L’individuo liberato: conquiste e paradossi dell’Europa moderna

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Marina Puviani
17/06/2026
Orizzonti

Dall’umanesimo rinascimentale, incarnato da figure come Leonardo da Vinci e Erasmo da Rotterdam che incoraggiarono e contemporaneamente influenzarono il pensiero critico e l’osservazione diretta della realtà, alla riforma protestante con Martin Lutero impegnato nella creazione di un nuovo rapporto tra il credente e i testi sacri, e infine alla oggi naturale protezione dei diritti umani, non è difficile trovare l’invisibile filo conduttore che lega in maniera indiscutibile queste diverse espressioni di individualità.

Probabilmente ci siete già arrivati: è la libertà.

Una condizione in cui l’Europa moderna si muove con devota sicurezza, memore della sua storia contrassegnata da svolte epocali nella liberazione dell’individuo dall’inconsapevolezza di rimanere spettatore dei propri trionfi e delle proprie sconfitte.

La libertà è scelta, ma perché proprio in Europa, dove è garantito il più alto livello di libero arbitrio, milioni di persone sperimentano la solitudine che tanto lamentano?

L’alienazione sociale è una delle maggiori sfide che l’Europa di oggi è costretta ad affrontare con riguardo: il “vecchio” continente ha progressivamente sostituito l’appartenenza con la scelta.
Un tempo eri figlio di qualcuno, membro di una comunità, abitante di un villaggio, ora sei un individuo autonomo. Qual è il tuo valore non in rapporto al ruolo conferitoti dalla società? Si può semplicemente essere senza appartenere?
Sono quesiti che riguardano la realtà europea e inevitabilmente si intrecciano con ragioni che superano le mere credenze personali.

Secondo la prima indagine condotta su scala dell’intera Unione Europea dalla Commissione Europea, tra novembre e dicembre 2022, il 13% degli europei si dichiara solo per la maggior parte del tempo, mentre il 35% si è sentito solo almeno qualche volta nello stesso periodo.

Ma non serve essere esperti di statistiche e sondaggi per scoperchiare un vaso che di Pandora ha in comune solo la notorietà dei suoi danni, e non di certo i segreti che ogni giorno sono svelati su qualsiasi social media: giovani incapaci di costruire relazioni durature, amicizie intermittenti e rapporti affettivi sempre più fragili.

La dissoluzione dei legami tradizionali ha sicuramente contribuito a indebolire molte reti sociali e storiche; le persone hanno famiglie meno stabili a cui appoggiarsi e affidarsi per vivere la socialità come una naturale estensione del contesto familiare, associando il senso di condivisione a un bisogno non soddisfatto che si riflette poi oltre le mura di casa.

Già agli albori del nuovo millennio il sociologo polacco Zygmunt Bauman parlava del concetto di “modernità liquida” nel suo omonimo saggio: il mondo moderno, non solo europeo, era ormai concentrato solo su sé stesso, guidato da un’incessabile libertà che rendeva ogni tipo di aspirazione insaziabile.

Ma è questo il male terreno che affligge la società europea odierna?
Bramiamo davvero troppo?
O semplicemente la mancanza di bisogni irrinunciabili ci ha spinto a cercare il benessere in mondi virtuali dove possiamo esistere senza correre il rischio di svelare le nostre vere necessità?

Perché attualmente fingere di stare bene è meno pericoloso di ammettere un disagio partorito dalla libertà. Paradossalmente quando il pensiero è limitato le energie sono concentrate nel cercare uno spazio sociale dove esercitare il diritto di essere insoddisfatti della propria vita, ma quando tale obiettivo viene raggiunto i vuoti interiori non perdonano questa vittoria che profuma di sconfitta esistenziale.

Tuttavia, la soluzione non può e non deve essere rivolta a una rinuncia delle libertà conquistate: nessuno vorrebbe tornare a una società in cui famiglia, religione o comunità decidono il destino dell’individuo.

Dopo anni di battaglie l’uomo è costretto a raccogliere l’eredità del libero arbitrio, il cui potere non è più concentrato nell’emancipazione dell’individuo, bensì nel renderlo capace di stabilire nuovi confini dove imparare a dialogare con la solitudine speculare dell’altro: lo specchio non può che restituire ciò che gli si pone davanti.

È pronta l’Europa moderna a riflettersi nella responsabilità di costruire una identità che insegna a stare insieme?