Intervista a Fatima Hassani Ghaemmaghami: “Mia sorella è il simbolo di un popolo che non si arrende”

Rosario Scognamiglio
20/03/2026
Frontiere

Ci sono ferite che non si rimarginano con il tempo, ma lottando per la libertà. Fatima Hassani Ghaemmaghami vive a Roma, ma il suo cuore vibra tra le strade di Teheran, insieme a quello di sua sorella Mahsa. Mentre l’Occidente osserva ciò che accade in Iran con distacco, lei custodisce il ricordo di un coraggio che ha il profumo del vento che accarezza i capelli sciolti e il rumore delle piazze riconquistate per l’autodeterminazione e i diritti.

L’abbiamo incontrata nella nostra sede a Roma mentre le notizie dei raid su Teheran rimbalzavano sugli schermi, per capire cosa resti della speranza quando il regime che ti ha tolto tutto prova a toglierti anche il futuro. Fatima ci consegna la storia di sua sorella Mahsa e di un’intera generazione di giovani iraniani che hanno smesso di avere paura e sono scesi in piazza a volto scoperto per combattere una tirannia che dura da quasi mezzo secolo.”

Il cordone ombelicale dell’esilio

“Fatima, sei scappata dall’ Iran a soli 40 giorni di vita. Eppure, il legame con la tua terra sembra non essersi mai spezzato. Cosa rappresenta per te quella terra che non hai mai vissuto quotidianamente: è un’identità, un dovere morale o memoria che si tramanda?”

“Tutta la mia identità — il mio nome, il mio cognome, tutto ciò che sono — è legata visceralmente all’Iran. Ho avuto la fortuna di ricevere un’educazione europea, francese e americana, ma le mie radici sono profondamente iraniane. In casa mia si è sempre parlato esclusivamente in fārsi; suono il pianoforte e amo la musica del mio Paese, di cui cerco i sapori ovunque io vada. Sento un forte dovere morale, essendo la nipote di un Ministro che ha dato tanto all’Iran, prima di essere assassinato. Oltre dieci anni fa, quando tornai nelle zone dove lui era nato politicamente, la gente ringraziava ancora me per ciò che mio nonno aveva fatto per migliorare il Sud del Paese. Per questo sento il dovere di agire per il futuro, a prescindere da tutto. Non spetta a me decidere quale sarà il destino dell’Iran, ma sento l’obbligo di fare la mia parte, nel mio piccolo, infinitamente piccolo.”

La tragedia di gennaio

 “A gennaio, durante le proteste a Teheran, hai perso tua sorella. Chi era e perché aveva deciso di scendere in piazza sfidando a volto scoperto il regime?”

“Mia sorella si chiamava Mahsa, proprio come Mahsa Amini. Mi piange il cuore a parlarne al passato. Eravamo opposte: io calma e tranquilla, lei una vera rivoluzionaria. Oltre quindici anni fa scelse di lasciare la California per tornare a vivere in Iran; amava l’arte, gestiva una galleria a Teheran e non aveva voluto seguirmi nemmeno in Italia per studiare. Mi diceva sempre: ‘No Fatima, io devo vivere a Teheran’. È stata arrestata durante i movimenti ‘Donna Vita Libertà’ e prigioniera per quaranta giorni. Quando l’hanno presa le hanno spaccato il setto nasale e le spegnevano le sigarette sul collo. Non me l’ha mai confermato esplicitamente, ma so che è stata violentata ripetutamente durante la detenzione. Eppure, la sua grandezza è emersa subito dopo: quando mia madre è riuscita a farla liberare previo pagamento, l’ho chiamata implorandola di venire da me a Roma, almeno per un periodo. Lei, con un coraggio immenso, mi ha risposto: ‘Fatima, appena le mie ferite guariscono, io torno in piazza’. C’è stata fino all’ultimo.

Permettimi di aggiungere un dettaglio: io e mia sorella siamo figlie di un Ammiraglio. Nostro padre ha servito sotto lo Scià e, a differenza di molti colleghi, è rimasto in servizio anche con l’attuale regime. Ha combattuto in guerra per otto anni sugli hovercraft nel Golfo, è stato prigioniero degli iracheni… ha servito la patria in maniera esemplare. E questo, per Mahsa, è stato il ringraziamento dello Stato.”

Il peso di un cognome storico

La tua famiglia è legata indissolubilmente alla storia prerivoluzionaria dell’Iran. Oggi che il regime degli Ayatollah vacilla sotto i colpi delle proteste e dei raid, senti che il popolo iraniano guarda con nostalgia a quel passato monarchico o cerca una terza via del tutto nuova?

“Su questo punto il popolo iraniano appare diviso. Chi ha l’età di mia madre e vive ancora in Iran nutre spesso una profonda nostalgia: sperano di tornare ai fasti degli anni Sessanta e Settanta, immaginando di poter rivivere quell’epoca. Lo spero sinceramente per loro. I giovanissimi, invece, quando cantano ‘Pahlavi-Pahlavi’ cercano qualcosa di totalmente nuovo, qualcosa che non hanno mai conosciuto. Non avendo mai vissuto la libertà, vedono la sua incarnazione nella figura di Reza Pahlavi. Lui stesso si è offerto al Paese come figura di transizione per un periodo di tre o quattro mesi; a mio avviso i tempi sarebbero più lunghi, ma trovo nobile che abbia ammesso questo limite temporale. Personalmente, non lo voterei — ma questo è un altro discorso. Resta il fatto che le nuove generazioni, oggi, sembrano vedere in lui l’unica via possibile per raggiungere la libertà.”

Il limite della forza militare

Nel mio ultimo articolo ho scritto che lo Stato di diritto non si impone con le bombe’. Come vivete voi, nella diaspora iraniana a Roma, la notizia dei massicci bombardamenti degli ultimi giorni? Prevale la speranza che il regime crolli?

“In questo momento mi faccio portavoce di molti giovani iraniani che ho incontrato poco prima di partire per Parigi. Mi hanno implorato: ‘Fatima, ti prego, sii la nostra voce, racconta quello che proviamo’. Il primo giorno dei bombardamenti ho ricevuto messaggi da tutti loro: ‘Finalmente, è arrivato il momento’. C’era una gioia che definirei straziante. Ricordo perfettamente sabato 28 febbraio: ho incontrato alcuni di questi ragazzi ed erano felici. È un pensiero massacrante: essere felici che il proprio Paese venga bombardato perché si è convinti che sia l’unico modo per cambiare le cose. Da soli non ce l’hanno fatta; abbiamo avuto quarantamila morti, forse molti di più. Aspettavano un segnale, un aiuto esterno da mesi. Pochi giorni fa, incontrandoli di nuovo, mi hanno detto: ‘Fatima, siamo un popolo così disperato, così dimenticato da Dio – se esiste – che siamo arrivati a scegliere il peggio del peggio’. Se esiste qualcosa di ancora più terribile del peggio, è ciò che sta accadendo a noi: un regime che ci spara addosso mentre i nostri cari rischiano di morire sotto le bombe perché, purtroppo, non tutti i bombardamenti sono ‘intelligenti’.”

L’illusione della successione

Khamenei è morto nei raid, ma i pasdaran hanno subito indicato il figlio come successore. Da conoscitrice di quelle dinamiche, credi che il sistema possa davvero sopravvivere a se stesso tramite una successione dinastica, o la morte della Guida Suprema ha rotto definitivamente l’incantesimo del terrore?

“Per me non si è affatto rotto. La Guida Suprema è una figura spietata – se la si può definire ‘persona’. Anche suo figlio, che ha combattuto in prima linea la guerra tra Iran e Iraq, è molto amato dai Basiji e dai Pasdaran; gode di un forte ascendente su quel 30% di fondamentalisti che detengono il potere politico ed economico in Iran. È un potere fondato sulle armi e sul controllo tecnologico: loro hanno linee internet non bloccate e possono comunicare ovunque. Oltre alla figura della Guida Suprema — che appare ormai vacillante, come un uomo ferito che ha perso moglie e figli, per quanto questo possa essere rilevante per un soggetto del genere — ciò che spaventa davvero tutti sono proprio i Basiji e i Pasdaran. Il timore diffuso è che questi bombardamenti possano portare a un governo militare, un regime che si rivelerebbe altrettanto sanguinario della Repubblica Islamica.”

Il ruolo delle donne e il sacrificio

Tua sorella ha combattendo per la libertà, ha combattuto per potersi togliere uno stupido cencio medievale dal capo. Molti dicono che la rivoluzione iraniana sia l’unica al mondo guidata realmente dalle donne. Di solito i gruppi sociali maggiormente oppressi sono il vero motore per la rivoluzione, credi che il nuovo Iran sarà costruito dalle donne?

Se ce lo permetteranno! Ma di una cosa sono certa: le donne iraniane hanno un carattere immenso. Ho avuto la fortuna di conoscere diverse generazioni di mie connazionali e sono donne non solo di grande bellezza, ma di profondo spessore e cultura. Mi auguro vivamente che tante ragazze, come mia sorella Mahsa, un domani possano finalmente vivere libere. Voglio raccontarti un brevissimo aneddoto su di lei. Ho conosciuto mia sorella quando avevo circa quindici anni: lei viveva in Iran, io qui in Italia. Una volta, ridendo, mi disse: ‘Fatima, sono stata a Kish, è bellissimo! Mi sono potuta togliere il velo e ho sentito il vento tra i capelli… una sensazione incredibile!’. Poi scoppiò a ridere di nuovo: ‘Ma è una sensazione che tu vivi tutti i giorni!’. In quel momento io scoppiai a piangere: perché a lei doveva essere negato qualcosa di così naturale? Sono convinta che le donne di quel Paese — le madri e le sorelle di tutte le vittime, incluse quelle dei bombardamenti che io non condanno, e specialmente quelle dell’8 e 9 gennaio — avranno un grande potere un domani. Gli spetta di diritto.”

La richiesta di Giustizia: una nuova Norimberga?

Parliamo di giustizia internazionale. Pensi che per l’Iran sia più urgente un regime change o l’istituzione di un tribunale internazionale — una sorta di nuova Norimberga — che metta alla sbarra i crimini del regime, dando finalmente un nome e una condanna ai responsabili della morte di tante donne?

“A mio avviso, non ci sarà mai una giustizia piena, perché non riusciremo mai a conoscere tutta la verità. Ciò che mi terrorizza profondamente è pensare a cosa potrebbe emergere il giorno in cui il regime dovesse cadere: tutte le informazioni che verranno fuori su ciò che sono stati capaci di fare in questi quarantasette anni di terrore. Cosa uscirà, per fare un esempio, dalle celle del carcere di Evin? Non voglio nemmeno immaginarlo. Credo che l’esigenza più importante e immediata sia la libertà. Una ventata di ossigeno per novanta milioni di persone. Poi, però, qualcuno dovrà necessariamente pagare. Qualcuno dovrà rispondere alle madri, alle sorelle, ai fratelli e ai padri delle vittime del regime degli Ayatollah.”

Il dualismo della sinistra italiana

Parte della sinistra estrema italiana sembrerebbe quasi ammiccare al regime degli Ayatollah, all’università di Genova è stata esposta una bandiera del regime, a Firenze subito dopo l’attacco statunitense è stata indetta, dalle sigle sindacali una manifestazione per la pace, ed una coraggiosa iraniana, Leila, ha fermato il corteo gridando “dov’eravate quando sono morti 40.000 persone in Iran”. Tu cosa ne pensi, cosa pensa la comunità iraniana d’Italia? Credi che l’islam radicale e politico stia colonizzando e avvelenando il dibattito politico italiano?

“Credo che una certa sinistra stia facendo di tutta l’erba un fascio. Ho visto bruciare la bandiera di Israele e quella americana nelle manifestazioni, come accaduto recentemente a Torino, in Piazza Castello. Si sta cercando di identificare ciò che accade in Iran con ciò che avviene a Gaza, come se fossero due popoli accomunati dallo stesso nemico. In realtà, in Iran molti cantano ‘viva Bibi’ [Netanyahu], vedendolo come un oppositore del regime. Io stessa sono una donna di sinistra, lo ammetto con orgoglio, ma devo dire che la Sinistra è stata totalmente assente mentre mia sorella veniva assassinata. Mia sorella, per me, è il simbolo di tutte le altre migliaia di giovani vittime. Quel silenzio totale e assordante è stato dolorosissimo. Ancora oggi percepisco un vuoto: un parlare invano, un non esporsi o, peggio, un esporsi quasi in appoggio al regime islamico. Mi lascia basita che politici che ho sempre stimato possano, solo in chiave antistatunitense, arrivare ad appoggiare un regime che in quarantasette anni ha commesso ogni tipo di atrocità, senza guardare in faccia a nessuno, a nessuno!”

L’appello all’Europa

Ci siamo conosciuti a una manifestazione a Roma a Gennaio. Dopo anni di esilio e di lotta a distanza, cosa chiedi oggi concretamente all’Europa e alle istituzioni italiane? La solidarietà nelle piazze è ancora sufficiente o serve un atto di coraggio politico che finora è mancato?

“La solidarietà nelle piazze c’è stata, ma a mio avviso è stata poca e non incide quanto dovrebbe. Vedo che ormai anche i miei compaesani sono stanchi di partecipare alle manifestazioni: serve qualcosa di più. Credo, ad esempio, che le autorità consolari iraniane in Italia e in Europa non debbano più essere riconosciute come corpi diplomatici. Non penso che l’Italia debba far parte attivamente del conflitto, ma ciò che mi spaventa sono i ‘cani sciolti’ — i fondamentalisti molto presenti anche nel nostro Paese — che potrebbero alimentare il terrorismo. La settimana scorsa sono stata a Parigi ed era totalmente blindata: una scena che mi ha scosso. Per questo ritengo necessaria una presa di posizione molto più netta da parte dei leader europei, dal Presidente Meloni al Presidente Macron.”

Grazie Fatima a nome di tutta la redazione de L’Europeista per la tua testimonianza e grazie per averci raccontato l’Iran in maniera così dettagliata e vera, grazie.