Intervista a Refat Chubarov, presidente della comunità dei Tatari di Crimea (in esilio a Kyiv)
“L’Ucraina non cederà mai la Crimea. Per quanto la Russia si dia da fare per riscrivere la storia, quella è la nostra terra e non la loro”.
A parlare così è Refat Chubarov, presidente del Mejlis, il consiglio che rappresenta i tatari di Crimea. Lo incontro a Kyiv, dove l’organismo, la cui autorità è riconosciuta da tutta la comunità internazionale, oltre che da ONU, Consiglio d’Europa, e OSCE, ha dovuto trasferire la propria sede, dopo che nel 2016 la Corte Suprema Russa lo ha identificato come “organizzazione terroristica”, per via della sua posizione nettamente contraria all’annessione illegale della penisola, esiliando diversi suoi esponenti, tra i quali lo stesso leader.
Intervista integrale:
“Putin si avvale da anni di storici e ideologi per cercare di far credere a tutti che la Crimea sia sempre stata russa – spiega Chubarov – Ma la storia è storia e non si può modificare a proprio piacimento. La Crimea fu abitata in epoche diverse da vari popoli, quali Alani, Sarmati, Cimmeri, Goti, Unni, Peceneghi, ognuno dei quali ha contribuito a costruire l’identità culturale del popolo tataro, il quale occupava un’area persino più vasta della sola penisola e che fu indipendente per quasi tre secoli e mezzo.
L’Impero russo, con Caterina II, conquistò quei territori solo nel 1783. Da allora abbiamo iniziato a rappresentare un problema per la Russia, perché la nostra stessa presenza bastava a ricordare che quella terra non era storicamente loro”.
Anche per questo, prosegue il capo del Mejlis, “nel corso della storia noi Tatari abbiamo subito varie persecuzioni, come quella che seguì la sconfitta russa nella Guerra di Crimea (1853-1856). In quel caso la Russia accusò falsamente la comunità tatara di aver aiutato la coalizione composta da Francia, Inghilterra, Impero Ottomano e Regno di Sardegna e nei 4 anni successivi costrinse 200.000 Tatari a stabilirsi altrove“.
Novanta anni più tardi Stalin si spinse anche oltre deportando l’intera popolazione, che rimase in esilio per quasi 50 anni, fino alla caduta dell’Unione Sovietica, mentre nella nostra terra venivano cambiati i nomi di strade, monumenti ed edifici nel tentativo di cancellare ogni traccia della nostra cultura. “Il nostro rientro – continua – fu possibile solo dopo il 1991, quando la penisola ottenne l’indipendenza insieme all’Ucraina. Ma poi nel 2014 sono tornati i russi, per i quali rappresentiamo ancora oggi un impedimento alla promozione della loro narrazione, siamo la prova vivente della falsità delle loro deliranti manipolazioni storiche.”
“Potrei dire che ci odiano, perché ricordiamo loro in ogni momento che sono solo occupanti, così come odiano anche gli ucraini e qualunque altro popolo che interferisca con i loro piani.“
“Se tu fossi ora in Crimea rimarresti inorridito dal livello di odio anti-ucraino. Addirittura sostengono che quelli che dicono di essere ucraini sono solo russi che sono stati ingannati”.
La demonizzazione del nemico, dice ancora Chubarov, è in fondo una costante della storia sovietica prima e russa poi, come provano anche le accuse di nazismo mosse contro i Tatari per motivare la pulizia etnica del 1944 e contro gli ucraini per giustificare l’invasione del 2022. “Da sempre – aggiunge – in Russia i regimi che si susseguono mantengono viva la retorica antinazista e antifascista. Dopo gli eventi della Seconda Guerra Mondiale, la popolazione è stata educata a distinguere tra bianco e nero, tra i modello socialista e l’odio per i nazisti. Lo hanno fatto anche con me. Questi stereotipi, inculcati per decenni, oggi sono più che mai utili al regime per indicare il nemico di turno, sebbene anche lo stalinismo sia stato un regime anti-umano e dunque a tutti gli effetti fascista”.
“Certo – precisa ancora – da dopo la caduta dell’URSS nemmeno il rapporto con Kyiv è sempre stato facile per noi, ma le nostre relazioni con l’Ucraina si sono sempre basate sulla reciproca comprensione e sul rispetto delle regole, perché questa è la nostra comune tradizione”.
La posizione tatara dopo l’invasione russa del 2014
Per questo motivo, racconta il Presidente, la comunità tatara e il Mejlis che la rappresenta hanno rifiutato sin da subito la richiesta di un appoggio esplicito all’annessione avanzata dai russi nel 2014.
“Abbiamo risposto loro chiaramente che davanti a una così palese violazione del diritto internazionale e della sovranità dell’Ucraina, non potevamo riconoscere come giusto un atto criminale, vile e cinico. Non avevamo altra scelta. Non possiamo dire che è bianco qualcosa che è chiaramente nero. La nostra storia non ce lo consente.
Inoltre quella stessa storia ci insegna che i problemi della Crimea sono sempre venuti da Mosca e ben conosciamo la tendenza della Russia a russificare, omologare, sopprimere le identità di interi popoli per trasformarli in russi, un’attività sulla quale Mosca investe moltissimo.
È anche per questo che qui in Ucraina vediamo combattere buriati, baschiri, udmurti, jakuti, ceceni. Cioè, i popoli del Caucaso. Tutti difendono il russkyi mir, il mondo russo, perché sono stati appunto trasformati in russi. Dunque sapevamo bene se avessimo accettato quell’abbraccio ci saremmo trovati presto strangolati. A questo proposito, ricordo che durante una delle nostre riunioni, una donna disse una frase che mi colpì e che ripeto spesso: ‘Siate onesti, non date mai la mano a chi fa irruzione in casa vostra, sfonda i vostri muri, le vostre porte, uccide la vostra gente e giura di essere vostro amico’. Gli amici non si presentano così”.
La diaspora tatara dalla Crimea
La conseguenza del rifiuto, dice ancora Chubarov, è che i rapporti tra la comunità tatara e le autorità della Crimea sono diventati con gli anni sempre più tesi, tanto che circa un sesto dei 300.000 Tatari presenti prima dell’annessione sono stati costretti a lasciare la penisola.
“D’altra parte – dice – hanno trasformato la Crimea in una grande fortezza militare. E in una fortezza l’ultima cosa di cui hai bisogno è di persone che non ti sono leali. Per questo la nostra comunità viene repressa, spesso incarcerata o spinta ad andare via”.
Una constatazione amara, ma che non impedisce al Presidente di rivolgere uno sguardo positivo al futuro. “Il nostro è all’interno di una Ucraina democratica” Afferma senza esitazione. “Questa è la nostra posizione dal primo momento ed è destinata a rimanere tale. In questo senso, mi sento di escludere che l’Ucraina intenda rinunciare alla Crimea, non solo per preservare i Tatari, ma anche perché senza la Crimea, l’Ucraina non sarà in grado di garantire né la propria sicurezza economica né quella militare.
Le concessioni territoriali non possono essere sostenute dall’Europa e dalla comunità mondiale, perché se domani, Dio non voglia, si verificasse un accordo di questo tipo, ciò significherebbe che nel mondo non ci sarebbe più la forza del diritto, ma solo il diritto di usare la forza.

Noi, Tatari di Crimea, che abbiamo lottato per il ripristino dei nostri diritti per quasi 50 anni in Unione Sovietica, non potremmo mai accettarlo. In nessun modo intendiamo renderci complici dei banditi che hanno occupato la nostra terra, né considero verosimile l’idea dello ‘scambio di territori’, dato che non c’è nulla da scambiare, essendo tutte le regioni in questione appartenenti all’Ucraina secondo il diritto internazionale.
Ovviamente non posso escludere che ci possano essere concessioni territoriali nel corso di questa guerra, ma se così fosse, dovremmo mettere in conto il collasso della civiltà. Ci tengo a far notare che nel 2014, quando la Crimea fu occupata, molti in Europa erano pronti a cederla per placare gli appetiti della Russia. Direi che la situazione del 2022 ha dimostrato che concessioni piccole portano solo l’aggressore ad avanzare pretese più grandi.
In questo senso credo che i leader occidentali, ancora prima che ai tatari o agli ucraini, debbano pensare alla sicurezza dei loro stessi popoli. Se lo faranno troveranno ragioni più che sufficienti per correre ad aiutarci”.










