Il 2026 non sarà un anno per pavidi: la guerra è in casa nostra

Matteo Di Paolo
01/01/2026
Appunti di Viaggio

Le strade di Teheran chiudono l’anno che segna la svolta definitiva nella nostra epoca.

Non è solo una cartolina di fine anno, né l’ennesimo fotogramma di una crisi lontana da archiviare con un sospiro. È un promemoria brutale: i regimi non invecchiano con dignità, quando sentono il tempo stringere. Si irrigidiscono. Stringono la presa. E, se possono, esportano la loro paura. Non si nascondono più, mostrano la loro faccia peggiore.

È la stessa battaglia delle trincee del Donetsk, dello stretto di Taiwan, delle elezioni a Budapest.

L’abitudine più vile dell’Occidente è trattare questi teatri come compartimenti stagni: guerra qui, intimidazione là, propaganda altrove. Ma la trama è unica. Cambiano le uniformi, non la logica: testare i confini, logorare le democrazie, convincerle che la stanchezza è saggezza e il cinismo è realismo. E che tutto é relativo, dalla caduta del muro.

Ci sono sfaccettature, problemi, battaglie che potremo e potremmo fare e battaglie per le quali non abbiamo coraggio o capacità.

E qui sta la parte scomoda: non tutto è alla nostra portata, non tutto è consigliabile, non tutto è persino moralmente chiaro. Ma il dubbio non può diventare alibi permanente. Una cosa è misurare i mezzi, un’altra è dichiarare in anticipo la resa, trasformando il limite in identità politica: “noi non possiamo”, “noi non dobbiamo”, “noi non siamo quel tipo di Paese”. Non ci riguarda.

Tutto questo non può lasciare spazio al relativismo delle destre e delle sinistre mondiali.

Perché il relativismo, oggi, non è un raffinato esercizio intellettuale: è un servizio reso al più forte. È la scappatoia dei furbi e il rifugio dei pavidi, declinata in mille accenti: antiamericanismo di maniera, antioccidentalismo di salotto, realpolitik da talk show, pacifismo che somiglia troppo alla comodità di chi non pagherà il conto.

Esiste un bene, la libertà offerta dalle democrazie liberali, con tutti i limiti del caso.

Questa libertà è imperfetta, sì: produce disuguaglianze, frustrazioni, fallimenti clamorosi. Ma contiene un meccanismo che i regimi temono più di ogni altra cosa: la possibilità di correggersi senza spargere sangue. La critica, la stampa, l’alternanza, l’opposizione. Sono difetti, per chi sogna l’ordine definitivo; sono la ragione stessa per cui vale la pena difenderla.

Esiste un male, l’autocrazia liberticida. Ed è alimentata dall’indifferenza, dalla superficialità, dalla connivenza, dalla sindrome di inferiorità che troppi in Occidente vivono nei confronti degli “uomini forti” al comando, un’illusione che già nel Novecento provocò tragedie immense.

E questa sindrome ha un lessico riconoscibile: “almeno loro decidono”, “almeno lì c’è ordine”, “almeno difendono i valori”. Come se la libertà fosse un capriccio e non un’infrastruttura. Come se la rapidità di una firma valesse più della dignità di un cittadino. Gli “uomini forti” funzionano finché qualcuno resta debole: gli oppositori, i vicini, le minoranze, gli stessi sostenitori quando smettono di essere utili.

Dall’altra parte si sentono i “perché noi siamo meglio?”, “non siamo noi a poter insegnare”, “e allora noi”. Come se i dissidenti suicidiati da Putin, le ragazze universitarie rapite da Khamenei, fossero assimilabili alle nostre piccole e grandi imperfezioni democratiche.

Non esiste più nemmeno “l’ognuno come vuole a casa sua”. La battaglia è in casa nostra, in Europa, in Italia.

Perché l’autocrazia non si accontenta di governare: vuole contaminare. Compra influencer e giornali, semina sfiducia nelle istituzioni, finanzia reti opache, alimenta polarizzazione e rancore. Colpisce le nostre fragilità: burocrazie lente, politica corta, economia ansiosa, cittadini esausti. E quando trova una crepa—una dipendenza energetica, una filiera strategica, un partito in cerca di scorciatoie—ci infila dentro la leva. Perché ha paura. Perché più di noi, i loro cittadini agognano la libertà che noi ormai non vediamo più.

O si combatte o si perde tutto.

Combattere non significa soltanto inviare armi o elevare sanzioni. Significa difendere la capacità europea di decidere, investire nella sicurezza, proteggere le infrastrutture critiche, riconoscere che la propaganda è un’arma e che la democrazia non è un’abitudine automatica. Significa anche accettare che la neutralità, in tempi come questi, è spesso una scelta a favore dell’aggressore. Significa scelte dure e impopolari.

Qualcuno nel 2026 si sveglierà. Altri continueranno con la loro pelosa ipocrisia.

Ci saranno conversioni improvvise, analisti folgorati, politici che scopriranno “ora” ciò che era evidente “prima”. E ci saranno i professionisti dell’ambiguità: quelli che condannano a parole e giustificano nei fatti, che invocano la pace mentre sabotano gli strumenti per ottenerla, che si indignano selettivamente, con la puntualità di un copione.

Che non sia un anno per i pavidi e per gli apostati di casa nostra, che rifiutano una libertà di cui non conoscono nemmeno il valore.