Il Cremlino e gli ebrei. La Guerra ibrida antisemita nel nuovo studio di Massimiliano Di Pasquale
È stato recentemente pubblicato un paper dell’Istituto Gino Germani, scritto con la consueta competenza e chiarezza da Massimiliano Di Pasquale, in cui si documenta e analizza il nesso tra propaganda putiniana e diffusione internazionale del pregiudizio e della violenza antisemita.

In foto, Massimiliano Di Pasquale
Il punto chiave è l’uso dell’antisemitismo come linguaggio flessibile capace di adattarsi a pubblici diversi: destra radicale, sinistra anti-sistema, ambienti complottisti, pacifismi terzomondisti. Nel paper di Di Pasquale questa dinamica è collegata alla tradizione sovietica delle “misure attive”, modernizzate nell’era digitale: disinformazione, propaganda, agenti di influenza, e soprattutto l’ecosistema online di bot, troll e canali alternativi.
In questa chiave, la retorica antisemita non serve solo a convincere, ma a polarizzare: rendere l’immagine del nemico “impura”, così da corroderne la legittimità e trasformare i conflitti politici in scontri identitari. Il rapporto di Di Pasquale è molto acuto nell’identificare un meccanismo di mobilitazione emotiva antisemita, in cui l’ebreo è dipinto come un agente di corruzione morale o di dominio globale e quindi la violenza appare difensiva, soprattutto in contesti di crisi (come guerre, migrazioni, pandemia).
Dall’odio al senso comune: come la propaganda trasforma il pregiudizio
La propaganda putiniana utilizza l’antisemitismo non come semplice odio, ma come strumento geopolitico. Inserendo e amplificando codici complottisti, manipolando la memoria dell’Olocausto e sfruttando i conflitti contemporanei, questa propaganda contribuisce a un ambiente informativo che rende il pregiudizio più “credibile” e la violenza più “pensabile”.
Ed è proprio lì – nella trasformazione dell’odio in senso comune – che si crea il terreno su cui le aggressioni contro persone e comunità ebraiche diventano più probabili e anche, purtroppo, più accettate come una conseguenza inevitabile delle malefatte dell’“ebreo collettivo”.
Poiché la guerra ibrida russa non ha vincoli di coerenza ideologica, ma solo di funzionalità sistemica, non deve stupire che nelle strategie del Cremlino la propaganda antisemita conviva senza urti e dissidi con la propaganda anti-islamica, perché entrambe, pur essendo apparentemente opposte, poggiano su una comune logica cospiratoria e hanno un fine comune – suggerire il sospetto di un complotto nemico dietro il paravento della “normalità democratica” – pur rispetto a target politici diversi.
L’«accusa allo specchio»: ebrei, nazismo e la guerra in Ucraina
Per la stessa ragione la propaganda antisemita può tranquillamente mischiarsi a quella nominalmente anti-nazista. Ad esempio, rispetto all’invasione dell’Ucraina il Cremlino ha presentato la guerra come “operazione di denazificazione”, usando un meccanismo definito “accusa allo specchio”: proiettare sulla vittima l’atto che l’aggressore sta compiendo contro di lui.
Anche qui entra in gioco un elemento specificamente antisemita: l’evocazione del nazismo e dell’Olocausto per demonizzare l’Ucraina, esattamente come si usa l’evocazione del nazismo per demonizzare Israele. Anche rispetto all’Ucraina – Zelensky infatti è ebreo – l’equivalenza ebrei uguale nazisti è un classico motivo della propaganda antisemita del secondo dopoguerra.









