Il “nuovo” regime iraniano: la sopravvivenza non è una vittoria

Piercamillo Falasca
07/08/2026
Frontiere

In un recente saggio pubblicato su *Foreign Affairs*, i due studiosi iraniano-americani Narges Bajoghli e Vali Nasr offrono un ritratto a suo modo “eroico”: una Repubblica Islamica che, nonostante la guerra, non si è spezzata ma si è reinventata, emergendo come uno Stato nazionalista-tecnocratico, rinnovato generazionalmente nella leadership, coeso in casa e più forte nella regione. Ma la sua tesi centrale — che la guerra abbia spostato l’equilibrio di potere a favore di Teheran — confonde due cose ben diverse: la sopravvivenza di un regime con il futuro di un Paese.

La Repubblica Islamica dell’Iran è certamente sopravvissuta — finora — alla decapitazione della propria leadership. Non è crollata, e su questo gli autori hanno ragione, contrariamente a quanto sostengono alcuni esponenti dell’attuale amministrazione americana che prevedono un crollo imminente. Ma passare da qui a parlare di un futuro roseo e di un Iran destinato ad assumere una nuova leadership regionale è un atto di fede che merita di essere smontato, punto per punto.

Una leva che strangola chi la maneggia

Il perno della presunta ascesa iraniana è il controllo dello Stretto di Hormuz. Teheran, scrivono i due autori del saggio, disporrebbe ora di una leva economica permanente e di un deterrente contro attacchi futuri. Eppure lo stesso saggio descrive un’industria rasa al suolo e la rinuncia esplicita a ogni reintegrazione nel sistema finanziario occidentale.

Occorre chiamare le cose col loro nome: un Paese che può interdire Hormuz ma non può esportare il proprio greggio non impugna una leva, ma sta minacciando i suoi avversari di farsi esplodere insieme a loro. La chiusura dello stretto danneggia l’Iran quanto, se non più, dei suoi avversari, perché priva Teheran dell’unico canale di reddito che le resti, lasciando il fattore tempo a beneficio degli altri: la “de-hormuzzificazione” dell’export dei Paesi del Golfo è oggi una dinamica già in atto e con ogni probabilità inesorabile.

C’è poi un punto che il saggio, guardando la regione con occhi iranocentrici, lascia in ombra. La minaccia su Hormuz non è un fatto geopolitico neutro di cui Teheran si sia semplicemente appropriata: è un’aggressione diretta alle economie del Golfo, che vivono di libero transito marittimo. Sono Riad, Abu Dhabi, Manama, Mascate, Kuwait City e Doha a pagare per primi il conto di rincari energetici, interruzioni commerciali, premi assicurativi alle stelle e fuga di investitori — un costo che gli autori liquidano come “danno collaterale”. Un Iran “più forte” sullo stretto non inaugura alcun multipolarismo: istituisce un ricatto permanente contro i produttori arabi. E una leva che si regge sulla minaccia di soffocare i vicini non è una fonte di ordine, ma di instabilità strutturale — la ragione stessa per cui il Golfo sta accelerando rotte e capacità alternative.

Il nazionalismo dei Pasdaran non è meno revisionista dell’ideologia khomeinista

Bajoghli e Nasr presentano il ricambio generazionale come “pragmatico” e “post-rivoluzionario”, quasi che la fine del romanticismo ideologico rendesse Teheran un attore più maneggiabile. Dall’ottica del Golfo la lettura è opposta. I Pasdaran restano un attore espansionista, e la “dottrina multifronte” che gli autori celebrano — l’attivazione simultanea di Hezbollah, milizie irachene e Houthi — è esattamente lo strumento con cui l’Iran proietta potenza contro la sicurezza saudita, emiratina e bahreinita.

Gli Houthi hanno colpito per anni aeroporti e impianti petroliferi sauditi ed emiratini; le milizie irachene minacciano il fianco settentrionale della penisola; le reti filo-iraniane restano un fattore di rischio interno per Manama. La “disciplina strategica” di cui parla il saggio non rende Teheran più benigna: la rende più efficiente nel perseguire la stessa agenda di egemonia regionale. Sostituire la retorica rivoluzionaria con quella nazionalista non cambia il vettore della minaccia — semmai lo rende più razionale, più calibrato e dunque più insidioso per i vicini arabi.

La crisi di fiducia nei confronti di Washington è reale, ma non è una fatalità

Qui gli autori colgono un problema autentico: la guerra ha creato un disallineamento tra gli interessi regionali e gli interessi americani nella sicurezza del Golfo. Ma da questa constatazione traggono la conclusione sbagliata, dipingendo i Paesi del GCC come spettatori passivi rassegnati a un nuovo ordine iraniano. È l’omissione più rivelatrice del saggio.

I Paesi del Golfo non attendono immobili. Hanno avviato da anni processi di autonomia strategica: la Vision 2030 saudita e le analoghe agende di diversificazione emiratina e qatariota, cui fanno eco la New Kuwait 2035, la Economic Vision 2030 del Bahrain e la Vision 2040 dell’Oman; i movimenti di pace nella regione, come gli Accordi di Abramo, che hanno aperto una cornice di cooperazione — anche in materia di difesa e intelligence — con Israele; il potenziamento delle forze armate e delle industrie della difesa nazionali; partnership sostanziose con India, Corea del Sud ed Europa. La stessa minaccia su Hormuz sta accelerando gli investimenti in rotte alternative — oleodotti che aggirano lo stretto, capacità di export sul Mar Rosso e sull’Oceano Indiano — che nel tempo erodono l’arma di ricatto iraniana.

Vale la pena ricordare, inoltre, che diversi di questi Stati sono da tempo alfieri del dialogo anziché dello scontro. Il Qatar e il Kuwait hanno più volte offerto i loro buoni uffici alla de-escalation e al mantenimento di canali aperti con Teheran; persino il Bahrain, che più di ogni altro ha subìto le interferenze iraniane nei propri affari interni, ha lasciato aperta la porta a una normalizzazione condizionata. L’Oman, in particolare, ha fatto della mediazione una vera e propria vocazione diplomatica: Mascate ha ospitato per anni i canali riservati tra Washington e Teheran, dai colloqui che prepararono l’accordo nucleare del 2015 fino ai più recenti tentativi di negoziato, ritagliandosi il ruolo di ponte discreto ma indispensabile tra l’Iran e i suoi interlocutori. La Giordania, dal canto suo, ha costantemente sostenuto una linea di distensione regionale. Eppure l’Iran non ha mai davvero corrisposto questo approccio, trattando la mediazione come una pausa tattica anziché come una via verso un’intesa. La perseveranza della diplomazia del Golfo e la perseveranza dell’intransigenza iraniana sono due facce dello stesso bilancio.

La risposta corretta, dunque, non è accettare il “nuovo equilibrio” di Teheran, ma accelerare la costruzione di un’architettura di sicurezza GCC-centrica — con il sostegno europeo e asiatico dove utile — che riduca la dipendenza unilaterale da Washington senza per questo consegnare il Golfo né a Teheran né a Pechino.

La risposta corretta, dunque, non è accettare il “nuovo equilibrio” di Teheran, ma accelerare la costruzione di un’architettura di sicurezza GCC-centrica — con il sostegno europeo e asiatico dove utile — che riduca la dipendenza unilaterale da Washington senza per questo consegnare il Golfo né a Teheran né a Pechino.

L’economia iraniana rimane il tallone d’Achille

Il saggio esalta il controllo dello Stretto di Hormuz come nuova leva economica, ma tace sul quadro di fondo: isolamento finanziario, fuga di capitali, disoccupazione, infrastrutture devastate. Il «contratto nazionalista» descritto dagli autori può reggere solo in tempo di guerra. Cessati i bombardamenti, torneranno a galla le rivendicazioni sociali e le fratture etniche che percorrono il Paese — gli arabi del Khuzestan, i curdi, i beluci — che nessuna retorica sulla bandiera potrà comprimere a lungo. Sono gli stessi autori ad ammettere che la società “tornerà alle sue rivendicazioni quando la minaccia si allontanerà”.

Il contrasto con il Golfo è netto. Riad, Abu Dhabi e Doha dispongono di riserve sovrane imponenti e di piani di trasformazione economica già operativi. Uno Stato che sceglie di legittimarsi sulla competenza anziché sull’ideologia si consegna al giudizio dei risultati: e i risultati economici che attendono l’Iran del dopoguerra sono la premessa di una nuova stagione di malcontento, non di stabilità.

La Cina non è l’alleato che Teheran immagina

Gli autori presentano il riavvicinamento con Pechino come prova di un ordine multipolare in cui l’Iran sarebbe un «attore a pieno titolo». Ma il rapporto va interpretato con realismo. La Cina ha interessi energetici e commerciali nel Golfo che non coincidono affatto con quelli di Teheran: importa quantità significative di greggio saudita ed emiratino, ha investito nei porti e nelle infrastrutture della penisola e ha bisogno, soprattutto, di un Golfo stabile e di rotte marittime libere.

Un Iran che minaccia lo Stretto di Hormuz minaccia anche gli approvvigionamenti cinesi. Pechino tratterà quindi Teheran come tratta ogni fornitore di materie prime soggetto a sanzioni – con la fermezza di chi non ha concorrenti – senza mai sacrificare per questo motivo i rapporti ben più consistenti con gli Stati arabi del Golfo. Definire «una nuova era di cooperazione» ciò che in realtà è una dipendenza asimmetrica da un partner con interessi divergenti non è un’analisi lucida.

La lezione per Bruxelles e per il Golfo

L’errore da evitare è speculare a quello di chi pronosticava il collasso: prendere per buona l’auto-rappresentazione di Teheran. L’Iran del 2026 non è né la potenza trionfante del suo racconto né un colosso in procinto di cadere. È uno Stato che ha barattato la sopravvivenza del regime con la prosperità futura del Paese, e che tenta di trasformare un’aggressione ai vicini in un fatto compiuto da far accettare.

Per l’Unione Europea e per i partner del Golfo, la risposta non è l’allarme, ma la pazienza strategica: consolidare l’architettura di sicurezza del GCC, sostenere la diversificazione economica e delle rotte energetiche, valorizzare l’agency degli Stati arabi anziché ridurli a comparse, e mantenere aperti i canali con le opposizioni iraniane (a Teheran e nel mondo) senza offrire al regime l’unica cosa di cui ha davvero bisogno — la legittimazione internazionale e il sollievo economico. Il tempo, in questa partita, non lavora per gli ayatollah.