Iran, le piazze della libertà e le ambiguità della sinistra italiana

Rosario Scognamiglio
23/01/2026
Appunti di Viaggio

Sabato 17 gennaio, il tragitto che dal Circo Massimo conduce alla fermata della metropolitana Roma Ostiense è stato attraversato dai cori della comunità iraniana di Roma. Donne e uomini chiedevano con forza la fine del regime degli ayatollah e il ritorno di un Iran libero dalla Repubblica islamica. Più volte, rompendo la quiete di un assonnato fine settimana romano, si è levato un grido netto: “Via la Repubblica islamica dall’Iran”.

La manifestazione, indetta dal Partito Radicale, ha visto l’adesione delle principali forze liberali: da Più Europa ad Azione, fino al Partito Liberal Democratico e Forza Italia. La presenza della comunità iraniana è stata massiccia e partecipe. In quella piazza, tuttavia, non poteva non colpire un’assenza tanto evidente quanto politicamente significativa: quella del Partito Democratico, dei collettivi transfemministi e di una larga parte del femminismo di sinistra.

L’assordante assenza della sinistra

A onore di cronaca, va ricordata la partecipazione del Partito Democratico alla manifestazione indetta da Amnesty International al Campidoglio venerdì 16 gennaio. Tuttavia, nel complesso, la principale forza di opposizione guidata da Elly Schlein continua a mantenere una posizione timida e ambigua di fronte al coraggio delle donne iraniane, che rischiano la vita a Teheran e nelle principali città del Paese per rivendicare diritti che in Europa e nel mondo libero vengono spesso dati per scontati.

Di fronte all’indolenza di una parte consistente della sinistra e del mondo femminista occidentale, una domanda si impone con forza: si tratta di semplice superficialità politica o di motivazioni più profonde, radicate in una lunga tradizione culturale che ha portato una parte della sinistra radicale a indulgere, quando non ad ammiccare, verso l’islamismo politico?

L’illusione di un Islam politico come alternativa al capitalismo

Non sarebbe la prima volta. Nel 1978, mentre la rivoluzione islamica prendeva forma in Iran, il Corriere della Sera inviava a Teheran uno dei più influenti intellettuali europei del Novecento, Michel Foucault. Nei suoi reportage, Foucault arrivò a definire la rivoluzione guidata da Khomeini come una “rivoluzione spirituale”, leggendo nell’islam politico una possibile alternativa tanto al capitalismo occidentale quanto al socialismo sovietico. In uno dei suoi reportage scriveva così: “La rivoluzione islamica mi ha colpito come volontà politica. Mi ha colpito per il suo sforzo di politicizzare, in risposta a problemi attuali, strutture indissolubilmente sociali e religiose; mi ha colpito anche per il suo tentativo di aprire nella politica una dimensione spirituale”.

Quella fascinazione teorica, che non prendeva in considerazione la natura teocratica e repressiva del nuovo potere, si sarebbe rivelata tragicamente miope nel giro di pochi mesi. Eppure, a distanza di oltre quarant’anni, le sue tracce sembrano riemergere ogni volta che una parte della sinistra occidentale fatica a schierarsi senza ambiguità dalla parte delle donne iraniane e dei loro diritti individuali.

Svegliarsi dall’idealismo degli anni settanta

Se la sinistra italiana è radicata nella tradizione del socialismo europeo, non può eludere il riferimento ai valori fondanti della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dell’intero sistema di norme internazionali poste a tutela dei diritti fondamentali.

È inaccettabile riproporre schemi ideologici ereditati dalle militanze degli anni Settanta, quando l’ostilità verso il sistema liberal-democratico portava parte della sinistra a indulgere verso forme di radicalismo politico e religioso presentate come “alternative” al sistema europeo. L’ammiccamento all’islamismo politico, in nome di una presunta opposizione all’ordine liberale, non è solo un errore storico: è una rinuncia ai principi stessi dell’emancipazione e della libertà individuale.

Per questo, oggi, la sinistra italiana è chiamata a una scelta di chiarezza

Schierarsi senza ambiguità al fianco delle donne, e degli uomini, iraniani significa difendere il cuore dei diritti umani universali e riaffermare la propria appartenenza a una tradizione politica che non può tollerare la repressione, la teocrazia e la negazione delle libertà fondamentali.