L’illusione semantica di un “campo largo”
«Pensate che stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti». Dal palco di piazza del Gesù di Napoli, lo scorso 8 luglio, Giuseppe Conte ha pronunciato questa frase, a cui ha aggiunto, con toni di chi crede di saperla lunga: «queste cose non le dicono, ve le dico io». Un “noncielodicono” d’annata che ha inaugurato la prima manifestazione unitaria del campo largo.
Nelle stesse ore, all’Europarlamento, quelle parole hanno trovato una conferma plastica in un voto parlamentare. Il Parlamento europeo votava una relazione sull’Ucraina: il Pd ha votato a favore, come Fratelli d’Italia e Forza Italia. Il M5S ha votato contro, come la Lega e Vannacci. Avs si è astenuta. Lo stesso giorno in cui i leader del campo largo proclamavano l’unità a Napoli, i loro gruppi parlamentari europei votavano in tre modi diversi sullo stesso testo, ciascuno coincidente con un avversario diverso.
Tra l’altro, per aggiungere contesto, la manifestazione era stata interrotta per dieci minuti dagli attivisti di Potere al Popolo, che accusavano i leader di essere una “oligarchia” senza programma. La piazza era semivuota. Bonelli ha risposto definendo come risponderebbe un leader di sinistra, cioè definendo i contestatori come “fascisti”.
E sta facendo ancora tanto rumore l’ennesima sparata del fu Avvocato del popolo, dal palco di PiazzAsiago intervistato da Alessandro De Angelis: “voteremo no a tutti i provvedimenti di rifornimento dell’Ucraina“, “se dovessi vincere le primarie, chiamerei Putin per aprire subito uno spiraglio negoziale”. Queste le parole che stanno facendo fibrillare e non poco il campo largo.
«Ma il campo largo è fisicamente un campo?», verrebbe da chiedere, parafrasando Corrado Guzzanti in Boris. È una coalizione? Ha un leader riconosciuto? Ha posizioni condivise sui temi che un governo è chiamato ad affrontare dal primo giorno? Ha un programma? La risposta a ciascuna di queste domande è no. Esiste il nome. Esiste la comune opposizione al centrodestra. Esiste il continuo rimando di qualsiasi tentativo di accordo tematico a un momento successivo che non arriva mai. Ed esistono, ovviamente, mal di pancia e divisioni.
Una frattura che non si chiude con una formula
Sull’Ucraina le distanze non sono sfumature: sono visioni del mondo incompatibili che nessun programma di coalizione potrà contenere in modo coerente. A conferma di ciò, ci sono le reazioni che quella famosa frase ha provocato nel mondo dem. Da Gori a Sensi, passando per l’ammiccamento di Avs alla posizione dei grillini. “C’è ancora MOLTO da fare”, come ha scritto Sensi su X.
Il Pd, dal canto suo, sostiene il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea, autorizza le missioni Nato di assistenza e addestramento, ha votato compatto – con qualche defezione che dimostra anche un certo appiattimento del partito di maggioranza relativa dell’opposizione ai soci di minoranza – in favore del sostegno a Kiev in ogni voto rilevante degli ultimi dodici mesi. Il M5S, al voto della Camera sulle missioni internazionali del 28 luglio 2026, ha accettato solo la missione europea rifiutando quella Nato. A Strasburgo a febbraio, quando il Parlamento europeo chiedeva alla Russia di cessare immediatamente la guerra e ritirarsi, il M5S ha votato contro insieme a Vannacci. Conte, dal palco di Napoli, ha definito la minaccia russa “costruita” e ha accusato chi sostiene Kiev di far parte di un “partito del riarmo”. Quel partito del riarmo, nelle sue stesse parole, includerebbe il suo principale alleato.
Per un paese membro dell’Unione europea, per una democrazia liberale che ha nel sostegno all’Ucraina aggredita un obbligo politico prima ancora che diplomatico, questa frattura ha un peso che va ben oltre la politica interna. Un governo italiano che non sapesse definire con chiarezza la propria posizione sull’Ucraina in sede di Consiglio europeo – perché quella posizione non esiste come sintesi coerente tra i suoi componenti – non sarebbe un governo debole: sarebbe un governo assente. E un paese assente nei momenti in cui l’Europa decide la propria architettura di sicurezza paga quel costo per anni. Si tratta, poi, di ciò che lo stesso “campo largo” contesta, a targhe alterne, all’attuale esecutivo: l’assenza ai tavoli europei. Ma ai tavoli europei si discute anche di sicurezza, di Ucraina, di armi e di coesione. Tutti temi su cui la presunta coalizione di centrosinistra dovrebbe lavorare.
Le altre fratture che nessuno vuole nominare
L’Ucraina è la frattura più visibile ma non è la sola. Sulla politica economica, Avs spinge per una patrimoniale; Pd e M5S frenano, cercando altre soluzioni. Sul reddito di cittadinanza, il M5S ne esige il ripristino; il Pd preferirebbe misure diverse. Sul termovalorizzatore di Roma, il sindaco Pd Gualtieri lo costruisce; il M5S lo ha combattuto sistematicamente. Sul nucleare, il M5S è contrario a qualsiasi apertura sui reattori di nuova generazione. Sulla leadership di coalizione, Pd e M5S sembrano favorevoli alle primarie aperte (almeno sulla carta); Avs frena, perché più piccolo e debole.
Il nodo delle primarie merita un’analisi a sé, perché nasconde fratture che vanno ben oltre il perimetro della coalizione. Dentro il Pd, la minoranza riformista guidata da figure come Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Giorgio Gori è in aperta tensione con la segreteria di Schlein su difesa, politica estera e collocazione della coalizione. Sono gli stessi che hanno chiesto pubblicamente come la posizione di Conte sull’Ucraina si concili con l’alleanza, e che hanno avvertito: «Se la coalizione si rimette alle parole inaccettabili di Conte, il problema è di credibilità». Il mandato di Schlein scade ad inizio 2027, il congresso del PD si avvicina, e le primarie di coalizione – se si faranno – rischiano di diventare il terreno di uno scontro interno che il partito non ha ancora risolto.
Anche il M5S ha le sue fratture. Alessandro Di Battista, con la sua associazione Schierarsi e il sostegno di ex figure di peso come Virginia Raggi, valuta concretamente una candidatura autonoma alle politiche del 2027, puntando sull’elettorato astenuto e sui delusi del Movimento. Giuseppe Conte ha espresso apprezzamento per il ritorno del “Dibba” in politica, ma dietro ai sorrisi e alle strette di mano, potrebbe nascondersi il sostegno di Grillo all’operazione “ritorno alle origini”.
La sua eventuale discesa in campo potrebbe avere effetti sul consenso del Movimento. Beppe Grillo, che ha perso la causa sul nome e sul simbolo ma non ha smesso di attaccare la leadership dell’ex premier, continua a muoversi in modo imprevedibile sull’esterno e ha lodato il potenziale della creatura dell’ex grillino.
Dalla parte opposta, l’entourage di Conte smentisce con forza ogni voce su divisioni di sorta, ma le tensioni interne sono documentate e la smentita stessa – come comunicazione insegna – le conferma. Esiste, infine, anche un – piccolo, per ora – problema “Vannacci” anche per il M5S: i più recenti flussi elettorali confermano ciò che la scienza politica scrive da decenni: l’elettorato liquido di un partito “piglia-tutto” è, appunto, liquido e si sposta da una formazione anti-sistema all’altra.
La lista “civetta” e il problema del centro
Dentro questa coalizione, o ai suoi margini, o in un imprecisato punto ancora da chiarire, Alessandro Onorato ha costruito un progetto civico denominato “Progetto Civico Italia”, benedetto da Gualtieri e ambiziosamente presentato come il soggetto che potrebbe aggregare il centro moderato ancora fuori dal perimetro del campo largo. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. O meglio, forse andrebbe sostanzialmente chiarito il fine: un aggregatore di chi non vuole votare “troppo a sinistra” ma nemmeno “troppo al centro”. Recuperare, cioè, i voti di chi fugge senza avvertire.
Il lancio ufficiale è avvenuto all’hotel Parco dei Principi a Roma, con la presenza dei leader di Pd, M5S e Avs in prima fila. Onorato stesso ha dichiarato: «Noi siamo in questo campo progressista, ma in maniera autonoma». Una dichiarazione che il buon Kent Brockman considererebbe “strana” ma si tratta, comunicativamente parlando, di una formula standard per quei progetti nati poco prima delle elezioni.
Chi conosce la storia della politica italiana e il perimetro del centrosinistra, ha già capito il meccanismo: lo stampino è sempre lo stesso. Questa volta, però, esiste una motivazione in più: disturbare il vero centro, quello europeista e pragmatico.
La domanda a cui nessuno risponde
Il 29 luglio 2026, alla Camera, il meccanismo strutturale del campo largo si è ripetuto in forma meno grave, ma pur sempre paradigmatica. Il disegno di legge sulla detenzione domiciliare per i tossicodipendenti – che consente di scontare la pena in comunità terapeutiche in un sistema penitenziario con 64.645 detenuti su 46.242 posti e 24 suicidi dall’inizio dell’anno – ha ottenuto 153 voti favorevoli, 42 contrari e 82 astensioni. Pd e Avs si sono astenuti condividendo il principio. Il deputato di Avs Devis Dori lo ha detto in aula senza giri di parole: «Lo chiedevamo da tempo. È anzi tardivo». Poi ha annunciato l’astensione. M5S ha votato contro. Una legge che quella stessa sinistra rivendicava da anni, approvata da un governo che non è il loro: e il voto cambia.
La posizione non dipende dal merito della proposta. Dipende da chi la propone. Quando arriva dall’altra parte, si trova il modo di non votarla, anche quando la si condivide, anche quando la si è rivendicata per anni. In un sistema politico in cui questa logica si è istituzionalizzata, costruire un programma di governo condiviso non è un esercizio di mediazione: è un esercizio di finzione collettiva destinato a sfaldarsi alla prima decisione concreta.
L’unica cosa che accomuna davvero Pd, M5S e Avs è questa: l’opposizione al centrodestra. Una coalizione tenuta insieme dall’avversione verso l’avversario funziona nell’opposizione, dove basta votare contro. Nel governo, dove bisogna votare per qualcosa di specifico e assumersene le conseguenze, quella colla si scioglie alla prima decisione divisiva.
Il campo largo esiste, per ora, come strumento elettorale o come illusione semantica. Come progetto di governo è ancora tutto da costruire. La campagna per il 2027 è già cominciata, i programmi si scrivono adesso, e le risposte alle domande che contano – le armi all’Ucraina sì o no, la patrimoniale sì o no, il nucleare sì o no, chi guida la coalizione – non sono ancora arrivate. Arriveranno, forse.








