In un modo o nell’altro, dobbiamo dare all’Ucraina quei maledetti 90 miliardi

Piercamillo Falasca
14/03/2026
Orizzonti

Ieri mattina, all’Eliseo, Emmanuel Macron ha aperto le porte a Volodymyr Zelensky con un messaggio che era, prima di tutto, un atto politico: dimostrare al mondo — e soprattutto a Mosca — che la guerra in Ucraina non verrà “eclissata” dalla crisi iraniana, che la Russia “si sbaglia” se crede di poter approfittare del caos geopolitico che avvolge il Medio Oriente. Non è un caso che l’incontro sia caduto a meno di una settimana dal Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, il vertice che potrebbe — che deve — sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro promesso a Kyiv per il 2026 e il 2027.

La storia di quei 90 miliardi è, in piccolo, la storia dell’Europa di questi anni: una potenza che vuole fare la cosa giusta, ma che continua a inciampare sui propri meccanismi. L’accordo fu raggiunto a dicembre, nel segno di una faticosa ma reale unanimità — meno due: Ungheria e Slovacchia. Il Parlamento europeo ha poi approvato il pacchetto a larghissima maggioranza in febbraio. Il commissario per l’Economia Valdis Dombrovskis ha scandito con chiarezza, come chi ripete un mantra per tenersi sveglio: “Onoreremo gli impegni, in un modo o nell’altro”. Eppure i soldi non sono ancora arrivati. E le casse di Kyiv, secondo il Fondo Monetario Internazionale, si svuoteranno ad aprile.

Il vaudeville dei veti

Viktor Orbán ha dichiarato il suo veto sui nuovi aiuti finché non sarà ripristinato il transito del petrolio russo attraverso il gasdotto Druzhba — un pretesto, com’è sempre nei ricatti mascherati da questioni tecniche. Ma la novità di questi giorni è ancora più bizzarra, e illumina il cinismo con cui Mosca gestisce i suoi interlocutori europei. L’8 marzo, il premier slovacco Robert Fico ha annunciato in un videomessaggio su Facebook che il suo governo è “pronto a sostituire l’Ungheria” nel ruolo di paese bloccante, qualora Orbán e il suo Fidesz dovessero perdere le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile. Tradotto: se cade una delle proxy di Putin, ce n’è già un’altra pronta a raccogliere il testimone del sabotaggio.

È un gioco di squadra che non cerca neppure di nascondersi. Fico e Orbán si coordinano apertamente, si coprono a vicenda, si alternano nel ruolo di guastatore di turno — come se il Cremlino avesse distribuito copioni prima dell’inizio della stagione. La cosa curiosa è che nessuno a Mosca sembra rendersi conto di quanto questo schema riveli, con disarmante chiarezza, la natura delle loro relazioni.

Gli strumenti esistono

La buona notizia — e qui sta la risposta a chi vorrebbe convincerci dell’impotenza europea — è che l’Unione ha già le armi per aggirare questo ostacolo senza violare una sola norma del diritto comunitario. Il pacchetto da 90 miliardi è stato adottato attraverso la cooperazione rafforzata, la procedura che consente a un gruppo di almeno nove Stati membri di procedere anche in assenza di unanimità. Ventiquattro paesi su ventisette hanno già detto sì. I tre paesi non partecipanti sono Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca (quest’ultima, tuttavia, rappresenta un caso a sé: non ha sollevato obiezioni politiche legate alla guerra né ha assunto posture filorusse, ma ha scelto di non aderire per ragioni di ordine tecnico-fiscale, legate alla propria esposizione come garante del debito comune). 

Il prestito sarà finanziato attraverso l’emissione di debito comune sui mercati dei capitali, garantito dal bilancio comunitario, e con la clausola esplicita che i costi non ricadranno sui paesi non partecipanti.

Non è uno strappo. È Europa che funziona nonostante chi vorrebbe bloccarla. Quel che manca non è lo strumento giuridico: è la volontà politica di usarlo fino in fondo, senza indugi, prima che aprile arrivi.

La più grande responsabilità

C’è una domanda che ogni leader europeo dovrebbe porsi ogni mattina davanti allo specchio: cosa diremo alle generazioni future di questo momento? Che avevamo promesso 90 miliardi a un paese aggredito nel cuore dell’Europa, che avevamo gli strumenti per mantener fede a quella promessa, e che ci siamo fermati davanti al veto di un governo che gioca per la squadra avversaria?

Macron ha ricordato al G7 che “non dobbiamo cambiare posizione rispetto alla Russia e mantenere lo sforzo per l’Ucraina“. È la verità più semplice e più esigente di questi anni. Aiutare l’Ucraina a resistere nel 2026 non è filantropia, non è ideologia: è la più concreta forma di autodifesa che l’Europa possa praticare. Ogni mese in cui Kyiv tiene, è un mese in cui il principio che i confini non si cambiano con i missili rimane in piedi. Ed è un mese di tempo guadagnato per preparare l’Europa all’eventualità, che sarebbe stata certezza se l’Ucraina fosse caduta nei tempi auspicati da Putin, di un conflitto con la Russia.​

L’Europa non può permettersi di perdere per stanchezza. In un modo o nell’altro, quei 90 miliardi devono arrivare. E devono arrivare adesso.