Il Ponte sullo Stretto: il romanzo infinito delle promesse italiane

Rubrica a cura di Matteo Grossi
27/09/2025
Miscellanea

La storia del Ponte sullo Stretto di Messina è un romanzo italiano senza fine. Dopo ogni annuncio tutto si ferma. E ogni volta tutto si è fermato a carte, disegni, plastici in scala e società di progetto. Non un cantiere, non una gru, non un bullone. Ma miliardi già spesi in stipendi, consulenze, studi di fattibilità e uffici che hanno lavorato per anni senza posare una sola pietra. È l’opera più chiacchierata e inconcludente della Repubblica. Un’infrastruttura che non esiste, ma che ha lasciato dietro di sé una scia di spese e illusioni.

Il Ponte sullo Stretto è la più longeva promessa incompiuta della politica italiana, un progetto che attraversa i secoli, le epoche e tutti i governi. Le sue prime tracce risalgono al 251 a.C., quando il console romano Metello fece costruire un ponte provvisorio di barche per trasportare elefanti dalla Sicilia. Nell’Ottocento, durante la rivoluzione industriale, emergono i primi progetti moderni, ma vengono accantonati anche a causa del terremoto di Messina del 1908. Negli anni ’60 nasce l’idea concreta di un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria con un concorso internazionale. Nel 1981 viene creata la società pubblica “Stretto di Messina Spa” per gestire l’opera.

Dal sogno al fallimento

Gli anni ’80 e ’90 sono quelli degli entusiasmi e delle promesse, ma anche dei ritardi e del blocco causato da Tangentopoli. Negli anni 2000, Berlusconi rilancia il progetto, lo inserisce tra le priorità europee e fa firmare il contratto all’impresa Impregilo nel 2006. Ma con l’alternanza dei governi torna anche l’incertezza. Prodi lo blocca, Berlusconi lo rilancia di nuovo, e nel 2012 Mario Monti ne decreta lo stop definitivo, sciogliendo anche la società incaricata. Lo Stato paga una penale da 300 milioni di euro.

Eppure, il Ponte non muore. Torna in auge con Matteo Renzi nel 2016, poi con Giuseppe Conte nel 2020 e infine con Mario Draghi nel 2021, che stanzia altri fondi per un nuovo studio di fattibilità. Le opzioni sono tre: un ponte a campata unica, un ponte a più campate, oppure nessun ponte. Oggi è il turno di Matteo Salvini, che ha promesso di portare a termine il progetto. Ma dopo decenni di annunci, il Ponte resta ancora un simbolo delle grandi opere mai realizzate in Italia.

Ora si racconta che gli ostacoli siano stati superati: via libera politico, copertura finanziaria, autorizzazioni in via di completamento. I comunicati ufficiali parlano di tempi certi e di lavori imminenti. Tuttavia, l’Italia è il Paese dove, quando pensi di aver finito con la burocrazia, arriva l’inchiesta giudiziaria. Sarà sufficiente l’apertura di un cantiere perché la Procura di Reggio Calabria, o quella di Messina, o entrambe, distribuiscano avvisi di garanzia a ingegneri, direttori dei lavori, consulenti, membri dei consigli di amministrazione. Basta un sospetto, un’intercettazione ambigua, e i lavori si fermano.

Il vero vincitore

La cronaca italiana lo insegna: quando si muovono miliardi, attorno si affollano interessi, clientele, imprese opache, politici in cerca di tornaconti. A quel punto, il cantiere non è più un’opera, ma un campo di battaglia, con il risultato che ci saranno tre o quattro anni di blocco. Le strutture avviate restano esposte alle intemperie, a corrodersi. I costi esplodono. I finanziamenti evaporano. Quando – e se – si potrà riprendere in mano il dossier, i miliardi non basteranno più e si dovrà ricominciare da capo, con nuovi incartamenti, nuovi progetti e nuove consulenze.

Intanto, il tempo scorre e il Sud resta fermo. A quel punto il destino è già scritto: il Ponte non si farà. Rimarranno solo colate di cemento, ruderi moderni e cicatrici di un’opera mai nata.

Ma attenzione: non tutti perderanno. Perché c’è un partito che, comunque vada, avrà vinto. La Lega. Se il Ponte si farà, potrà intestarsi la più grande opera d’Europa, simbolo di una leadership capace di realizzare ciò che altri hanno solo promesso. Se non si farà, potrà brandire l’arma più potente della politica italiana: il vittimismo. La colpa sarà delle Procure, del “sistema”, dei giudici che fermano la volontà popolare. Basterà indicare un nemico – la burocrazia, i magistrati, Bruxelles – per trasformare la sconfitta in consenso.

Insomma, comunque finisca, Matteo Salvini potrà gridare vittoria: o eroe costruttore, o martire del potere giudiziario. Ed è qui il vero punto, ed è qui che sta la vera ironia. Perché a guadagnarci non sarà il Sud, non sarà l’Italia, e men che meno i cittadini. A guadagnarci sarà solo la propaganda. Quella che vive di promesse non mantenute e di nemici contro cui scagliarsi.

Il Sud non ha bisogno di cattedrali nel deserto, ma di ferrovie funzionanti, porti competitivi, strade percorribili. Ha bisogno di ciò che serve, non di ciò che fa scena. Continuare a promettere il Ponte è il modo migliore per non fare il resto. L’Italia, ancora una volta, paga per un’opera che, sia che si faccia sia che non si faccia, sarà utile solo a chi la racconta. Il resto, lo sappiamo già, è calcestruzzo che si sgretola.