Io sono Georgia – Perché l’Europa non può distogliere lo sguardo
La Georgia oggi è il punto in cui si incrociano tre strade: la volontà di un popolo europeo, l’autoritarismo che avanza e l’indifferenza internazionale che rischia di diventare complicità. È per questo che dobbiamo parlarne. Non per pietà, non per geopolitica astratta, ma per un semplice motivo: ciò che accade a Tbilisi riguarda il futuro dell’Europa intera.
La sospensione dei colloqui con l’UE
Il 28 novembre 2024, il governo guidato dal partito Sogno Georgiano ha annunciato la sospensione dei colloqui per l’adesione all’Unione Europea fino al 2028. Una decisione presa dopo elezioni che la comunità internazionale ha definito fraudolente, e che è stata seguita dalla repressione di proteste pacifiche con gas lacrimogeni e arresti di massa. Circa 400 manifestanti hanno denunciato torture. Funzionari pubblici sono stati licenziati con l’unica colpa di aver sostenuto l’orientamento europeista della popolazione.
Regressione democratica
Organizzazioni come Human Rights Watch e Transparency International denunciano una regressione netta: limitazioni alla libertà di stampa, leggi “anti-agenti stranieri”, intimidazioni contro attivisti e studenti. Eppure, nonostante tutto, decine di migliaia di georgiani continuano a scendere in piazza ogni sera. Con bandiere dell’UE. Con canti europei. Con slogan che non chiedono privilegi, ma diritti fondamentali: elezioni libere, istituzioni trasparenti, un futuro democratico.
L’eroismo nelle strade di Tbilisi
Questo è eroismo. Non quello delle statue, ma quello delle strade illuminate dai cellulari. È la resistenza civile di un popolo che vuole appartenere all’Europa più di quanto molte capitali europee vogliano per sé stesse.

Perché l’Europa deve parlare della Georgia
L’Europa non può permettersi di ignorare ciò che avviene a Est. La linea che separa una democrazia fragile da un regime autoritario non è un dettaglio geopolitico: è una faglia che riguarda tutti.
- Perché la Georgia vuole essere Europa più di molti europei. Le proteste non sono manovre politiche: sono un referendum spontaneo sull’appartenenza europea. La generazione georgiana cresciuta nel nuovo millennio parla, studia e sogna in Europa.
- Perché il Caucaso è il confine del progetto europeo. Se la Georgia scivola verso modelli autoritari, l’Europa perderebbe una regione strategica e culturale fondamentale.
- Perché la democrazia non si difende da sola. Ogni silenzio europeo rafforza regimi che osservano e imparano.
Il sacrificio del popolo georgiano
Nonostante la repressione, i georgiani non se ne vanno. Restano in strada. Hanno affrontato idranti, arresti arbitrari, percosse, campagne di diffamazione. Eppure non arretrano, nonostante la Georgia abbia, in proporzione alla popolazione, più prigionieri politici della Russia. Per loro l’Europa non è un mercato: è una promessa morale.
Essere la Georgia significa questo
Significa riconoscere che la battaglia dei georgiani non è solo loro: è anche nostra. È una battaglia contro la rassegnazione, contro la cinica realpolitik, contro la convinzione che i popoli piccoli debbano accontentarsi. Significa dire che l’Europa non è un club chiuso, ma un orizzonte morale. E che quando un popolo si batte per quei valori, l’Europa deve rispondere.
Cosa deve fare l’Europa ora
Non bastano comunicati. Non bastano “preoccupazioni”. Serve:
- Pressione diplomatica reale,
- Sostegno formale e materiale alla società civile georgiana,
- Monitoraggi internazionali sulle violazioni,
- Sanzioni mirate,
- Supporto a studenti, ONG e media indipendenti.
Non per ingerenza, ma per coerenza: se l’Europa crede nei suoi valori, non può abbandonare chi li difende.
Siamo tutti la Georgia
Essere con la Georgia non è una bandiera identitaria: è una responsabilità. È sapere che, mentre noi discutiamo, altri rischiano la pelle per qualcosa che spesso diamo per scontato: la libertà. La Georgia oggi non chiede carità. Chiede attenzione.








