Illusi di pace: perché dobbiamo tornare a dettare le condizioni sul dossier ucraino

Andrea Maniscalco
22/11/2025
Poteri

La pressione internazionale perché l’Ucraina accetti un accordo di pace entro il 27 novembre si sta trasformando, giorno dopo giorno, in una corsa inquietante verso una soluzione diplomatica affrettata. Secondo fonti del Financial Times riportate dal Corriere della Sera, gli Stati Uniti avrebbero suggerito a Kiev di valutare un piano in grado di “congelare il conflitto” e aprire un negoziato con Mosca. Nel frattempo, l’Unione Europea ha convocato una riunione straordinaria in Sudafrica– dove i leader si stanno radunando in vista del G-20- sintomo di un nervosismo che attraversa le cancellerie europee.

C’è un principio che la storia insegna: non tutte le paci sono uguali, e soprattutto non tutte le paci portano stabilità. Chiedere oggi a Kiev di accettare un compromesso al ribasso significa ignorare la logica che guida la Russia da almeno venticinque anni. Significa, soprattutto, inviare a Mosca un messaggio devastante: che l’uso della forza paga sempre, e che l’Occidente è destinato, prima o poi, a piegarsi di fronte al ricatto militare.

La memoria corta dell’Occidente

Vale la pena ricordarlo: Putin ha infranto gli accordi sottoscritti con l’Ucraina nel 1991, quando Mosca aveva riconosciuto i confini del nuovo Stato indipendente dopo la dissoluzione dell’URSS. Quell’impegno valeva tanto quanto oggi varrebbe un foglio firmato a Doha o Istanbul: poco, quasi nulla.

La Russia violò quegli accordi prima nel 2014, con l’annessione illecita della Crimea, poi nel 2022 con l’invasione su larga scala. Ogni intesa infranta non ha mai suscitato in Occidente una risposta proporzionata, né una vera strategia. Per questo è difficile stupirsi che gli ucraini siano diffidenti, e farebbero male a non esserlo.

La pretesa che Kiev debba “accettare la realtà” e iniziare a negoziare adesso rischia di mascherare una stanchezza occidentale che Mosca fiuta a chilometri di distanza. Ogni volta che il fronte euro-atlantico ha mostrato esitazione, il Cremlino ne ha approfittato. Sempre.

Una pace che favorisce solo Mosca

Un accordo affrettato, imposto più per convenienza politica dei partner che per reale convinzione strategica, avrebbe un solo vincitore: la Russia.

Consoliderebbe le conquiste territoriali ottenute con la forza.

Legittimerebbe l’idea che il diritto internazionale sia una variabile negoziabile.

Offrirebbe a Putin una narrativa interna trionfale: la Russia ha resistito all’Occidente, imposto le sue condizioni, piegato la volontà di Kiev.

E, soprattutto, darebbe al Cremlino la certezza che il metodo funziona. Che ogni futura invasione — oggi l’Ucraina, domani magari la Georgia, nel prossimo decennio qualche Stato baltico — potrebbe essere contenuta, digerita e infine accettata da una comunità internazionale che preferisce “stabilità” a lungo termine a un conflitto che richiede determinazione e coraggio.

È esattamente la lezione sbagliata da impartire.



L’Europa di fronte al bivio

In questo scenario, sorprende quanto poco l’UE stia riuscendo a definire una posizione coerente. La riunione di emergenza in Sudafrica, più che una dimostrazione di forza, sembra l’ennesima prova della nostra assenza di leadership strategica.

Eppure mai come oggi sarebbe necessario ribadire che il continente non è soltanto un territorio da difendere, ma anche un attore geopolitico chiamato a dettare condizioni, non a subirle.

L’Europa deve tornare al centro:

  • fissare linee rosse chiare e non negoziabili,
  • garantire a Kyiv un sostegno militare prevedibile e a lungo termine,
  • pretendere che ogni negoziato avvenga solo quando le condizioni sul terreno renderanno l’Ucraina davvero libera di scegliere,
  • costruire una posizione comune sul futuro della sicurezza europea, senza delegare tutto alla Casa Bianca.

La guerra in Ucraina non riguarda soltanto l’Ucraina. È un test sulla nostra capacità di difendere l’ordine internazionale che l’Europa stessa ha contribuito a costruire dopo il 1945. Un ordine fondato sulla sovranità, sul rispetto dei confini e sul rifiuto dell’aggressione.

Abbandonare Kyiv a un compromesso imposto, o appena mascherato da diplomazia, significherebbe accettare che quei principi non valgano più.

Pensare alla pace, ma non a qualunque prezzo

Un domani, è ovvio, si potrà e si dovrà pensare a una soluzione diplomatica. Ogni guerra finisce, e nessun conflitto può durare all’infinito. Ma il tempo della diplomazia non può essere quello della stanchezza occidentale né delle esigenze elettorali di Washington o Bruxelles.

La pace vera emerge quando le condizioni la rendono sostenibile, non quando gli attori più esposti sono spinti ad accettare compromessi che li renderebbero vulnerabili domani più di quanto lo siano oggi.

Se il messaggio che mandiamo alla Russia è che gli basta invadere per ottenere ciò che vuole, allora non stiamo fermando la guerra. La stiamo posticipando — e probabilmente allargando.

La storia ci giudicherebbe per questo.


Casa Europa