L’Homo signans davanti alla Babele digitale

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Stefano Maria Capilupi
27/05/2026
Radici

L’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale ha il merito di sottrarre l’IA tanto all’entusiasmo ingenuo quanto alla paura apocalittica.
La prende sul serio per ciò che ormai è: non un semplice strumento, ma una trasformazione del modo in cui l’uomo produce linguaggio, organizza informazioni, delega decisioni, immagina se stesso e costruisce potere.

La domanda decisiva non è se essere a favore o contro l’intelligenza artificiale. È una domanda troppo povera. La questione è un’altra: quale idea dell’uomo viene incorporata nei sistemi che stiamo costruendo?
Il progresso tecnico resta al servizio della persona o comincia a suggerire che la persona sia ormai materiale da ottimizzare, classificare, prevedere, potenziare o sostituire?

L’immagine biblica di Babele, richiamata dall’Enciclica, è in questo senso molto più che un ornamento spirituale. Babele è la costruzione grandiosa, efficiente, uniforme, autosufficiente: una sola lingua, una sola tecnica, una sola direzione.
Ma proprio questa unità apparente diventa dispersione, perché cancella il limite, la differenza, il volto concreto dell’altro.
Davanti all’IA il rischio non è soltanto di costruire macchine più intelligenti, ma di edificare un mondo in cui la struttura funzioni perfettamente mentre l’uomo diventa sempre meno riconoscibile.

Qui ritorna una vecchia questione filosofica. La modernità ci ha insegnato a riconoscere l’autonomia delle strutture: il linguaggio ha le sue leggi, l’economia le sue dinamiche, le istituzioni la loro logica, la tecnica i suoi sviluppi. Nel Novecento questa intuizione è arrivata fino allo strutturalismo, fino a quel “kantismo senza soggetto trascendentale” che Paul Ricoeur attribuì criticamente a Lévi-Strauss e che lo stesso Lévi-Strauss finì quasi per accettare come definizione della propria impresa: pensare strutture di senso impersonali, anteriori e superiori alla coscienza individuale.

Sartre reagì a questa tendenza rivendicando la praxis, la storia, il progetto, la libertà concreta del soggetto. Si possono discutere molte sue semplificazioni, ma non il punto essenziale: nessuna struttura può sostituire l’uomo come soggetto morale. Il senso non è soltanto ciò che accade dentro un sistema; è anche ciò che un’esistenza assume, rischia, sceglie, trasforma.

Su un piano diverso, anche Noam Chomsky ha offerto una lezione utile. La sua critica alla linguistica strutturale e al comportamentismo nasceva dalla convinzione che il linguaggio umano non fosse riducibile a un repertorio di abitudini o regolarità osservabili dall’esterno. La lingua è struttura, certamente; ma è anche creatività, facoltà generativa, capacità di produrre frasi mai dette prima, significati nuovi, risposte nuove a situazioni nuove. L’uomo non è il semplice punto di passaggio di un codice impersonale: è il vivente capace di inaugurare senso.

Questa intuizione diventa oggi decisiva. L’algoritmo è struttura, ma una struttura operativa, predittiva, produttiva. Non si limita a descrivere il mondo: lo organizza, lo filtra, lo rende visibile o invisibile, decide quali contenuti circolano, quali profili meritano credito, quali lavoratori risultano efficienti, quali parole vengono amplificate. È una grammatica invisibile del potere. Proprio per questo la sua autonomia funzionale non può essere scambiata per autosufficienza morale.

Questa riflessione non appartiene soltanto alla tradizione cristiana. Appartiene anche alla migliore tradizione liberale. Il liberalismo, quando non si riduce a idolatria del mercato, nasce dalla difesa della persona contro ogni potere che pretenda di possederla interamente: lo Stato, la folla, l’ideologia, il conformismo, il monopolio economico, la macchina burocratica. Da Locke a Benjamin Constant, da Tocqueville a John Stuart Mill, fino alla tradizione della società aperta e del pluralismo, il cuore del liberalismo non è l’individualismo egoistico, ma la limitazione del potere in nome della libertà concreta della persona.

Davanti all’IA questa lezione torna attualissima: nessun potere deve diventare totale.
Non lo Stato, non il mercato, non la piattaforma, non l’algoritmo. La libertà liberale non coincide con il diritto del più forte a innovare senza limiti; coincide con la costruzione di condizioni istituzionali, giuridiche e culturali perché l’individuo non sia schiacciato da poteri opachi. Oggi il nuovo potere opaco può essere proprio quello della struttura digitale: non un sovrano visibile, ma una rete di sistemi che profilano, prevedono e condizionano.

Per questo l’Enciclica può parlare anche a un pensiero laico, liberale, riformista. La persona non può essere ridotta a funzione. L’uomo non è solo calcolo, prestazione, dato, efficienza, informazione. Non è nemmeno soltanto specie biologica da potenziare. È individuo concreto e relazione comunitaria; corpo fragile e libertà; memoria, parola, responsabilità, desiderio di bene.

Qui ritorna l’Homo signans, l’uomo che produce segni e vive nei segni, ma che non può mai essere ridotto ai segni che produce. Dalle pitture delle grotte alla filosofia greca, dalla scrittura alle cattedrali, dal libro alla rete digitale, l’umanità ha sempre esternalizzato memoria, pensiero e immaginazione. L’intelligenza artificiale è una tappa potentissima di questa storia. Ma proprio perché la parola può essere imitata dalla macchina, diventa più urgente difendere ciò che la macchina non possiede: il corpo, il volto, la coscienza, il dolore, il perdono.

L’intelligenza artificiale è, in fondo, un logos senza pathos. Può produrre discorsi sul dolore, ma non patire. Può simulare empatia, ma non essere ferita. Può imitare una preghiera, ma non tremare davanti al mistero. Può ricombinare parole religiose, filosofiche, affettive, ma non conoscere conversione, colpa, attesa, speranza, abbandono. È linguaggio senza carne, forma senza esposizione, segno senza ferita.

Nell’umano questo non accade e non può accadere. La parola umana nasce sempre dentro un corpo esposto: alla gioia, alla paura, alla morte, all’amore, alla vergogna, alla promessa. Anche quando mente o si irrigidisce in ideologia, resta attraversata da un pathos originario, perché appartiene a un vivente che può soffrire, amare, perdere, attendere, morire.

Qui la riflessione dell’Enciclica tocca il suo punto più profondo. Una cultura laica può e deve difendere dignità, libertà, limite, pluralismo, rifiuto di ogni potere totale. Ma forse solo la fede cristiana osa dire fino in fondo che il Logos non resta idea, struttura, informazione, calcolo o principio astratto: il Logos si è fatto carne. Non ha semplicemente parlato dell’umano; ha assunto il pathos dell’umano. Ha conosciuto nascita, fame, amicizia, paura, lacrime, ingiustizia, tortura, morte. Per questo, davanti all’IA, il cristianesimo non difende soltanto una dottrina religiosa: difende l’impossibilità di separare definitivamente il senso dalla carne, la parola dalla vulnerabilità, l’intelligenza dalla compassione.

Il problema del transumanesimo nasce esattamente qui. Non nel desiderio, legittimo e doveroso, di curare le malattie, alleviare il dolore, prolungare la vita, restituire possibilità a corpi feriti. Tutto questo è umano. La medicina, la scienza e la tecnica sono forme alte della collaborazione dell’uomo alla custodia della creazione.
Paradossalmente, proprio la speranza giudeo-cristiana nella risurrezione dei corpi ha potuto alimentare una fiducia profonda nella dignità della materia, nella cura del corpo, nella lotta contro il male fisico.

Ma questa speranza si rovescia nel suo contrario quando diventa sogno oligarchico di fabbricazione dell’uomo nuovo. Se la progettazione dell’umano potenziato resterà a lungo privilegio di pochi, tutte le vite che nasceranno prima, durante o fuori da quel progetto rischieranno di essere considerate implicitamente inferiori. I poveri, i malati, i disabili, i vecchi, i fragili, i non potenziati diventeranno non più persone da custodire, ma versioni arretrate dell’umano.

È contro questa tentazione che occorre recuperare un’etica comune del limite. Etica del limite non significa rassegnazione. Significa combattere malattia, sofferenza, ingiustizia e morte senza trasformare l’uomo in oggetto di fabbricazione. Significa curare senza selezionare, potenziare senza scartare, innovare senza disprezzare chi resta fragile.

La grande tradizione cristiana incontra qui un’antica esigenza laica, da Socrate in poi: il fine della vita associata non è la potenza della città, non è il successo della tecnica, non è la vittoria del più performante, ma il bene dell’uomo, insieme individuo irripetibile ed essere comunitario.

Per il pensiero scolastico tardomedievale, sia realista che nominalista, gli individui esistevano prima dell’esistenza terrena nel progetto creativo di Dio. L’universale non cancella il singolare. Gli individui non sono residui trascurabili dell’idea, né accidenti statistici di un modello generale. Sono creature volute da Dio nella loro irripetibilità. Tradotto in linguaggio civile: nessuna struttura, nessun sistema, nessun algoritmo, nessuna pianificazione dell’umano può avere il diritto di considerare alcune vite meno degne perché meno efficienti, meno sane, meno produttive, meno aggiornabili.

L’Enciclica di Papa Leone XIV non chiede di fermare la ricerca, né di demonizzare la tecnica. Chiede qualcosa di più difficile: governarla secondo un’idea alta dell’uomo. La grande questione politica dei prossimi decenni sarà questa: chi decide che cosa sia l’umano? Gli Stati? I mercati tecnologici? Le élite scientifiche? Le piattaforme? O una comunità democratica capace di rimettere al centro il bene della persona concreta?

Se vogliamo evitare l’ennesima Babele, non basteranno regolamenti, pur necessari. Servirà una nuova alleanza tra cultura umanistica, scienza, politica, religioni, scuola, diritto, economia e società civile. Servirà un pensiero capace di amare la tecnica senza idolatrarla; di accettare il limite senza smettere di combattere il male; di difendere l’individuo senza dimenticare la comunità. Nessun progresso merita questo nome se, avanzando, lascia indietro l’uomo.