Iran: proteste e crepe nel regime, ma il finale è ancora aperto
Le proteste scoppiate in Iran negli ultimi giorni non sono un episodio isolato.
Partite dal bazar dell’elettronica di Teheran, si sono rapidamente estese ad altri bazar della capitale, ad altre città, agli studenti universitari e infine alla popolazione comune.
È una dinamica già vista nel 2017, nel 2019 e nel 2023, ma oggi con una differenza sostanziale: il regime islamico in Iran appare più fragile di allora.
Come alla vigilia del 1979, rivendicazioni economiche si trasformano in una contestazione politica diretta.
Le forze di repressione – IRGC e milizie Basij – sembrano ridotte di numero e meno preparate, mentre i manifestanti appaiono più organizzati e determinati. In molte città le forze del regime si ritirano; in altre sparano e arrestano, segno di un controllo disomogeneo.
Centrale il ruolo simbolico di Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell’ultimo Shah, richiamato apertamente dagli slogan di piazza come alternativa ai volti ambigui promossi dal regime e da parte della diaspora.
Le dimissioni del governatore della Banca Centrale e del vicepresidente politico di Pezeshkian confermano le crepe interne.
Nulla appare casuale: le proteste esplodono mentre Netanyahu è ospite di Trump a Mar-a-Lago.
L’Italia e l’Europa non possono più restare ambigue: è il momento di un sostegno chiaro e visibile al popolo iraniano.








