L’inattualità di Pasolini. Intervista ad Alfio Squillaci

inattualità pasolini squillaci
Crescenzo Garofalo
15/01/2026
Miscellanea

Proponiamo questa intervista con il saggista Alfio Squillaci. Ha un suo blog molto seguito su Facebook dove parla di cultura e letteratura. Il suo ultimo saggio intitolato “Pasolini Addio – Indagine su un mito” fornisce una critica ragionata su uno degli intellettuali italiani più celebrati e controversi.

Dottor Squillaci, nella lettura del suo saggio lei presenta una notevole documentazione bibliografica sulla vita e il pensiero di Pier Paolo Pasolini. Un artista poliedrico che l’ha accompagnata fin dalla sua prima giovinezza, come spiega nella prima sezione del libro. Cosa ritiene lo abbia reso così apprezzato dalla sua generazione ed emblematico per le successive, all’infuori dell’indubbio talento narrativo?

Rispondo,  partendo dall’ultima vostra osservazione: «all’infuori dell’indubbio talento narrativo», scrivete. Non sono certo che Pasolini sia tuttora un idolo per questa ragione. Il talento narrativo, se c’è, è stato messo in dubbio dal suo critico più mordace, ossia Walter Siti, curatore delle sue opere complete peraltro, il quale sottolinea che Pasolini «non riesce a raccontare la progressione psicologica, non ha il gusto del raccontare, dello scorrere del tempo, che è una cosa fondamentale in un romanzo». (“Linus” n.3/2022). 

Pasolini in realtà si è espresso  in molti modi: con la narrativa, certo, e con una mezza dozzina di romanzi. Ma soprattutto con la poesia, prima sua forma espressiva, attraverso la quale è più conosciuto, compreso e talora assolto anche per le sue insufficienze in altri ambiti. Quante volte si replica di fronte alle aspre critiche rivoltegli:  «Ma Pasolini è un poeta!», con l’intento di richiederne una assoluzione preventiva, a prescindere da ciò che afferma, come se la poesia gli consentisse un salvacondotto per tutto. Pasolini inoltre entrò nell’immaginario collettivo soprattutto per la sua attività di cineasta (su cui non mi pronuncio perché non ho competenza) ma soprattutto per quella di polemista, di sociologo e antropologo degli italiani.

Alludo qui al Pasolini di cui mi sono più occupato, ossia il corsaro e il luterano e il critico della società dei consumi. Occorre infine annotare che Pasolini fu pure un drammaturgo teatrale e infine un acuto critico letterario. Per quest’ultima attività, estrinsecatasi in libri quali “Passione e Ideologia” e soprattutto “Descrizioni di descrizioni” mi sono espresso con consensi entusiasti in una sezione del mio saggio. Il Pasolini critico è quello che mi sentirei assolutamente di salvare. Pasolini tentò infine anche la pittura e finanche la musica. L’eccezionalità di Pasolini consisterebbe nell’aver «fatto tutte queste cose insieme, con mille contraddizioni» annota ancora Siti nel suo verdetto sostanzialmente espulsivo come peraltro quello di Franco Fortini o Edoardo Sanguineti. 

Uno dei messaggi di Pasolini giudicati più attuali è la sua critica al consumismo. Nel saggio lei riporta vari studi e statistiche che sembrano smentire la visione secondo cui nell’Italia del boom economico, in cui PPP fiorì artisticamente, la popolazione spendesse preponderatamente in “beni superflui”, sottolineando come questa definizione sia molto soggettiva. Si può sostenere in maniera provocatoria che Pasolini avesse solo sbagliato epoca? 

Quello della critica dei consumi è il punctum dolens che ho affrontato con acribia e necessità urgente dello smontaggio, se posso dir così, della sua dottrina.
Osservo che in detta critica dei consumi egli non si preoccupa di distinguere i consumi necessari da quelli superflui, essendo nella sua visione tutti superflui (descrive in “Lettere luterane” la nostra società addirittura come un penitenziario consumistico!). Il che non è, con tutta evidenza. Egli non distingue i consumi perché se li avesse gerarchizzati  sarebbe caduto tutto il suo castelletto in quanto avrebbe dovuto farne una declaratoria, e spiegare quali consumi fossero superflui e quali necessari e soprattutto perché e infine chi avrebbe dovuto certificare: “questo è un bene superfluo e quest’altro invece necessario”, operazione che in una società libera solo lo stesso soggetto desiderante può operare, in quanto ciò che può essere necessario per lui può essere superfluo per un altro, e viceversa.

Ad un certo punto della sua critica, poi, Pasolini sembra giustificare le due dittature: 1) da un lato il fascismo italiano, che secondo lui non aveva inciso sulla sobrietà e purezza degli italiani, corrotti invece nell’intimo dal secondo fascismo, ossia quello da lui ritenuto  abbrutente della società dei consumi, e  2) dall’altro il comunismo sovietico. C’è infatti un passo in “Scritti corsari” in cui egli loda tale regime sostenendo che omologazione culturale per omologazione culturale è preferibile quella sovietica rispetto a quella consumistica, che mette una divisa a tutti di supposta uguaglianza.

In Russia, dove sussiste un potere da Pasolini evidentemente accettato, vige la stessa uniformità della folla, e dunque sembra che in essa aleggi un linguaggio fisico-mimico che pare dire: «Qui non c’è più differenza di classe. Ed è una cosa meravigliosa!», esclama Pier Paolo. E continua: «In Russia questo è un fenomeno così positivo da riuscire esaltante, in Occidente esso è invece un fenomeno negativo da gettare in uno stato d’animo che rasenta il definitivo disgusto e la disperazione». Ciò mi sembra una prospettiva aberrante. Non credo quindi, neanche in una accezione provocatoria, che Pasolini abbia sbagliato epoca. La sua era quella, e ciò che voleva prefigurare per la nostra Italia era un congegno livellante dall’alto, a cui egli stesso sarebbe stato però il primo a sottrarsi in considerazione della sua personale e legittima propensione al consumo vistoso (automobili di grossa cilindrata, abiti di gran sartoria, dimore borghesi, tintura di capelli, cura del Gerovital in Romania, turismo sessuale nei paesi del terzo mondo). 

Tra le altre contraddizioni del “Cantore delle Borgate” da lei evidenziate ci sarebbe anche la sua critica alla televisione, della quale era arrivato a chiedere l’abolizione, pur non disdegnando di apparirci anche per parlare dei suoi film, oltre alla celebrazione di una civiltà bucolica in cui non aveva mai veramente vissuto. Dunque da cosa ritiene derivi questo rigetto dell’industrializzazione e della modernità da parte di un intellettuale che aveva formalmente sposato la causa marxista?

La critica alla televisione è uno degli aspetti dell’investigazione pasoliniana della realtà che con una formula di Marcuse (ne “L’uomo a una dimensione”) si potrebbe definire del “Gran Rifiuto”. Pasolini detesta seccamente la Modernità. La rifiuta nelle sue configurazioni attuali pur vivendoci con agio e avvantaggiandosi dei suoi potenti risultati sia in termini di beni e servizi che apporti tecnologici, i quali allargavano il bacino del suo pubblico che proprio grazie al benessere economico consumava più riviste, libri e pellicole cinematografiche, ossia le sue merci, i beni da lui stesso, Pasolini, definiti prodotti.

Frequenti perciò sono i contraddittori richiami al Passato («Io sono una forza del passato» amava ripetere), alla Tradizione, al Sacro che nella sua visione sarebbe deturpato dall’irruzione della Modernità sotto la veste tecnologica e soprattutto industriale. Ho dedicato perciò una sezione del mio studio intitolata “Pasolini Antimoderno” — a cui rimando — dove sulla scorta di un esame ravvicinato dei suoi testi analizzo il viluppo delle sue idee concludendo che ci troviamo davanti a un “reazionario di sinistra“.

Con ciò metto in discussione il suo marxismo, da lui peraltro poco frequentato nei suoi gangli tematici e nessi ideologici stringenti. Infatti contesto la spuria attribuzione di marxista che egli stesso si dà, partendo dal presupposto che nel pensiero marxiano lo sviluppo non è contestato, che Marx non voleva consegnare alla futura umanità una società povera e arretrata o contadina ma giunta al massimo dello sviluppo economico e, certo, delle sue contraddizioni dialettiche che l’avrebbero condotta all’implosione (teoria del Zusammenbruch appunto, del Crollo).

Ne “Le belle bandiere” si legge invece di un Marx, secondo Pasolini, non propriamente progressista. Reperto perciò frasi come queste in risposta a un lettore: «Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione, non le pare? Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato», oppure: «I veri tradizionalisti sono i marxisti». Sono passi che danno l’idea della sua spigliatezza teorica e arditezza interpretativa di un autore, Marx, che egli aveva letto pochissimo, ma che piegava volentieri alla propria personalissima visione. Per tutti il marxismo è stata dottrina ispiratrice di prospettive future; il Sol dell’Avvenire, di incitamento ad andare Avanti! e Vorwärts. Per Pier Paolo invece è Tradizione e Passato!

Inoltre occorre aggiungere in tema che Pasolini non ha un’altra idea di sviluppo e di progresso da opporre a quella vigente, e che la sua postura, non essendo egli un teorico conseguente ma un poeta lirico-melico, è quella di un mero e sterile nostalgismo, del rimpianto ossia di una civiltà, quella contadina, che in fondo gli apparteneva solo per parte di madre, friulana ma non certo essa stessa contadina, a cui contrapponeva quella paterna, bolognese e cittadina, con cui era personalmente in conflitto, nelle spire perenni di un confronto edipico. 

In questo viluppo di contraddizioni e circonvoluzioni si pone la mia critica e in fondo il mio distacco fortemente critico da Pasolini. 

La sua tesi del “reazionario di sinistra”, in effetti, sembrerebbe essere rafforzata dalla critica all’aborto che ha spinto alcuni a parlare di un Pasolini conservatore e di destra, ma in realtà lei esplicita bene come quell’opposizione avesse motivazioni assai più personali legate alla sua pederastia, anche se oggi sarebbe forse più corretto parlare di efebofilia (l’attrazione verso gli adolescenti) . Nella quarta sezione del libro “Il Diverso” lei riporta sul tema le tesi di Giovanni Dall’Orto e Alberto Arbasino. Quali sono i punti di contatto e quali le differenze tra le due interpretazioni?

I punti di contatto fra i due intellettuali entrambi omosessuali, al di là della scelta dei termini più appropriati circa la designazione dell’inclinazione sessuale di Pasolini (Arbasino parlerà in due luoghi testuali di pedofilia, ma aggiungendo subito dopo che il termine allora non esisteva) è proprio l’omoerotia del Nostro, cui i due autori assegnano il punto di incidenza dal quale poi sprizzano le sue vedute sulla società e sul mondo. 

Dall’Orto osserva che non si possono comprendere le  posizioni Pasolini trascendendo dalla sua opzione sessuale di fondo, e proprio per la questione dell’aborto sottolinea con veemenza che proprio questo è probabilmente l’intervento pasoliniano «in cui è più evidente fino a che punto le sue prese di posizione degli ultimi anni avessero radici nell’humus delle sue esigenze erotiche».

Sostanzialmente Pasolini si dichiarò contrario all’aborto perché avrebbe  reso ancora più facile il coito eterosessuale,  a cui non ci sarebbero stati  praticamente più ostacoli. In sintesi se si toglievano gli ostacoli, come appunto la proibizione del procurato aborto, questa pratica diventava una forma di anticoncezionale riparativo, seppur ex post appunto, e rendeva quindi più facile e privo di rischi il coito eterosessuale (tanto c’è l’aborto), che Pasolini temeva però come sottrazione al coito omosessuale, una sorta di concorrenza sleale, insopportabile per lui.
Dall’Orto ricorderà che la questione aborto fu da Pasolini esplicitamente  trattata sotto questa “tinta”, termine bellamente usato dallo stesso Pasolini. Cioè dal punto di vista del diverso che ha da dire la sua in tema.

Quanto ad Arbasino occorre ricordare che il suo ragionamento (condotto principalmente in “Ritratti italiani”) verte sulla sconfessione del mito winckelmanniano (il celebre critico d’arte tedesco, con tutta probabilità un omosessuale: fu ucciso, come sospettato da alcuni, da un “ragazzo di vita”) di una presunta bisessualità dei ragazzi mediterranei. In realtà costoro si accompagnavano con gli omosessuali o 1) per sfogo, essendo loro negato, per costume sociale inibente, il coito con le ragazze che dovevano raggiungere illibate il matrimonio, o 2) per interesse: i ragazzi venivano infatti pagati dagli omosessuali, mentre per andare a prostitute dovevano essi  pagare.

Punto dirimente che si deve sottintendere è che i ragazzi si accompagnavano con gli omo se e solo se fosse stata salvaguardata la loro posizione attiva. Orbene, Arbasino argomenta che venendo a cessare proprio negli Anni Settanta da un lato la segregazione serale delle ragazze (cambiamento di costume epocale) e dall’altro essendosi alzato notevolmente il livello di benessere collettivo (cui Pasolini guardava con rabbia e punte di vero rancore, e si capisce perché) venivano a cadere le due ragioni di sfogo e interesse di cui sopra. Lo sfogo avveniva finalmente con le ragazze e il benessere troncava il rincorso alla pratica sessuale con l’omo dietro prestazione di denaro. Da qui la disperazione di Pasolini e la sua rabbia espressa in forma rancorosa e in più punti dei suoi testi  verso le coppiette. «L’arrivo di un’Alfa Romeo in una piazzetta non è più un avvenimento, l’offerta di una pizza fa sorridere di compatimento», annoterà sinteticamente l’amico Arbasino. 

In precedenza ha parlato di Marcuse, sulle cui similitudini con il pensiero di Pasolini ha dedicato un capitolo del saggio. In quello immediatamente precedente riporta anche la stroncatura del regista friuliano agli scritti giovanili di Antonio Gramsci e il suo “italiano impossibile”. Alla luce delle inconciliabilità descritte tra la sua visione “passatista” della società e il marxismo “ortodosso” e “scientifico” del PCI viene da interrogarsi sul perché PPP non sembri mai aver messo seriamente in discussione la sua adesione al partito, neanche dopo l’espulsione. Forse per lui il comunismo era semplicemente l’unica alternativa concretizzabile al sistema o vi sono ragioni più esistenziali da ricercare?

Ci sono due risposte al quesito sul perché Pasolini si professò marxista e aderì al PCI fin quasi alla fine della sua vita (ebbe infatti simpatie per i radicali giusto l’ultimo anno). La prima ragione  è di carattere strettamente personale, e corrisponde al suo fermo desiderio di affermarsi. Ora, per lui come per tutti gli intellettuali che vivevano nell’Italietta degli anni ’50 — in cui il mercato  delle lettere era asfittico e non remunerativo — era impossibile (oltre all’Università) affermarsi fuori da una istituzione forte: la Chiesa, il PCI, il Sindacato,  da cui ricavare chi uno stipendio, chi un consenso o un appoggio o una difesa contro i nemici. Pasolini aveva le idee chiare in proposito. Scriveva infatti in una rubrica del Caos: «Era infatti il PCI quello florido e ancora inattaccabile del dopoguerra, appena uscito dalla Resistenza, che determinava e decretava il successo letterario di un autore. L’Italia era allora un Paese povero (paleocapitalistico): e il letterato vi poteva facilmente assumere, come ancor oggi nei Paesi poveri e incolti, la funzione «nazionale» della guida, del vate, sia pur modernissimo, e magari cittadino onorario di Parigi.»

Ora, l’egemonia culturale, che per circa un ventennio è stata detenuta dal PCI, è passata nelle mani dell’industria. (Il Caos n.33 del 13 agosto 1968). Ciò era vero se si pensa che anche il ricco e aristocratico Visconti cercò il consenso del PCI nella persona di Mario Alicata influente apparatchik comunista che associò nella scrittura di “Ossessione”.

C’è poi una ragione più nobile e anche singolare. Pasolini avversò la disarticolazione inerte e pulviscolare dei movimenti e si rivolse agli studenti del Movimento Studentesco esortandoli  nella celebre poesia “Il PCI ai giovani!” — nota soltanto per la prima parte in cui diceva che stava dalla parte dei poliziotti —, ad occupare le cellule e le Federazioni, ossia di farsi Istituzione! In un passo sempre del “Caos” annotava che un personaggio come san Paolo alternava a momenti di trasfigurazione o di forte alterazione spirituale altri di febbrile e fattiva capacità organizzativa. «Il Fare (Organizzare) non era che l’altra faccia del Credere». Sarà il seme gettato per un’opera che già nel titolo reca le intenzioni di quella intuizione: “Trasumanar e organizzar”. Occorre sottolineare questo significativo tratto teorico pasoliniano poco valutato: l’esaltazione del momento istituzionale rispetto a quello movimentista.

Si legge significativamente in “Trasumanar”: «Anime belle del cazzo, per cos’altro/ moriranno i due fratelli Kennedy, se non/ per un’istituzione? E per cos’altro/, se non per un’istituzione,/ moriranno tanti piccoli, sublimi Vietcong? / Poiché le istituzioni sono commoventi: / e gli uomini in altro che in esse non sanno riconoscersi/. Sono esse che li rendono umilmente fratelli / C’è qualcosa di così misterioso nelle istituzioni – unica forma di vita e semplice modello per l’umanità /– che il mistero di un singolo, in confronto, è nulla» (corsivi di PPP).

È un Pasolini concreto e realista o meglio anti-massimalista. Se si vuole in questo tratto anti-movimentista si inscrive anche la lode al riformista Nenni allorché nella poesia a lui dedicata  nel 1960 scriveva sostanzialmente di accontentarsi di un programma minimo: Se non possiamo realizzare tutto, non sarà / giusto accontentarsi a realizzare poco? / La lotta senza vittoria inaridisce.

Ho voluto lasciare per ultima la seconda sezione perché la più delicata, ma forse anche quella più sintonia con la ragion d’essere del saggio. In essa lei prova a decostruire la mitologia dell’artista mostrando come, al netto delle facile nostalgie, la figura dell’intellettuale da lui incarnata e promossa (cupo, contro il sistema e a tratti scandaloso) sia oggi più capillare che mai. Inoltre elenca le “forze motrici” dietro la sua fortuna, aggiungendo alle sei rintracciate da Walter Siti una settima personale. Citando un testo importante della bibliografia, qual è la strada che dovremmo intraprendere per poter “dimenticare Pasolini”?

La settima componente del mito di Pasolini è tuttora molto diffusa e attraversa sia la destra che la  sinistra.  È il rifiuto dell’industrialismo e del capitalismo, è un forte desiderio di regressione nella convinzione che in fondo si stava meglio quando si stava peggio, è la nostalgia di un modello organico di società dove c’era poco ma ci si accontentava, mentre oggi abbiamo molto e siamo sempre insaziabili e infelici.

È un mito che si  sottrae alla verifica storica dei fatti, e ciò l’abbiamo visto allorché Pasolini si rifiuta di produrre un’analisi circostanziata sui beni necessari o superflui, ritraendosi in un anatema inflessibile contro la Modernità, a costo di esaltare la dittatura sia fascista che comunista. Poco — aggiungerei adesso tra parentesi—, si è meditato su un fenomeno ideologico recente, ma che certo aveva in lui un campione: il suo indubbio rossobrunismo.

Pasolini si poneva con la mente rivolta all’indietro, alla società preindustriale, e se polemizzava con quella industriale era sotto la spinta di un “apologia del regresso” che egli fece già nel 1970, all’imbocco della stagione corsara e luterana, in una lunga intervista a Tommaso Anzoino. «Da che punto del mondo io contesto tutto questo? È chiaro: da un punto del mondo dove urge un desiderio folle di regresso. Ma non c’è progresso senza profondo recupero del passato, senza mortali nostalgie per le condizioni di vita anteriori: dove si era comunque realizzato l’uomo spendendovi interamente quella cosa sacra che è la vita del corpo».

Egli, da Antimoderno nostalgico, non pensava che i processi innescati dalla Modernità fossero irreversibili e si dovesse piuttosto andare avanti e al massimo cambiare direzione ma, rifiutando radicalmente la Modernità, egli perorava piuttosto di tornare indietro e cambiare strada. Come procedere non lo disse. Eppure aveva sviluppato, come s’è  visto, una certa attenzione  verso l’organizzazione, le istituzioni o il riformismo di Nenni, tratti che non divennero centrali  nella sua proposta. Una folle idea di regresso lo possedeva, amava scivolare all’indietro lungo il pendio della storia, in una sorta di algolagnico e poetico rifugio nel passato.

Quanto alla proposta di dimenticare Pasolini,  sì accetto la provocazione. Va sicuramente dimenticato l’intellettuale che prevedeva per i ragazzi una istruzione limitata (fino alla quarta elementare disse in una intervista a Enzo Biagi), che perorava per gli altri e non per sé una contingentazione dei consumi, che aveva come orizzonte una società agro-pastorale mai vissuta personalmente ma solo idealizzata negli altri. E lo vorrei dimenticare —salvo il critico letterario come ho già detto —, a partire proprio da un punto di vista personale di ex borgataro: infatti come Pasolini nella sua teoresi mette il suo corpo io ci metto il mio. Senza il Boom degli anni Sessanta da egli tanto criticato non avrei avuto una istruzione adeguata e mi sarebbe stato negato l’accesso liberatorio ai beni e servizi di una società affluente che certo arricchì i pochi ma trasse dalla miseria secolare i molti.

Quanto alla mia personale visione del mondo sono convinto che non esistano formule che mondi possano aprirci: la condizione umana rimane un fatto tragico. Il nostro incedere nel mondo resta un fatto solitario. Mi sovviene qui un’immagine di Flaubert allorché raffigura la propria vita come quella di un viandante nel deserto in cui egli è al contempo il viandante, il deserto e il cammello. Così è, mi pare.