato da una modernità imperfetta ma reale.
Oggi una parte consistente della popolazione chiede semplicemente di tornare a vivere, non di imitare l’Occidente, ma di riappropriarsi di una normalità che le è stata sottratta.
Eppure, questa rivolta non diventa bandiera, non accende piazze, non genera hashtag di massa. Perché?
La risposta va cercata in una forma di antioccidentalismo atavico e anacronistico che sopravvive in settori della sinistra radicale; un riflesso ideologico che porta a giudicare i conflitti non in base ai valori in gioco — libertà, diritti, autodeterminazione — ma in base a chi è percepito come “nemico dell’Occidente”. In questa logica distorta, il regime iraniano, pur repressivo e violento, finisce per essere tollerato, se non indirettamente giustificato, perché si oppone agli Stati Uniti, a Israele, all’ordine liberale occidentale.
Il confronto con la questione palestinese rende questa contraddizione ancora più evidente. Al netto della tragedia umanitaria e della sofferenza reale della popolazione civile, è un dato di fatto che una parte significativa del popolo palestinese sia fiancheggiatrice — o quantomeno non ostile — a Hamas, un’organizzazione che incarna una visione del mondo profondamente illiberale, teocratica e violenta. Basti pensare all’atteggiamento di Hamas nei confronti degli omosessuali, delle donne, del dissenso interno. Eppure, proprio questa causa viene spesso sostenuta senza distinguo, come se ogni critica equivalesse a un tradimento.
In Iran, al contrario, il popolo scende in piazza contro un potere religioso oppressivo, chiedendo libertà individuali, diritti civili, laicità dello Stato. Se esiste una gerarchia delle lotte per l’emancipazione, quella iraniana dovrebbe essere, per una sinistra coerente, almeno altrettanto degna di solidarietà. E invece accade il contrario: grande attenzione ai diritti civili “in casa nostra”, rivendicati giustamente come non negoziabili, e improvvisa amnesia quando quegli stessi valori vengono calpestati da regimi che si collocano nel campo dell’antioccidentalismo geopolitico.
È una doppia morale che mina la credibilità stessa del discorso progressista. I diritti o sono universali o diventano strumenti ideologici. Non si può difendere la libertà dei costumi a Milano o a Parigi e voltarsi dall’altra parte quando donne iraniane vengono incarcerate o uccise per una ciocca di capelli scoperta. Non si può rivendicare inclusione e uguaglianza e poi relativizzare l’omofobia o il sessismo quando provengono da contesti “altri”, purché ostili all’Occidente.
Ultima nota sul piano geopolitico. Il sostegno internazionale alle rivolte iraniane è auspicabile, ma deve essere estremamente prudente. La storia insegna che l’interventismo militare, soprattutto se guidato da amministrazioni con una forte pulsione aggressiva — come quella di Donald Trump — rischia di produrre l’effetto opposto: trasformare una rivolta interna in una “resistenza nazionale” contro l’ingerenza straniera, alimentando un nuovo e duraturo sentimento antioccidentale.
Aiutare il popolo iraniano non significa bombardare Teheran. Significa operazioni di intelligence, pressione diplomatica, supporto economico mirato, isolamento del regime e sostegno strategico alle forze interne di cambiamento.
Un vero regime change non imposto dall’esterno, ma costruito dall’interno. Senza distruzioni, senza macerie. Perché solo così il nuovo Iran potrà nascere non come creatura di potenze straniere, ma come espressione autentica della volontà del suo popolo.








