Iran, proteste nel sangue: civili uccisi mentre cresce la sfida al regime
Come riportato da Iran International, emittente giornalistica indipendente in lingua persiana con sede all’estero, le proteste in Iran sono entrate in una fase decisiva al quinto giorno, segnato dall’uccisione di civili. Almeno tre manifestanti sono stati confermati morti: Dariush Ansari Bakhtiarvand a Fooladshahr, Amir-Hessam Khodayarifard a Kuhdasht e Shayan Asadollahi ad Azna. Altre fonti segnalano ulteriori vittime in scontri avvenuti in diverse aree del Paese. La risposta dello Stato mostra una netta escalation repressiva. L’uso di munizioni vere contro i manifestanti segna un cambio di passo significativo.
Qom e il valore simbolico della protesta
La protesta ha raggiunto anche Qom, centro religioso dello sciismo e pilastro ideologico della Repubblica Islamica. Qui i manifestanti hanno scandito slogan pro-monarchici nonostante una forte presenza delle forze di sicurezza. L’evento ha un valore simbolico rilevante. Qom è storicamente associata al potere clericale. La sua partecipazione alla mobilitazione indica una frattura crescente tra istituzioni religiose e società civile.
Un movimento diffuso su scala nazionale
La contestazione si è estesa rapidamente su base nazionale. Proteste e scioperi sono stati segnalati a Teheran, Mashhad, Isfahan, Lorestan e Khuzestan. Anche città di dimensioni minori risultano coinvolte. La partecipazione attraversa diversi strati sociali. Questo elemento rende più difficile confinare il dissenso a singoli gruppi o territori.

Slogan e rottura politica
Un elemento centrale riguarda l’evoluzione degli slogan. Le richieste non si limitano più a temi economici o sociali. I manifestanti attaccano apertamente la guida suprema e l’intero sistema politico. In molte città dominano slogan pro-monarchici, come “Javid Shah”. È la prima volta, in oltre cinquant’anni, che tali messaggi diventano prevalenti nelle proteste di massa.
Simboli del potere sotto attacco
I video diffusi mostrano un’ulteriore escalation simbolica. Manifestanti hanno dato fuoco a un seminario sciita nell’Iran occidentale. In Khuzestan, nella città di Lali, è stata incendiata una statua di Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran. L’episodio è avvenuto alla vigilia dell’anniversario della sua uccisione in un attacco statunitense del 2020.
La protesta oltre le piazze
Segnali di protesta emergono anche in contesti non convenzionali. A Bandar Abbas i manifestanti hanno gridato slogan contro l’intero sistema. In Sistan e Baluchestan un muro è stato imbrattato con scritte pro-monarchiche. A Isfahan, al termine di una partita di calcio, il pubblico ha inneggiato a Reza Shah. Questi episodi mostrano una radicalizzazione diffusa e spontanea.
Crepe nell’establishment
La repressione sta generando reazioni anche all’interno dell’establishment. Heshmatollah Falahatpisheh, ex presidente della Commissione Sicurezza Nazionale del Parlamento, ha lanciato un appello pubblico. Ha invitato le autorità a evitare ulteriore spargimento di sangue. Le sue parole riflettono un crescente disagio interno. La crisi appare ormai politica e strutturale, non solo legata all’ordine pubblico.








