Hormuz, l’alluminio e la morte energetica dell’Europa: al buio nessuno nota se sei green

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Yuri Brioschi
31/03/2026
Orizzonti

C’è qualcosa di poetico nel modo in cui l’Europa affronta le crisi: con la stessa agilità di un transatlantico che tenta di fare inversione a U in un canale di scolo.

Mentre i venti di guerra nello Stretto di Hormuz soffiano gelidi sulle nostre speranze di ripresa, la politica continentale e quella nazionale si esibiscono in un saggio di danza acrobatica tra “buone intenzioni”, “cerotti fiscali” e “tasse sull’aria”. Benvenuti nel 2026, l’anno in cui abbiamo scoperto che la transizione ecologica non si può mangiare e che, senza energia, anche il migliore dei mondi possibili resta al buio.

 Hormuz: non è solo petrolio, è la fine della manifattura

Per decenni abbiamo guardato allo Stretto di Hormuz come a una lontana curiosità geopolitica, un luogo dove passano le navi che permettono agli americani di guidare i loro SUV. Oggi, quell’imbuto di mare è diventato la nostra vena giugulare. Ma attenzione: l’errore più comune è pensare che Hormuz significhi solo “benzina più cara”. Se fosse solo quello, potremmo cavarcela con qualche domenica a piedi.

La realtà è molto più metallica. Hormuz è la via di transito per il 20% del GNL mondiale e, soprattutto, per l’alluminio.
Il Golfo produce circa il 9% dell’alluminio primario globale e l’Europa ne importa circa il 30% proprio da lì. Perché? Perché per fare l’alluminio serve una quantità mostruosa di energia (elettricità solida, la chiamano) e noi, nella nostra infinita saggezza, abbiamo deciso anni fa che produrlo in Europa costava troppo. Così abbiamo delocalizzato la nostra sovranità industriale ai piedi degli Ayatollah e dei petrodollari.

Oggi le billette di alluminio — quei cilindri fondamentali per fare infissi, motori elettrici e, ironia della sorte, i telai per i pannelli solari — sono diventate merce rara.
I prezzi al LME di Londra sono esplosi, sfondando i 4.000 dollari per tonnellata. Senza alluminio, la transizione green di cui tanto ci riempiamo la bocca a Bruxelles è un libro di sogni senza copertina. Non puoi costruire un’economia verde se il metallo necessario per edificarla è bloccato dietro un cacciatorpediniere iraniano.

 Il sistema ETS: l’auto-sabotaggio come strategia

In questo scenario apocalittico, i rappresentanti dei governi europei hanno deciso di mantenere il suo carico da undici: il sistema ETS (Emission Trading System). Per i non addetti ai lavori, l’ETS è il meccanismo con cui l’UE obbliga le aziende a pagare per ogni tonnellata di CO2 emessa. Una nobile “tassa sull’aria” nata per salvare il clima.

Il problema è che nel 2026 l’ETS è diventato un cappio. Mentre le aziende americane e cinesi producono a costi energetici ridicoli (perché se ne infischiano delle emissioni o hanno abbondanza di shale gas), le nostre imprese devono aggiungere al costo — già folle — della materia prima anche il costo della “licenza di inquinare”. Le quote ETS viaggiano sopra i 90 euro per tonnellata, agendo come un moltiplicatore di sventura su ogni bolletta elettrica.

Alcuni politici italiani, nel tentativo di non sembrare dei negazionisti climatici, hanno lanciato una proposta creativa: “Non eliminiamo gli ETS, usiamoli per ridurre le bollette!”. L’idea sarebbe quella di usare i proventi delle aste (che portano miliardi nelle casse degli Stati) non per finanziare astratti progetti di ricerca tra vent’anni, ma per abbattere direttamente gli oneri di sistema oggi.
Oppure, come suggerito dal Governo Meloni, per “disaccoppiare” il prezzo delle rinnovabili da quello del gas drogato dall’ETS. È una proposta che a Bruxelles suona come un’eresia, ma che in una fabbrica di Brescia suona come l’ultimo desiderio prima dell’esecuzione capitale.

 La farsa delle accise: 500 milioni per un respiro

E mentre a Bruxelles si discute di massimi sistemi e quote di carbonio, a Roma si va in scena con la “politica del cerotto”. Parliamo del taglio temporaneo delle accise.

Le accise sui carburanti sono la droga pesante dello Stato italiano: portano in cassa circa 20 miliardi di euro ogni anno.
Soldi facili, sicuri, prelevati direttamente dal portafoglio di chiunque debba andare a lavorare.
Davanti all’impennata dei prezzi causata da Hormuz, il governo ha partorito un intervento da 500 milioni di euro per tagliare i prezzi per soli 15 giorni.

La domanda sorge spontanea: dove sono stati presi questi “cinquecento milioncini”? Semplice: sono stati sottratti ai budget dei vari ministeri. Abbiamo tolto fondi alla sanità, alla scuola e alla manutenzione stradale per regalarci un pieno di benzina scontato di pochi centesimi per la durata di una vacanza di Pasqua.
È l’economia della disperazione: vendere i mobili per pagare la bolletta della luce, sperando che il mese prossimo qualcuno ci regali un mobile nuovo. Se Hormuz resta chiusa per tre mesi, cosa faremo? Chiuderemo i carabinieri per finanziare un altro weekend di sconti alla pompa?

 Il gap energetico: L’Europa come museo a cielo aperto

Il dato finale è quello che dovrebbe togliere il sonno a ogni cittadino europeo ( e a maggior ragione italiano): il costo dell’energia in Europa è oggi da 3 a 5 volte superiore rispetto a quello degli Stati Uniti. Questo divario non è solo un numero, è una condanna a morte industriale. E sottolineiamo che l’Italia ha il costo dell’energia più alto in Europa. Per dire…

Se produrre un pezzo di alluminio o un bullone in Europa costa il triplo che in Texas, l’azienda non “resiste”: l’azienda trasloca. Stiamo assistendo a una deindustrializzazione silenziosa ma inesorabile. Il capitale scappa verso lidi dove l’energia non è un lusso etico, ma una commodity industriale.

Il rischio reale è che tra dieci anni l’Europa sia un bellissimo museo a cielo aperto, pulitissimo, con emissioni zero (perché non produciamo più nulla), ma dove nessuno può permettersi il biglietto d’ingresso perché non c’è più lavoro.

Meno mantra, più realismo

Se vogliamo salvare l’ambiente, dobbiamo prima salvare chi quell’ambiente lo abita e ci lavora.
Serve una riforma brutale del mercato elettrico, serve il coraggio di usare i proventi ETS per dare ossigeno alle imprese e serve, soprattutto, smetterla di pensare che la politica dei “15 giorni di sconto” possa fermare un uragano geopolitico.

Cara Europa, svegliati. Il termometro segna febbre alta, e non basterà tassare il termometro per far scendere la temperatura.

O troviamo il modo di produrre energia e metalli a costi competitivi, o la nostra unica esportazione rimarranno i rimpianti. E quelli, purtroppo, non si possono scambiare sul mercato degli ETS.