Il tempo che resta all’Europa, secondo Draghi
Stancatosi di fare l’adulto della stanza che dispensa buoni consigli a governi cerimoniosamente refrattari a darvi seguito – si pensi al rapporto sulla competitività europea – Mario Draghi ha evidentemente scelto di fare la Cassandra e di annunciare la rovina di un continente intrappolato tra l’incudine dei nazionalismi interni e il martello di quelli esterni e destinato a divenire la terra di ventura degli oligarchi del potere globale.
Il Draghi precedente non nascondeva certo i pericoli di un’Europa indisponibile a una svolta tanto urgente quanto necessaria, nella nuova età dei predatori in cui è riprecipitata la storia, ma l’intonazione scrupolosamente “programmista” dei suoi rapporti economici si prestava a essere equivocata ed elusa molto più di quanto potrà accadere con il discorso di drammatica urgenza profetica, che l’ex Presidente della BCE ha tenuto ieri all’Università di Lovanio.
Forse in questa scelta contano anche esperienze personali, come quella dei suoi venti mesi a Palazzo Chigi, passati senza praticamente lasciare traccia nella politica italiana (salvo, per fortuna, la postura pro Ucraina) e terminati senza legati e senza eredi, in un sistema che, dopo le elezioni del 2022, è quasi perfettamente ritornato allo status quo ante e ha liquidato la stagione draghiana come una parentesi tecnica, chiusasi con il ritorno del primato della politica.
D’altra parte, i suoi allarmi si fanno più forti e più espliciti perché forse Draghi capisce di trovare, per la prima volta, orecchie capaci di prestarvi ascolto sia nelle élite dei Paesi europei cosiddetti volenterosi, sia in un’opinione pubblica già costitutivamente transnazionale, in cui frattura dell’asse euro-atlantico sembra suscitare un vero panico politico e risvegliare un autentico patriottismo europeo. Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca è tutto più tragico, ma anche più chiaro.
Tre autocritiche per l’europeismo “pacifista”
Delle parole di Draghi esce certo liquidata l’illusione nazionalista che la somma di ventisette vasi di coccio, divisi tra loro, possa dare come risultato un vaso di ferro capace di garantire il futuro e la sicurezza di quattrocentocinquanta milioni di europei. Dalle stesse parole e per le stesse ragioni emergono però anche tre critiche, anzi tre inviti all’autocritica verso l’europeismo che potremmo chiamare “pacifista” sotto il profilo economico, politico e istituzionale.
La prima critica riguarda la fiducia dogmatica con cui l’Europa è entrata nella globalizzazione, persuasa che l’integrazione economica, pur in assenza di un quadro di regole e di valori condivisi tra i diversi soggetti di mercato – quelli statali, come quelli non statali (si pensi ai giganti digitali, che controllano praticamente tutte le informazioni rilevanti di tutti gli europei, nessuno escluso) – avrebbe comunque serbato più opportunità che pericoli, senza rendersi conto che nel commercio internazionale si muovevano realtà interessate a usare la leva economica come strumento di penetrazione e dominio politico.
Abbiamo infine scoperto che non solo prima la Cina e poi la Russia, ma oggi anche gli Stati Uniti pensano le relazioni economiche come una prosecuzione o una anticipazione della guerra con altri mezzi.
La seconda critica riguarda invece l’imprescindibilità di un approccio federalista sui temi in cui il coordinamento europeo delle politiche nazionali non produce convergenza, ma divisioni e paralisi, per prime la difesa, la politica estera e la finanza pubblica; da questo non può che conseguire la preventiva rottamazione di qualunque framework giuridico-istituzionale di riforma dell’assetto esistente, che non implichi la formazione di una sovranità europea, la quale è la condizione minima e neppure sufficiente per una reale indipendenza europea.
L’Europa unita può sperare di diventare una potenza e di negoziare in condizioni di parità con altre potenze mondiali. In un’Europa disunita nessun Paese può sperare nient’altro che di trovare un imperatore generoso di cui essere vassallo.

Fuori dal veto, verso una nuova Unione
La terza critica riguarda la speranza, che potremmo chiamare “vetero-federalista”, di fare evolvere l’attuale costruzione europea, niente e nessuno escluso, verso forme di integrazione più strette e federali. Draghi non lo dice (ancora), ma lo dice la realtà. L’Unione a 27 (e senza Regno Unito!), la cui intera costruzione regge sul diritto di veto di ciascun Paese sulle scelte maggiormente significative, non partorirà, ma abortirà qualunque nuova Unione federale si proverà a fecondare e fare crescere nel suo grembo.
L’Unione della difesa, come quella degli eurobond si potrà costruire solo fuori (e probabilmente contro) l’Unione quotidianamente minacciata dal racket politico russo-americano. Non si tratterà di un problema di ingegneria costituzionale, ma di coraggio e fantasia politica. Il vecchio Occidente non c’è più, la nuova Europa non c’è ancora – ed è già tardi.








