Il Contagio, di Massimiliano Iervolino: quando la polvere bianca riscrisse la storia

Guglielmo Tornitore
11/03/2026
Interessi

C’è un corpo abbandonato nel bagno di un cinema a Palermo, nel 1979. Ha vent’anni, forse meno. Una siringa, la felpa strappata, il pugno chiuso. Nessuno lo reclama. Massimiliano Iervolino sceglie di aprire Il Contagio (Marlin Editore, febbraio 2026) con questa immagine, perché in quel ragazzo senza nome è già scritta la tesi di tutto il libro. E quella tesi è tanto semplice quanto destabilizzante: la mafia è diventata quello che è grazie all’eroina. Non agli appalti, non alla corruzione, non al cemento. All’eroina.

Una domanda brutale, una risposta rigorosa

Iervolino, già segretario di Radicali Italiani, giornalista e autore caparbio, offre un’inchiesta fondata su documenti, sentenze, relazioni parlamentari, resoconti d’udienza e rapporti internazionali. Non ci sono confidenze da bar né rivelazioni di pentiti: l’accesso alle carceri gli è stato sistematicamente negato. Eppure, proprio questo blocco istituzionale paradossalmente accresce il valore del metodo scelto: seguire i documenti, leggere quello che già esiste, rimettere in fila le prove. Il risultato è un’indagine che resiste al confronto con le migliori tradizioni del giornalismo investigativo occidentale.

Dal feudo al porto franco, fino all’Hotel delle Palme

Il libro si apre con la mafia arcaica, quella dei gabellotti e dei campieri siciliani, radicata nei feudi dell’Ottocento e cresciuta attraverso l’urbanizzazione e il cosiddetto “sacco di Palermo” degli anni Sessanta. Iervolino ricostruisce con efficacia questa prima metamorfosi — dalla lupara al timbro, dal latifondo agli uffici comunali, dai campi di grano alle delibere urbanistiche — per poi compiere il salto narrativo essenziale: guardare oltre l’oceano. Perché prima ancora che in Sicilia, è nell’America del Proibizionismo che il crimine organizzato impara a pensare come un’impresa. Lucky Luciano — Salvatore Lucania, figlio di un solfataro di Lercara Friddi — diventa un autentico protagonista della prima metà del libro: un manager del crimine, non un gangster nel senso classico, capace di costruire la Commissione, dividere i territori, trasformare il divieto in materia prima di ricchezza.

Il cuore del libro è nell’ottobre del 1957, quando in un albergo di lusso nel centro di Palermo si incontrano i rappresentanti della mafia americana e di Cosa Nostra siciliana. Non è una leggenda: è il punto d’origine documentato (o di sistematizzazione) di una filiera industriale. Gli americani portano capitali e rotte internazionali; i siciliani offrono territorio, omertà e protezione. La Sicilia smette di essere una base logistica di transito e diventa il cuore mediterraneo del narcotraffico mondiale. Iervolino chiama questo passaggio “un contagio di ritorno” — un virus economico e culturale che attraversa l’Atlantico e trasforma Cosa Nostra da struttura arcaica a macchina da guerra. La citazione di Tommaso Buscetta posta in esergo al capitolo centrale vale da sola il prezzo del libro: “Dottore Falcone, se vuole battere la mafia deve battere il mercato della droga. Se gli toglie quella, Riina torna a fare il pastore.

L’eroina come ingegneria finanziaria

Iervolino è particolarmente convincente quando analizza la “spirale del prezzo” dell’eroina, riprendendo i rapporti del Senato americano degli anni Sessanta. Un prodotto che alla fonte vale quasi niente — la dose di un contadino turco — si trasforma, passaggio dopo passaggio, in una fortuna nei quartieri più poveri di Harlem o di Detroit. Ogni anello della catena non aggiunge qualità, ma rischio monetizzato. E il rischio, nell’economia mafiosa, si chiama omicidio, corruzione, impunità. Quello che rende illuminante questa sezione non è la statistica — anche se i numeri del Bureau of Narcotics americano sono impressionanti — ma la comprensione strutturale: la droga non è un affare come gli altri perché genera dipendenza nella domanda, rendendo il mercato indistruttibile finché la proibizione esiste.

Il modello corleonese

La seconda metà del libro accelera verso le stragi. Il denaro dell’eroina finanziò l’ascesa dei Corleonesi — Riina, Provenzano, Bagarella — che con quei profitti costruirono un potere verticale, militarizzato, capace di uccidere chiunque disturbasse il flusso del denaro: giornalisti, politici, magistrati, altri mafiosi. Il Maxiprocesso del 1987 è analizzato con la precisione di un chirurgo: per la prima volta lo Stato italiano riuscì a fotografare il crimine come sistema, non come somma di reati. La sentenza del presidente Alfonso Giordano — 346 condanne, numerosi ergastoli — non fu solo una punizione ma una rivelazione: Cosa Nostra era un’azienda globale, con laboratori industriali, rotte internazionali, conti in Svizzera, società di copertura.

Una lezione per il presente

È qui che il libro acquista il suo peso politico più attuale, e il motivo per cui i lettori de L’Europeista dovrebbero considerarlo una lettura obbligatoria. Iervolino chiude il cerchio nel modo più scomodo possibile: l’eroina è stata sconfitta nei titoli dei giornali, ma nel frattempo la cocaina ha preso silenziosamente il suo posto, e con essa è esploso il potere della ‘Ndrangheta — meno appariscente, più radicata, con una logistica da multinazionale e una rete da holding. Il baricentro si è spostato da Palermo a Gioia Tauro, dalla morfina libanese alla coca colombiana. Ma la struttura è la stessa. Il narcotraffico rimane la fonte principale di ricchezza della criminalità organizzata — il cuore del potere, la madre di tutte le corruzioni. In un’Europa che discute di sicurezza, di confini, di economia sommersa, di riciclaggio nei mercati finanziari, questo libro offre la genealogia precisa di come un’organizzazione criminale possa colonizzare un’intera economia nazionale. Non è storia. È architettura del presente.

Il Contagio non è un libro comodo. Non assolve nessuno — né la mafia, ovviamente, né lo Stato che per decenni ha finto di non accorgersi della metamorfosi in corso, né il sistema politico che ha convissuto con essa. La sua prosa è precisa, senza retorica, capace di alternare la ricostruzione storica rigorosa alla narrazione vivida. Iervolino scrive con la consapevolezza che i fenomeni criminali non hanno confini nazionali e che combatterli richiede la stessa internazionalizzazione che ha reso la mafia invincibile per decenni. Seguire i documenti, rifiutare le semplificazioni, tenere insieme cronaca e visione storica: è esattamente quello che un libro di questa ambizione doveva fare. E lo fa.