Il Team Putin perde Orbán e guadagna Descalzi di ENI

Piercamillo Falasca
13/04/2026
Poteri

Mentre ieri sera a Budapest si festeggiava la fine di sedici anni di orbánismo — con Péter Magyar e il suo partito Tisza che hanno conquistato la maggioranza dei due terzi del parlamento ungherese — a Roma l’amministratore delegato dell’ENI Claudio Descalzi saliva sul palco della scuola di formazione politica della Lega per chiedere di sospendere il bando europeo al gas russo. Stessa serata, opposto senso di marcia: il Team Putin perde Orbán e guadagna Descalzi.

Budapest canta “Russi a casa”, l’ENI propone di rimetterci i russi in casa

La coincidenza merita un approfondimento. Magyar vince con un’affluenza record — il 77,8% degli ungheresi alle urne, il dato più alto dal 1990 — e si impegna solennemente a riportare Budapest «dentro la UE e la NATO». In strada, centinaia di migliaia di giovani ungheresi cantano «Ruszkik, haza» (“Russi, andata a casa”, uno slogan che simbolicamente lega la sconfitta di Orbán con l’invasione sovietiva del 1956). L’uomo che a Putin diceva «sono pronto ad aiutarti in ogni modo possibile», che aveva votato contro il regolamento europeo sullo stop al gas russo e che informava puntualmente Sergej Lavrov delle discussioni del Consiglio Europeo, ha dovuto ammettere una sconfitta clamorosa. Il Cremlino perde il suo scherano più fedele dentro l’Unione, quello che per anni gli ha fatto da megafono.

Nel frattempo, come si diceva, il capo dell’ENI si allinea ai desiderata dei filo-putiniani. Qualche dettaglio tecnico è utile. Il 26 gennaio 2026 il Consiglio dell’UE ha approvato formalmente il regolamento che sancisce la graduale eliminazione del gas russo dall’Europa. Il testo distingue tra due filiere fisicamente diverse: il gas via gasdotto, che viaggia attraverso infrastrutture fisse e arriva direttamente agli hub europei, sarà eliminato entro l’autunno del 2027; il GNL — gas naturale liquefatto, raffreddato a -162°C, compresso e trasportato via nave in forma liquida fino ai rigassificatori costieri — sarà bandito a partire dall’inizio del 2027. Descalzi si è riferito esplicitamente a questo secondo canale, il GNL, sostenendo che la sua eliminazione rischi di privare il sistema europeo di una quota di flessibilità difficilmente sostituibile nel breve termine.

L’argomento ha certamente una sua logica ingegneristica. Il GNL russo copre ancora quote significative delle importazioni di diversi Paesi UE, e i terminali di rigassificazione non si costruiscono in sei mesi. Ma la distinzione tecnica tra tubo e nave non è una scusante politica: il messaggio dell’AD di ENI — la più importante società a partecipazione pubblica italiana — è stato inequivocabile, una riapertura verso Mosca. E non è un dettaglio secondario dove quel messaggio è stato consegnato: un evento della Lega, il partito di Salvini, da sempre il riferimento più esplicito del filo-putinismo italiano. Descalzi è troppo navigato per non sapere che il suo non è stato un commento tecnico, ma un posizionamento, che fa peraltro il pari con i comunicati che da qualche giorno Federpetroli sta rilasciando, nei quali si elogia il ministro Salvini per essere il solo ad aver capito che di petrolio e gas russo “c’è bisogno“.

Il costo nascosto del gas di Putin

Ogni metro cubo di gas acquistato dalla Russia è un trasferimento diretto di liquidità verso un’economia di guerra ostile verso l’Europa, Italia inclusa. Nel 2025 la Russia ha incassato dall’export energetico verso l’Europa risorse che alimentano i missili su Kyiv, i droni sulle infrastrutture ucraine e — sempre più — la guerra ibrida contro gli stessi Paesi UE che continuano a comprare. Gli attacchi cyber di matrice russa contro obiettivi europei sono cresciuti in modo sistematico: il gruppo filorusso NoName057(16) ha colpito con attacchi DDoS istituzioni e infrastrutture dell’alleanza atlantica fino a quando, nel luglio 2025, Europol ha smantellato oltre cento server coinvolti nell’operazione Eastwood. L’Europa — secondo il European Threat Landscape Report 2025 — è il bersaglio preferito di attori statuali russi su settori critici: governo, finanza, infrastrutture industriali, istituzioni scolastiche. Le imprese italiane non fanno eccezione.

Siamo davvero sicuri che, pur considerando la fase tremenda che stiamo vivendo con il blocco di Hormuz, all’Italia convenga rinsaldare i rapporti con la mafia di Stato russa?

Chiedere la sospensione del bando al GNL russo, dunque, non è una posizione tecnica neutrale. È una scelta politica con conseguenze strategiche dirette: significherebbe prolungare il finanziamento di un regime che conduce una guerra aperta sul territorio europeo, non solo in Ucraina ma — in forma ibrida — anche dentro i nostri sistemi digitali, le nostre istituzioni, il nostro spazio informativo.

La vittoria di Magyar e la posizione vile di Descalzi sono due facce della stessa medaglia, perché il discrimine politico rilevante nell’Europa del 2026 non è più tra destra e sinistra, né tra fonti fossili e rinnovabili, o tra famiglia tradizionale e nuovi diritti. Il discrimine è tra chi sceglie l’Europa libera e chi — per convenienza energetica, simpatia ideologica o malcelati appetiti — apre la porta all’imperialismo russo. È una scelta esistenziale, non una questione di sensibilità. Gli ungheresi, ieri sera, l’hanno compiuta in modo inequivocabile. E la cosa interessante — e scomoda per chi vorrebbe ridurre Magyar a una bandiera progressista — è che quella scelta è arrivata “da destra”.

Magyar non è quello che pensa la sinistra italiana

Chi guarda alla vittoria di Budapest e la legge come una svolta a sinistra ha capito poco, o finge di non capire. Magyar è un conservatore di destra, a tratti più rigido di Orbán su certi dossier sociali: linea restrittiva sull’immigrazione (ha persino criticato il predecessore per aver ammesso troppi lavoratori stranieri), tagli fiscali, potenziamento degli incentivi alla natalità, raddoppio del budget per la difesa.

La sua piattaforma istituzionale è il ripristino della legalità, dello stato di diritto e della posizione europeista: limite di due mandati per il premier (otto anni), con la norma applicata retroattivamente a Orbán, che ne ha accumulati sedici; adesione dell’Ungheria alla Procura Europea (EPPO), per anni sistematicamente bloccata da Budapest; abolizione della propaganda di stato nelle tv pubbliche; fine del veto ungherese sui prestiti UE all’Ucraina.

Un programma che in Italia suonerebbe radicale non perché sia di destra o di sinistra, ma perché pone una domanda che il nostro sistema politico continua a eludere: si è con lo stato di diritto o con l’autocrazia? Con l’Europa libera o con Mosca? Non è una domanda retorica. È esattamente la scelta che — nel centrodestra italiano come nel centrosinistra — non viene compiuta.

La geometria del potere energetico

La vittoria di Magyar, però, non mette fine ai pericoli. Putin, si sa, è un paziente stratega. Può permettersi di perdere Orbán — un vassallo elettoralmente ormai logoro — se in compenso riesce a tenere aperti i rubinetti attraverso le voci tecnicamente rispettabili dell’industria energetica occidentale. Se il team si rinnova, la sostanza rimane. E dunque, c’è qualcosa di inquietante e pericoloso nel fatto che l’AD di ENI vada a fare pressione politica per il gas di Mosca nel salotto della Lega la stessa sera in cui gli ungheresi scelgono — con una maggioranza storica — di mandare a casa il più fedele alleato del Cremlino in Europa.

Budapest ha risposto ieri sera con chiarezza. Roma, per ora, non lo ha fatto.